Anche questo mese una manciata di dischi interessanti e 3 chicche notevoli.
Partiamo dai secondi. Stavolta il capodanno 2013 ci ha lasciato una morte, quella di Roberto Ciotti a soli 60 anni, uno dei più grandi bluesman “de noanrti” e storico collaboratore di Bennato e autore di colonne sonore come quella di Marrakech Express.
Sono riuscito a procurarmi Bluesman, anno 1979, registrazione acustica e in presa diretta “come si faceva una volta” per questo chitarrista romano, che lo vede alle prese con pezzi classici blues come Mean Ol Frisco di Arthur Big Boy Crudup, Baby Please Don’t Go di Big Joe Williams, Crossroad di Robert Johnson. Una squarcio di Mississippi sulla Tiburtina, chapeau.
Sempre in territorio italico sono riuscito a trovare Quintali, il nuovo disco dei Bachi Da Pietra uscito lo scorso anno, band che non conoscevo e che avevo cercato più volte di ascoltare. Non mi immaginavo niente di diverso: batteria marziale, riff grondanti marciume, linee vocali grezze e testi corrosivi. Provare a resistere e come andar a far cinghiali con un sacchetto di coriandoli.
Rimanendo “sul genere” c’è da ricordare la nuova uscita di Michel Cloup Duo, Minuit Dans Tes Bras. Uno schema semplice per questo duo francese, formato da Michel Cloup e Patrice Cartier, con una batteria dedita a creare la scena e una chitarra a muovere i fili, in bilico tra prog, post rock, stoner. Il cantato in francese non lo reputo il massimo per questo tipo di musica ma il risultato nel suo complesso non è male.
Dopo il genere “estremo” si passa a cosa più “terrene” come la prima uscita del 2014 della Denovali per mano di Carlos Cipa e Sophia Jani dal titolo Relive. Solo due tracce per questa coppia di sposi cresciuta nella “cantera” della case discografica teutonica, una melodia in crescendo per pianoforte, tra riverberi, percussioni e chitarra. La casa discografica è sempre sinonimo di qualità, vediamo se riusciranno a realizzare qualcosa di buono sulla lunga distanza, le premesse ci son tutte.
Chiudo il capitolo “cose interessanti” con Seven, che segna il piacevole ritorno alla ribalta di una delle protagoniste della musica pop degli anni novanta, ovvero Lisa Stansfield e con All Love’s Legal di Planningotorock, già apprezzata da queste parti per l’album W del 2012. Un disco che sicuramente andrà approfondito nel corso dei prossimi mesi.
E veniamo alle 3 chicche annunciate precedentemente.
La prima ci permette di tornare in Italia grazie ai Be Forest. Dopo 3 anni dal – si dice, perchè non l’ho ancora ascoltato – valido Cold, il trio formato da Erica Terenzi alla voce e alla batteria, Costanza Delle Rose alla voce e al basso, Nicola Lampredi alla chitarra – con la collaborazione di Lorenzo Badioli per i synth e effetti – da alle stampe Earthbeat. Atmosfere sognati, piccoli bozzetti di acquerelli, gioiellini pop, tra Cocteau Twins, My Bloodie Valentine, tra il basso dei Cure e lo shoegaze dei Blondie Redhead (in Airway ad esempio), fino ad arrivare agli attuali Daughter, confronto dai quali non escono sicuramente spacciati. Nel vuoto pneumatico della musica italiana trovare album del genere fa sempre tirare un sospiro di sollievo, vuol dire che qua c’è qualcuno che sa ascoltare ed ha buona tecnica e sale in zucca per proporre la propria musica.
La seconda chicca è Emmaar, il nuovo disco dei Tinariwen o come li chiama la mia fidanzata “i tuoi amici arabi”. Lontano dalla vivacità occidentale di Tassili  – per non parlare di Chatma dei Tamikrest! – Emmaar riprende la coralità di Imidiwan: Companions, con un paio di canzoni sugli scudi come come Tahalamont, Arhegh Danagh, Imidiwan Ahi Sigdim. Pur avendo qualche passaggio a vuoto e non introducendo sostanziali novità nel loro sound – anche se le quattro chitarre fraseggiare tra loro è sempre un gran sentire – i Tinariwen mantengono il merito di esser sempre se stessi e di proporre la loro musica, nonostante i tentativi di alcuni, mettiamola così, di salire sul carro dei vincitori.
Concludo con il nuovo disco dei Bohren & Der Club Of Gore, ovvero Piano Night, uno dei miglior dischi che ho ascoltato fino ad adesso e credo che rimarrà ad alto livello anche alla fine dell’anno. I Bohren & Der Club Of Gore sono attivi fin dal 1994 e al tempo facevano musica prettamente doom metal. Negli anni a seguire hanno preso una strada artistica diversa che li ha portati ad essere in territorio noir jazz. Piano Night è uno di quei dischi che ascolti e poi dici “a ma siamo già alla settima canzone?”. E’ un lungo flusso di sassofono, un pianoforte estremamente decadente, piccoli squarci di vibrofono in un mare di nebbia, delusione e solitudine. Togli ai Morphine la componente rock e due terzi dei bpm, ai Dale Cooper Quartet & Dictaphones la parte più impro e avanguardista. Disco non per tutte le stagioni – che per malinconia mi ha ricordato il Cause And Effect di Mario Massa e Saffronkeira dello scorso anno – ma è impossibile non struggersi nella lunghe suite Ganz Leise Kommt Die Nacht e Verloren.

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