Questo maggio 2014 sarà il mese dello stracotto. Come la carne va lasciata sul fuoco indisturbata per ore ed ore, anche quelle poche cose degne (per me, of course) di attenzione, dovranno avere il tempo di cuocere.
Perchè si parla pur sempre dell’ultimo disco di Fennesz e di Ben Frost. Al momento ho solo assaggiato la carne e vi dirò la mia impressione.
Dopo sei anni da Black Sea – anche se nel mentre non sono mancate numerose collaborazione con Sakamoto e nel trio insieme a O’Rourke e Rehberg (Fenn ‘O Berg) – torna Christian Fennesz con Bècs. A 52 anni, il musicista austriaco ha il merito di non cadere mai nell’astrattismo fine a se stesso ma di creare sempre delle trame dalla imponente vena melodica. Sia che si tratta un percorso ad ostacoli rumoristici heckeriani (The Liar, Pallas Athene), l’aria crepuscolare satura di fraseggi di chitarra in un poderoso crescendo emotivo (Liminality, Bècs) o il romanticismo elettroacustico (Paroles).
Ben Frost. La prima volta che ho ascoltato un suo disco – By The Throat – ero nel posto più sbagliato possibile, al mare. Non mi fece molto effetto, mi ricordo che cambiai subito a favore di Deepchord ma poi, in un ambiente più consono, seppi apprezzare la qualità del disco. Per questo nuovo, A U R O R A, mi sono premunito, ascoltandolo in cuffia e nel mio ambiente preferito. Boom! Non più il gesso su una lavagna di By Throat ma prorompenti melodie sintetiche si fanno largo in mezzo alle tempeste di rumore (Nolan o Secant). I brani raggiungo la saturazione sonora e l’orgia dii tribalismi tra Pan Sonic, Alva Noto e NIN nel duo finale Sola Fide / A Single Point Of Blinding Light chiudono il cerchio. Il cerchio di un disco che, come già premesso all’inizio, andrà nel tempo approfondito.
Chiudo con un cappello di Do You Realize? nel quale mi rivedo in particolar modo:
[…] Per dirla facile, nel target di A U R O R A rientra certamente il più esigente e raffinato cultore elettronico, ma forse la chiave migliore è proprio in mano all’ascoltatore rock moderno e consapevole, che magari non si sentirà mai veramente suoi gli ultimissimi ritrovati della scena electro, ma ascolterebbe all’infinito l’ultimo singolo di Burial e in certi giorni potrebbe vivere soltanto dei terremoti di Andy Stott.
Dopo i big, alcune nuove proposte interessantissime.
Dopo una manciata di singoli e l’Ep Workshop 12″ del 2011 debutta su lunga durata Kassem Mosse (aka Gunnar Wendel). Producer abile e sapiente nel creare un suono variegato e intriso di sensuale e raffinata musica elettronica. Niente nomi ai brani in questo Workshop 19, solo un mero ordine letterale, dove la sezione A e B sono imperversate da ipnotizzanti groove machine su onde di sintetizzatori, mentre nella parte da C a D si ha un ambient più oscuro e dilatato. Promosso a pieni voti.
Silenzio gelido e atmosfere claustrofobiche in Drowning In The Sky, collaborazione tra Pjusk (alias Rune Andre Sagevik e Jostein Dahl Gjelsvik) e l’esordiente Sleep Orchestra (alias Christoper Pegg).
Il producer Fluxion (alias Konstantinos Soublis) ci racconta in Broadwalk Tales il suo viaggio a New York, in un mix di dub, techno, minimal, dalle parti di Deepchord e compagnia bella.
Fuori dalla sezione elettro rammento il blues rock tra Rory Gallagher e Ray Vaughan di Brent Johnson in Set The World On Fire, e la bella voce soul di Gregory Porter in Liquid Spirit e le 5 piacevoli composizioni per chitarra di Chris Forsyth in Solar Motel in stile alt-country di certa americana obliqua e noise free form.
Per la bellezza di From Themselves Into Stream di Richard Skelton credo che non ci sia bisogno di aspettare il panettone.
Ricapitolando
Fennesz – Bècs (2014)
Ben Frost – A U R O R A (2014)
Kassem Mosse – Workshop 19(2014)
Pjusk / Sleep Orchestra – Drowning In The Sky (2014)
Fluxion – Broadwalk Tales (2014)
Brent Johnson – Set The World On Fire (2014)
Gregory Porter – Liquid Spirit (2014)
Chris Forsyth – Solar Motel (2014)
Richard Skelton – From Themselves Into Stream (2014)




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