Ecco i miei 20 dischi preferiti per l’anno appena trascorso. I criteri sono sempre gli stessi. Un disco per autore, niente best of e rifritture varie. E, salvo il podio, l’ordine delle  restanti posizioni non ha molta importanza. Diciamo che per le prime dieci posizioni cerco in genere di lasciarle, ove possibile, alle “nuove proposte” mentre le altre 10 li lascio per gli amatori, vecchie glorie ed “rieccoli” vari.

Ma andiamo con ordine. Come on guys!

20. Puscifer – Conditions Of My Parole

Un disco di canzoni molto piacevole. Maynard canta (e bene) se la diverte. E senza giri di parole c’è tutto quello che Keenan ha fatto in questi ultimi anni. Linee vocali melodiche e curate, tamarrate in stile Reznor pre-soundtrack, synth pop, drum machine serrate, bella produzione. Un cazzeggio di qualità.

Poi prendete il riff iniziale di Conditions of My Parole, paragonatelo a Bottom di Undeterow e chiudete il cerchio. Chi nasce tondo non muore quadrato, al massimo smussa gli angoli.

19. Radiohead – The King Of The Limb

Stavolta non inventano nulla. Ma proprio nulla. Fanno quello che stanno facendo (o han già fatto anche altri). La differenza sta nel fatto che, se il jolly che hai nel mazzo è la voce di Yorke, allora quello che fai lo fai benissimo.

18. Hugh Laurie – Let Them Talk

Il dottor House non c’entra niente, mai visto una sola puntata. I pezzi sono tutte cover di classici blues e canzoni popolari, Laurie canta con buona ispirazione, suona la chitarra e il piano, Joe Henry alla produzione da un di sound in stile New Orleans e la partecipazione di Tom Jones, Dr. John e Irma Thomas mette un po’ di pepe alla faccenda. Disco semplice ma efficace. Esperimento promosso a pieni voti.

17. Vinicio Capossela – Marinai, Profeti e Balene

Elegante viaggio tra il fondale marino, inferi della terra, luoghi nascosti e chi più ne ha più ne metta. Il mare come metafora della vita, la vita come lotta perenne con nemici invincibili (la balena, Polifemo, Dio). Ma anche amore, resurrezione, rinascita e rivincita. Opera titanica e spropositata, non certo facile ed esente da errori, ma va presa così, tutta di un fiato, prendere o lasciare. Non sono un ascoltatore di musica italiana e sono anche allergico ai dischi doppi quindi…

16. Lüüp – Meadow Rituals

Perfetto equilibrio da progressive folk e chamber music.

15. Planningtorock – W

Janine Roston, polistrumentista e poli artista al suo secondo album. Janine si nasconde, sia in copertina (e nel video di Doorway) come Roy L. Dennis, sia nella voce androgina. 12 canzoni fatti di macchiette elettro pop, dark wave (Going Wrong) cabaret rock (Jam, Milky Blau), marcette sintetiche e dance retrò (Manifesto, I Am Your Man, Living It Out tra Groove Armana e Blonde Redhead). L’unico difetto il sapore un po’ freddo del disco e il non sapere dove voler andare a parare.

14. Alva Noto – Univrs

Glitch, beat, ambient drone. L’anno del neutrino alla maniera di Alva Noto, di più non so dire.

13. Israel Nash Gripka – Barn Doors And Concrete Floors

11 ballate di ottima fattura per questo semi esordiente. C’è rock – folk – blues dei Rolling Stones, dei Faces e dei Creedence Clearwater Revival, un po’ di Neil Young, un po’ di Bruce Springsteen. Prodotto da Steve Shelley dei Sonic Youth.

12. Charalambides – Exile

Non li avevo mai ascoltati fino ad ora, li ho conosciuti con questo disco anche se ho letto che sono una band di lungo corso. Hendrix disidratato spedito nello spazio cullato dai Dead Can Dance. Facile ma bellissimo.

11. Dale Cooper Quartet & The Dictaphones – Metamanoir

Meravigliosa fusione di jazz sperimentale, dark new-wave, musica contemporanea, trip-hop, ambient e industrial, dai Kilimanjaro Darkzazz Ensemble, Joy Division, Brian Eno, Birds Of Passage, Portishead, Fennesz, Ulver (di Perdition City), Dead Can Dance. La quiete dell’oscurità.

10. Dirty Beaches – Badlands

I Suicide reinterpretati alla maniera di Elvis Presley, dal boogie e del rock ‘n ’ roll. Martellante, sporco, grezzo e prodotto malissimo. Non il mio genere, ma il voto è per l’esperimento molto coraggioso.

9. Joan As Police Woman – The Deep Field

Senza dubbio si può dire che è stato, per un verso (Amy Winehouse) e per un altro (Adele) l’hanno delle cantanti soul bianche con la voce da donna di colore. Joan Wasser sta nel mezzo.

Il suo è un soul sapientemente levigato (mestiere? forse…) non c’è la vena jazz della Winehouse ne la ricerca estrema della melodia di Adele. C’è Marvin Gaye, Joni Mitchell, l’eco dei Morphine e di Bett Gibson (paragoni con le cautele del caso). Joan canta in punta di piedi, ti sussurra direttamente nelle orecchie (Forever And A Year, straordinaria).

8. Nicolas Jaar – Space Is Only Noise

Sempre da Burial si parte, ma vale in sostanza il disco fatto per i Desolate. Nicolas Jaar, taglia, incolla e ricama. Rivoli d’acqua, field recording di vita quotidiana, pianoforte, campionamenti illustri (Ray Charles nella sua I Got A Woman, miglior canzone del disco), groove tipicamente house. Rispetto a James Blake qua si punta forte su una tavolozza riempita di elementi eterogenei ma sapientemente mescolati tra loro. Non sempre a fuoco, ma per un ragazzo all’esordio è senz’altro un disco molto positivo.

7. Tinariwen – Tassili

Il thè nel deserto. Curioso come la presenza di Nels Cline dei Wilco, di Kyp Malone e Tunde Adebimpe dei Tv On The Radio e della The Dirty Dozen Brass Band renda il disco “meno occidentale” di Imidiwan: Companions. Spariscono le canzoni call and response, il disco si fa più intimista grazie al fingerpicking di Ibrahim Ag Alhabib. La musica fluisce lenta e libera, seguendo le regole del blues e lo spirito Tuareg.

6. Seasick Steve – You Can’t Teach An Old Dog New Tricks

Un disco all’anno del genere ci deve essere per forza. Un anno fa capitò Peter Case, quest’anno tocca al vecchio “mal di mare” Steve. Blues rock venato di country e rock ‘n’ roll ben suonato e ben cantato.

5. Black Joe Lewis And The Honeybears – Scandalous

Bigniamino di musica nera. James Brown, Funkaledic, Robert Johnson, Otis Redding ecc ecc. Funky & rock ‘n’ roll & disco.

4. Clams Casino – Instrumental Mixtape

Al secolo Mike Volpe, giovane produttore hip hop. Ma qua di hip hop non c’è niente, il beat è stanco e claudicante, il drumming accademico ma il sound generale delle canzoni è saturo, molto rumoroso e di grana grossa. Un po’ di lo-fi, di post rock, campionamenti vocali noti (Lil B, Bjork, Janelle Monaè) ed anche questa tavolozza è completata.

Alla sua maniera emoziona anche questo disco.

3. Desolate – The Invisible Insurrection

Al secolo, Sven Weisemann. Che siamo dalle parti di Burial è chiaro fino all’inizio, ma gli strumenti e il risultato sono diversi. Le canzoni sono molto dilatate e impreziosite da vari elementi: giri di synth ipnotici, vocal sample, pianoforte, violini, voci e rumori lo-fi di sottofondo.

Nel mare del post dub di improvvisati, qua c’è tecnica e cervello. Piccola chicca.

2. James Blake – James Blake

Alla fine, l’ha spuntata questo ragazzetto classe 1989, l’Antony Hegarty dell’era soul – step. L’intuizione giusta, e che, secondo me, la differenza tra altri (James Woon, The Weeknd), è di aver aver rimesso al centro della propria musica la voce, senza ricorrere al canto di altri o di sampler sparati in loop. E nonostante gli effetti su di essa, ha molto calore e riesce a toccare le corde giuste. Le basi consistono in elementi di dub, glitch e wonky che accompagnano la voce.

Nota dolente, i troppi ep e diavolerie varie non all’altezza rilasciati durante l’anno.

1. Tim Hecker – The Ravedeath, 1972

Ho fatto più fatica del precedente ad ascoltarlo, ma una volta trovato il verso è tutta discesa di piacere. Ha una stratificazione sonora da paura, se riascoltato più volte e magari anche in cuffia ci si scoprono sempre dei suoni nuovi e la complessità della struttura delle canzoni. Tanti spunti, da Basinski a Fennesz fino a Richard Skelton. Per me fondamentale anche l’apporto di Ben Frost dà al disco molta profondità.

Disco dell’anno e senza dubbio il miglior disco per il suo genere.



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