
Ho conosciuto Joe Bonamassa in occasione dell’ultimo disco uscito nel 2012. Quindi da oggi in poi di Joe Bonamassa ne parleremo al contrario. Con un disco all’anno non dovrebbe essere difficile.
Nel 2011 è il turno di Dust Bowl, con copertina e titolo che rimandano alle tempeste di sabbia che colpirono massicciamente gli Stati Uniti centrali e il Canada tra il 1931 e il 1939, causate da decenni di tecniche agricole inappropriate e dalla mancanza di rotazione delle colture. Joe si divide a metà tra cover e pezzi scritti di proprio pugno. Non mancano i duetti – tre per la precisione.
Il disco si apre con un simbolo del blues, un treno in avvicinamento: Slow Train, Stevie Ray Vaughan nell’anima con il basso preciso di Carmine Rojas, uno dei migliori pezzi dell’album. Anche la title track gioca sulla solida sezione ritmica, favorita anche da un ritornello molto orecchiabile.
Passata la tempesta è l’ora di Tennessee Plates, veloce boogie venato di rock’n’roll con lo stesso John Hiatt a duettare con Joe. L’alternanza tra i vari musicisti porta nuovamente sugli scudi la sezione ritmica di Rojas – Fig in The Meaning Of The Blues, dove Joe ci dà dentro tirando giù affilati riff a rotta di collo (altro pezzo degno di nota del disco). Segue la ruffianissima Black Lung Heartache, tra suoni orientali e hard rock.
La cover di You Better Watch Yourself è molto scontata anche se è ben fatta specialmente sul finale in jam session tra assoli di chitarra e pianoforte. Tocca alla penna di Bonamassa ora, con The Last Matador Of Bayonne, toccante ballata con il bel assolo à la Jeff Beck ad impreziosirla. Per la legge dei grandi numeri è l’ora del duetto, con Glenn Hughes al microfono per Heartbreaker, cover dei Free. A seguire, altra ballata e stavolta è la cover di Tim Curry (sì, l’attore…) No Love On The Street, uscita nel 1979 nell’album Fearless.
Il finale del disco è equo: un pezzo scritto da Bonamassa (The Whale That Swallowed Jonah tra il rock’n’roll, il boogie e il country), un duetto in sitle B.B. King&Clapton con Vince Gil (Sweet Rowena, autore anche della canzone) e una cover di Barbra Streisand del 1978 (Prisioner, stessa intensità ma il lungo assolo nell’originale non c’è).
Il disco più maturo di Bonamassa, capace di dare un suono nuovo a canzoni di 30 anni fa, supportato da tanto mestiere (senza però scendere nel manierismo più sfacciato) e da una band di grande classe.




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