Inizio con una “visione” invece di un ascolto puro e semplice: il concerto di Joe Bonamassa al teatro Arcimboldi di Milano. Ascoltato (ed inseguito) per un paio di anni, finalmente riesco a convincere la ad accompagnarmi. Nonostante i prezzi da strozzinaggio, l’Arcimboldi è pieno a tappo. E arriva la sorpresa, ed io ingenuo che non avevo fatto caso agli ultimi dettagli: il concerto è diviso in due parti, la prima acustica la seconda elettrica. Prime 9 canzoni suonate con 9 chitarre acustiche diverse, supportato da Derek Sherinian, Lenny Castro (percussionista cubano di fama mondiale) e Gerry O’Connor (abilissimo artista irlandese che ha suonato violini e banjo durante il primo set) e Mats Wester. Si va da Woke Up Dreaming passando per Black Lung Heartache, Jockey Full Of Bourboun, Stone in My Passway per chiudere con la lunga Athens to Athens, impreziosita dagli assoli dei vari musicisti, con un Lenny Castro sempre sugli scudi.

Dopo una piccola pausa e un breve cambio di scena entrano in formazione Tal Bergman alla batteria e il fidato Carmine Rojas al basso. Si alzano i decibel per un set che svaria su tutta la discografia di Bonamassa, da Dust Bowl a Oh Beautiful, da Driving Towards The Daylight fino a The Ballad of John Henry, passando per Mountain Time e Slow Train.

Uno show di gran classe, lungo più di tre ore, dove si mette in risalto tutta la classe di Bonamassa e i musicisti che gli fanno di contorno. Per dirla alla Carlo Verdone, Joe Bonamassa ha il pregio di riportare in auge la grande chitarra, quella di Jeff Beck ed Eric Clapton.


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