Con questo disco Joe Bonamassa raggiunge la media di un disco all’anno. Dodici in studio dal 2000. Ogni suo disco è una specie di caccia al tesoro, a volte ricca di soddisfazioni a volte un po’ sfiancante: c’è sempre un suono familiare o un passaggio già sentito da qualche parte. Bonamassa è bravo sia a suonare (parecchio), che a scrivere e a cantare ma probabilmente deve aver ascoltato troppa musica e quindi certe cose dall’orecchio passano automaticamente alla mano.

Vediamo cosa ho trovato. Dislocated Boy è un bel blues rock melodico, tra Jeff Beck e Gary Moore. Driving Towards The Daylight starebbe bene nella discografia di Brian Adams. Heavenly Soul è una versione a tutta birra di Goin’ Down Slow di Howlin’ Wolf, Somewhere Trouble Don’t Go, se non fosse per il pianoforte, entrerebbe di diritto in Eliminator degli ZZ Top (che è del 1983).

Ben riuscita la resurrezione in stile Led Zeppelin di Stones In My Passway di Robert Johnson. La cover di Who’s Been Talking? è mediocre, mentre I Got All You Need e Lonely Town Lonely Street (sempre cover, la prima di Willie Dixon, la seconda di Withers) sono dei pregevoli pezzi blues rock.

Bellissime invece A Place In My Heart (originale di Bernie Mardsen) e New Coat Of Paint (stavolta tocca a Tom Waits) con la chitarra di Joe scintillante come si deve. Perla del disco è senza dubbio Too Much Ain’t Enough Love (cantata dallo stesso Jimmy Barnes), dove Joe ha il merito di aggiornarla al sound di oggi.

Disco realizzato più per volontà di suonare che per ispirazione. In ogni caso, Bonamassa non spreca mai una nota e ogni tanto una bella caccia al tesoro non si nega a nessuno.

Joe Bonamassa – Driving Towards The Daylight (2012, J&R Adventures)


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