
Ecco i miei 20 dischi preferiti per l’anno appena trascorso. I criteri sono sempre gli stessi. Un disco per autore, niente best of e rifritture varie. E, salvo il podio, l’ordine delle restanti posizioni non ha molta importanza. Diciamo che per le prime dieci posizioni cerco in genere di lasciarle, ove possibile, alle “nuove proposte” mentre le altre 10 li lascio per gli amatori, vecchie glorie ed “rieccoli” vari.
20. Joe Bonamassa – Driving Towards The Daylight

Con questo disco Joe Bonamassa raggiunge la media di un disco all’anno. Dodici in studio dal 2000. Si parte forte con Dislocated Boy, un bel blues rock melodico, tra Jeff Beck e Gary Moore. Driving Towards The Daylight starebbe bene nella discografia di Brian Adams. Heavenly Soul è una versione a tutta birra di Goin’ Down Slow di Howlin’ Wolf, Somewhere Trouble Don’t Go, se non fosse per il pianoforte, entrerebbe di diritto in Eliminator degli ZZ Top (che è del 1983). Ben riuscita la resurrezione in stile Led Zeppelin di Stones In My Passway di Robert Johnson. La cover di Who’s Been Talking? è mediocre, mentre I Got All You Need e Lonely Town Lonely Street (sempre cover, la prima di Willie Dixon, la seconda di Wathers) sono dei pregevoli pezzi blues rock. Bellissime invece A Place In My Heart (originale di Bernie Mardsen) e New Coat Of Paint (stavolta tocca a Tom Waits) con la chitarra di Joe scintillante come si deve.
Perla del disco è senza dubbio Too Much Ain’t Enough Love (cantata dallo stesso Jimmy Barnes), aggiornata al sound di oggi (il sound anni ‘80 proprio non mi piace) con un Bonamassa che fa sua la lezione di Jeff Back.
Disco realizzato più per volontà di suonare che per ispirazione. In ogni caso, Bonamassa non spreca mai una nota e il risultato è sempre vincente.
19. Robert Glasper Experiment – Black Radio

Il jazz non è il mio forte ma è impossibile non poter ascoltare e non spendere due parole su questo disco. Che non è solo jazz, il jazz di Keith Jarrett, di McCoy Tyner o Herbie Hancock, con tanto di copertina pensierosa come altri dischi jazz. C’è anche tanto soul, con le meravigliose voci di Eryka Badu, King e Lalah Hathaway su gli scudi – Cherish The Day è la perla del disco, con il piano di Glasper leggero come l’aria di montagna. C’è anche l’hip hop, in Always Shine e Black Radio. Fa capolino anche l’r&b, con Ledisi in Gonna Be Alright. E poi quella che non ti aspetti: Smells Like Teen Spirit, cover dei Nirvana, qui in versione lounge/chill out, dilatata, ma comunque sempre emozionante.
18. Michael Burks – Show Of Strength

Purtroppo, Micheal Burks ha fatto solo in tempo a registrare questo disco e ad organizzare la tracklist, prima che un infarto mortale lo cogliesse all’aeroporto di Atlanta nel maggio del d2012, di ritorno da un tour in Europa. Jill Dollinger, boss dalla Alligator, decide di far uscire l’album così come concepito da Burks, senza tramutarlo in un album postumo.
Se non postumo (operazione spesso brutta che si fa per raschiare il barile) magari un album “testamento”. In Slow Of Strength ci sono tutti gli elementi della musica di Michael. Innanzitutto, la passione per Albert King, ricordata – oltre che alla stazza, superiore ai 100 chili – sia nella voce, potente ma calda e melodica, sia per precisione stilistica (Take A Chancen On Me, Baby, Storm Warning, Valley Of Tears sono dei validi esempi). C’è il wha – wah di Eric Clapton (Count On You), il dinamismo di Buddy Guy (I Want To Get You Back), lo shuffle degno del miglior B.B. King (What Does It Take To Please You?), lo Chicago Blues di Muddy Waters (Little Juke Joint con Scott Dirk all’armonica).
Se non bastano le citazioni di lusso, allora Micheal ci mette del suo: Can You Read Between The Lines? è un bel mix tra blues e funky, Since I Been Loving You non è la cover dei Led Zeppelin ma è simile per la compostezza della sezione ritmica nella parte iniziale mentre 4 Hour Blues è il classico slowblues che non può mai mancare – con Roosevelt Purifov al piano.
Ma ci sono due pezzi che brillano su tutti. Il primo è Cross Eyed Woman, straordinario blues intriso di soul condita dal meraviglioso assolo di Micheal. Il secondo è Feel Like Going Home (originale di Charlie Rich), composizione dal piglio gospel, incentrata sul piano di Sharp dove si posa a meraviglia prima la voce e poi la chitarra di Micheal.
17. Michael Kiwanuka – Home Again

La voce di Kiwanuka, così raw soul, si muove su un passato importante. Ci sono Al Green e Van Morrison in Tell Me A Tale (peccato che nel disco si perda questo sapore un po’ etno jazz), Curtis Mayfield nelle chitarre di I’ll Get Along, Otis Redding in Any Day Will Do Fine. Andiamo incontro alle strutture black di Marvin Gaye con la dolcezza bianca di Nick Drake in I’m Gettin Ready, Home Again e Rest, il songwriter di Paul Simon e le inflessioni doo-wop in Bones e Always Waiting. Figuriamoci se in questo mare magnum non manca la chicca: Worry Walks Beside Me, pezzo soul leggero come l’aria tra piccoli accordi di chitarra, archi, pianoforte, cori e un cantato con un’intensità degna del migliore Sam Cooke.
16. Lana Del Rey – Born To Die (Paradise Edition)

Un peccato capitale direttamente in classifica. Mi assolvo dicendo che ormai sono troppo smaliziato per farmi piacere ciò che propongono radio e giornali. Deciso di ascoltarlo sono rimasto folgorato Distante anni luce da Lady Gaga, Lana del Rey prende Adele, gli toglie il lato soul e pompa nelle canzoni synth pop e archi su archi. Che tradotto in musica fa Born To Die, dove Lana canta con una voglia da rientro in ufficio post ferie d’Agosto. Non molto diversa Blue Jeans, mentre Off To The Races tende ad un r&b da lolite. Archi e una linea melodica invidiabile fanno di Video Games una delle migliori canzoni del disco. Non lo inventa di certo Lana, ma questo è l’esempio di come si può fare buona musica pop. Diet Mountain Dew segue le tracce di Off To The Races, tutta giocata tra l’infantilità dei cori in sottofondo e il canto sotto effetto elio. Brutta cosa National Anthem (scopiazzamento dei Verve di Bitter Sweet Symphony), così come Radio. Mentre Carmen e Million Dollar Man strizzano un po’ l’occhio ad Anna Calvi, Dark Paradise e This Is What Makes Us Girls sono un altro esempio di pure pop pompato ad oltranza. Ma l’altra chicca è Summertime Sadness, trip hop orecchiabile con archi e finale letteralmente preso in prestito ai Depeche Mode. Ho scelto la versione Paradise Edition perchè, con la maturità acquisita Lana ha piazzato altri 3 super pezzi come Ride, American e Cola. I peccati o si fanno per bene o non si fanno!
15. Kid Koala – 12-bit Blues

Alias Peter San, classe 1974, canadese. Quando il blues passa dalla mie parte faccio di tutto per afferrarlo e questo disco sulla carta mi sembrava interessante per il fatto di unire blues ed elettronica. E infatti non mi sbagliavo! Kid Kaola sui giradischi vola: taglia, copia, incolla piano e organo ieratici, scratch, voci distorte, salti della puntina. Ritmi sbilenchi, tra l’hip hop e il trip hop. I sample vocali sono presi tutti da bluesman famosi, vedi John Lee Hooker o Albert King.
L’operazione risulta vincente e divertente ed ha anche un pregio: rivoltare il blues per suonare ancora di più blues.
14. John Talabot – Fin

È giovane, è spagnolo. Ma è anche un esordiente, visto che questo fin è la prima prova su lunga distanza. Fino ad oggi aveva fatto il dj producer nelle notti spagnole, attitudine che poi alla fine verrà fuori alla fine del disco. Tanti elementi. Come da premessa, l’inizio minimal in crescendo di Arandel (Depak Ine), l’elettro pop di Jamie Woon (Destiny Feat. Pional), la danza di Four Tet (Last Land, gioiellino tra hand clapping, archi, voci sospese), l’eurodance balneare (When The Past Was Present, qua viene fuori il carattere spagnolo), l’house oscura e di lana grossa (Oro Y Sangre, H.O.R.S.E.), i synth di Washed Out (Missing You) e nel finale, la musica soul house di Robert Owens rivisitata da Nicolas Jaar (So Will Be Now Feat. Pional, altro pezzo forte). Il disco è vario, regge bene la sua durata (quasi un’ora), tranne qualche piccolo passo falso, come El Oeste (troppo lungo per essere un intermezzo, troppo inconcludente per essere una canzone) e Journeys Feat. Ekhi (pezzo à la Beach House un po’ pasticciato).
13. Calibro 35 – Ogni Riferimento A Persone Esistenti O A Fatti Realmente Accaduti è Puramente Casuale

Questo è il terzo album per la formazione milanese, uscito per la Venus, che segna uno smarcamento dai dischi precedenti con pezzi più compatti e l’aggiunta delle voci (in ben tre canzoni). L’album si apre con il basso misterioso di Luca Cavina e la canzone è tutta un nascondersi nella notte fino all’inseguimento finale. Con Uh Ah Brrr è già l’ora dell’aperitivo. Si va poi – tra Beatles e Kula Shaker – a New Dehli Deli, un bel Cynar con Il Pacco, per poi scivolare in un po’ di romanticismo in Buone Notizie. Poi, tutti a fare un bel furto con scasso in La Banda Del B.B.Q. (Brooklyn, Bronx, Queens), misto tra funky e i Proppelerheads dei tempi d’oro. Ma la giornata prima o poi finisce, il Massacro All’Alba non è un’opzione ma un destino. E’ il pezzo migliore del disco; epico, cattivo, tutto groove di basso e tastiere. Immancabili le due cover: New York New York di Piero Piccioni e Passaggi Nel Tempo di Ennio Morricone.
12. Bill Fay – Life Is People

Un magistrale soffio di vento lungo quarant’anni di carriera.
11. Nina Kraviz – Nina Kraviz

I punti di partenza sono simili a quelli di Deniz Kurtel nel suo Music Watching Over Me, uscito lo scorso anno per la Crosstown Rebels. Sempre sensualità e ipnosi, ma qui al posto della parola techno c’è la parola deep. Già da Walking In The Night si capisce l’aria che tirerà nell’album: riverbero oscuro in sottofondo e la voce calda e in eco della Kravitz. E più l’album si avvia verso la fine più si scende verso l’abisso e l’oscurità, dove c’è il soul di Robert Owens (Aus), l’r&b più nero (Ghetto Kraviz) con la Kraviz che biascica litanie incomprensibili (Best Friend). Torna a cantare nella conclusiva Fire, à la Bjork di Hunter con sottofondo ambient mandato al contrario. Opera prima perfettamente riuscita, si attendono conferme in futuro.
10. Holy Other – Held

Bell’esordio per questo giovane producer che si destreggia abilmente tra schegge burialiane, i ritmi claudicanti di Clams Casino e la morbidezza di James Blake.
9. Voices From The Lake – Voices From The Lake

Il progetto Voices From The Lake nasce dall’incontro tra due dj e producer italiani (il primo romano, il secondo calabrese), Donato Dozzy e Neel. I nostri non sono due novizi ma vantano un curriculum di lungo corso fatto di collaborazioni con altri artisti della musica, dj set in tutta Europa e remixes vari. Ma è la prima volta che si cimentano in un lavoro del genere. Pronti, si parte. L’acqua che scorre è solo l’inizio, le voci del lago sono in profondità. Esse sono avvolte in frammenti dub nere come la pece (Iyo), sono i minimalismi di Villalobos in Vega, l’Arendel senza tanti fronzoli di Manuvex. Stop. Circe divide il disco, S.T. (Vftl Rework) ci ipnotizza; siamo in balia dei tribalismi di Meikyu (Murcof sotto effetto Andy Stott); Giova ci conduce nello spazio di Twins In Virgo dove i synth in sottofondo sono le nostre sirene. I bleeps di Mika aggiornano la rotta, si torna indietro. Con gli sprazzi lounge di Hgs torna l’acqua ed eccoci di nuovo in superficie. Il disco assume un significato solo nella sua interezza (non breve, più di un’ora). La fusione di minimal, ambient, house, techno, dub è perfetta, un viaggio dantesco tra diversi stili, quando in realtà il viaggio è dentro noi stessi. Essere rapiti non è mai stato così bello.
8. Dead Can Dance – Anastasis

Risorgono i Dead Can Dance e lo fanno con la loro musica: i ritmi etnici e orientali di Anabasis, Agape e Kiko, la sinfonia maestosa di archi e fiati in Children Of The Sun e Amnesia, il ritmo tribale di Opium, l’armonia celestiale – e anche un po’ cinematografica – di Return Of The She-King, la ninna nanna di All In Good Time. C’è molto misticismo, la voce di Perry – sempre più baritonale – non perde un colpo. Lisa sembra meno presente ma quando c’è regala un calore fuori dal comune. Con una produzione magnifica e solenne c’è solo da dire “bentornati”.
7. Jon Porras – Black Mesa

Membro dei Barn Owl, alla sua seconda prova solista. Atmosfere à la Labradford, chitarrismo arido e celebrale, sulla scia dei Crippled Black Phoenix, Silver Mt. Zion, Charalambides e Harvestman.
6. Demdike Stare – Elemental

Epica conclusione di un percorso nato con Symbios per il duo inglese, dove dub muscolare, post industrial, drone ed esoterismo si fondo opera mastodontica ma affascinante.
5. 36 – Lithea

Con Lithea, Dennis Huddleston aka 36 va a chiudere la trilogia iniziata con Hypersona nel 2009 e con Hollow nel 2010. Dualità è il punto principale dell’album: da saturazioni ambientali e maree droniche, affrancate da pulsazioni notturne che virano verso profondità lente ed ipnotiche (sonorità già presenti anche nel LP Memories In Widescreen) si passa a piccoli motivetti armonici fatti da loop in reverse o rivoli d’acqua, dai bassi marcati di Cocoon e Susurrus alla dinamicità della title track. La melodia in reverse di Broken Toy fa da controcanto al lungo e oscuro viaggio di Another World. Ci sono sempre loro, i Tangerine Dream, gli Stars Of The Lid, i Labradford, Basinski (Susurrus è un classico), cattedrali heckeriane, i carillon tanto cari ai primi Tied + Tickled Trio (Seance). E se chiusura deve essere, chiusura in bellezza è stata.
4. Richard Skelton – Verse Of Birds

Richard Skelton rappresenta ormai una buona percentuale della mia musica che più preferisco. Landings fu un disco straordinario, uno dei miglior che abbiamo mai ascoltato da quando mi cimento con le 7 note. Questo Verse Of Birds ne ricalca fedelmente intenti e ambizioni ma il suono si fa più aspro e distorto, lasciando per un attimo lande desolate e aggiungendo ancor di più incertezza e fragilità.
Piccola nota di rammarico: l’ho comprato sul sito della Corbel Stone Press, usando la carta di credito della mia fidanzata. E ovviamente la dedica da parte di Richard Skelton è arrivata a nome suo.
3. Andy Stott – Luxury Problems

Dopo i due Ep dello scorso anno, stavolta Andy fa il botto. Il producer inglese riesce a coniugare perfettamente certe dinamiche dei Massive Attack, la pesantezza dei Throbbing Gristle, il lirismo dei Dead Can Dance con le intuizioni di artisti più recenti, da Burial a James Blake, fino ai Demdike Star e Voices Of The Lake. Poi dà il microfono ad Alison Skidmore, la sua insegnate di pianoforte e il risultato è spettacolare: Numb, Lost And Found, Hatch The Plan son tutte pervase da una voce celestiale su ritmi da arresto cardiaco, ossessivi e de-saturati. Splendida la tittle track, un house sensuale ed oscura che proprio in un disco del genere non ti aspetteresti.
2. Raime – Quarter Turns Over A Living Line

Uscito ed ascoltato all’ultimo tuffo. Ma era quello che mancava, l’anello di congiunzione tra Demdike Stare e Andy Stott. Minimal, dark ambient, schegge post industral, dubstep che più grezzo non si può. Il picco si ha in Your Cast Will Tire, un calderone nero dove Lustmord mescola con sapienza luciferina Ben Frost e Richard Skelton.
1. Hans Zimmer – The Dark Knight Rises Soundtrack

Sarà strano ma quest’anno vince una colonna sonora. Vince per tre motivi: un premio ad una delle miglior (per chi scrive) trilogie cinematografiche, alla quale sono particolarmente affezionato. Secondo, Hans Zimmer tira fuori una colonna sonora epica, maestosa, tra violini, archi, fiati, voci di popolo, perfettamente allineata con il phatos del film. Terzo perché




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