In occasione dell’uscita in versione rimasterizzata e a 4 anni esatti dallo scioglimento del gruppo, due parole sul capolavoro della band di Boston.

Il Panopticon é un carcere ideale progettato nel 1791 da Jeremy Bentham. La struttura del Panopticon e composta di una torre centrale, all’interno della quale si trova un guardiano o più semplicemente un osservatore. Intorno ad esso si estendono, in forma circolare le celle dei prigionieri. Vi sono due finestre in ogni cella, una rivolta verso l’esterno per prendere luce e una verso l’interno. Tramite un ingegnoso gioco di luce e controluce, il guardiano pub controllare lo spazio circolare e circostante senza essere visto. L’uno che osserva tutti. Lo scopo di tale costruzione è quella di diffondere un controllo sulla mente dei prigionieri che non sono mai in grado di stabilire se sono osservati oppure no.

Quando scrissi questa recensione, circa sei anni fa, le righe che avete appena letto dovevano servire come semplice introduzione, per dare un tocco “erudito” al tutto. Ma poi, andando a leggere i testi, mi resi conto di quanto essi fossero inerenti al Panopticon, come se il disco fosse stato registrato lì dentro, come se fosse un manuale di uso e manutenzione per questo carcere mai costruito.

Di conseguenza, quello che uscì dalla tastiera non fu proprio una recensione, ma un’interpretazione del significato del disco secondo il mio punto di vista. La cosa paradossale è che negli anni ho ripreso in mano quanto scrissi con l’intento di togliere un po’ di cose e alleggerire la lettura ma non ci sono riuscito. Ormai questo disco per me è cosi, non posso scindere musica e testi. Quindi ho deciso di lasciare tutto come è.

Ma torniamo alle cose serie.

Sempre dediti all’innovazione sia artistica che stilistica, raggiunta con il precedente album – Oceanic – con questo disco uscito nel 2004, la band di Boston riesce ad allentare la rabbia del post-core dal quale proviene (Neurosis su tutti) diluendolo con il post-rock più chitarristico.

Il disco (ad oggi alquanto profetico) ad una prima impressione, si presenta pesante, monolitico, asfissiante. Cosi come il Panopticon nel suo aspetto esteriore, ovvero quello di un comune carcere. Ma se si scava al suo interno si nota una costruzione geometrica precisa al millimetro: chitarre ora distorte ora libere che si incastrano alla perfezione, con il basso che scandisce sempre la loro metà. Il fatto che le canzoni abbiano tutte un baricentro preciso, una doppia faccia, un doppio punto di osservazione, un dottor Jeckyll e mister Hide al suo interno rendono maggiormente l’idea del significato che ha il Panopticon. Ma qui non si parla del carcere in sé, bensì si utilizza la sua costruzione geometrica e architettonica come visione per parlare della condizione umana. Tutto funziona alla perfezione in questo disco. Nessuno che tenta di strafare mettendo una nota in più.

L’album si apre con So Did We. I primi secondi sembrano presi direttamente da Oceanic, ma è solo un “dove eravamo rimasti”. E siamo rimasti proprio qui, cioè che siamo: dei semplici esseri umani.

Our skin worn thin / Our bones exposed life reduced to ticks

Subito le chitarre di Turner e Gallagher prendono a rincorrersi l’un con l’altra, con il drumming di Harris a scandire il tempo che passa e il basso di Caxide a fare da baricentro alla canzone dilatandone la consistenza. Questa è la prima faccia della medaglia. Ma da dentro il Panopticon si può guardare tutti senza essere osservati e da qui si snoda la seconda parte della canzone: da dove veniamo.

From forest caves and azure skies / We crashed upon this earth / The years, they passed and so did we / Yet, resistance would be brought

La rullata finale di Harris sulla voce pulita di Turner, e la chitarra che prende il suo posto cancellano ciò che è stato fatto. Tabula rasa, si riparte dal principio.

Blacklit è la chiave dell’album, quella che spiega gli effetti del Panopticon stesso, dove Turner si divide tra growl e cantato pulito.

Always object Never subject / Can you see us ? / Are we there? / Are we there… /Can you see me? We are watching / We are watching /You are fading… In the daylight…. Fading….

Ma c’è sempre un motivo di speranza: la luce. Il basso di Caxide in solitudine, la canzone che mantiene la sua forma, pulsa, prende vita man mano che le chitarre di Tuner e Gallagher si fanno sempre più unite. La luce è speranza, la speranza è vita.

Always upon you, light never ceases / Lost from yourself, light never ceases / Thousands of eyes, gaze never ceases / Light is upon you ‘til life in you ceases

In Fiction smentisce, paradossalmente, quanto detto in precedenza. Ma è solo l’apparenza, finzione. Il Panopticon e pesante, si muove difficilmente cosi come la canzone. La partenza è lenta affidata solo al basso di Caxide e al drummig leggero di Harris, con riff isolati sparsi qua e là. E‘ una creatura che pian piano prende forma e insieme ad essa acquisisce conoscenza: la conoscenza di essere stati ingannati in un tempo passato.

Through fiction we saw the birth / Of fittures yet to come

Finzione, appunto.

Yet in fiction lay the bones / Ugly in their nakedness

Anche nella finzione la nostra condizione di essere umani resta quella che è. Siamo e saremo fatti di ossa e polvere.

Cosi come in So Did We e in Blacklit, il basso di Caxide si stacca da gli altri strumenti e segna nuovamente il baricentro della canzone.

Yet under this mortal sun / We cannot hide ourselves

Non ci possiamo nascondere, perché qualcuno è sempre lì, pronto a guardarci. Il sole mortale si riferisce simbolicamente all’uomo. Sole perché è in alto e guarda tutti noi, ma è mortale perché è pur sempre un uomo. Il finale è magistrale: Gallagher e Turner mandano la canzone in una precisa direzione, Harris la stoppa e Caxide la riavvolge su stessa. Si ritorna al punto di partenza. Nella nostra condizione di semplici esseri umani, la finzione è mera illusione.

Wills Dissolve è l’opposto in termini di architettura musicale. L’inizio è silenzioso, con quei rivoli d’acqua che erano il marchio di fabbrica Isis negli album precedenti.

Those eyes and (this) tower have seeped into our open veins

Gli occhi sono quelli di chi ci guarda, cioè di chi è al centro del Panopticon. Il drumming sincopato di Harris introduce una triste verità.

Uncoiled was it’s strength / And our souls en masse / Poured down in sheets of rain / And dissolved ‘neath their feet

Il Panopticon è in primis, una prigione. Ma è un prigione non solo fisica o nella sua utilità, ma è anche un prigione geometrica. Ed è proprio la sua geometricità a rendere massiccia la sua coercizione, il suo spogliare un uomo di tutto ciò che possa avere.

Circling further down / Our wills dissolve ‘neath their feet 

Nel mondo esistono persone che vivono per intero la loro esistenza sotto l’oppressione di qualcuno che si fa vedere solo quando c’è da impartire ordini o direttive. Esseri umani usati come strumento per un elitè non meglio precisata. Imperversano le distorsioni delle chitarre, il tono è oscuro, tetro, ma al contempo stesso desolato e rassegnato. Ma la flebile chitarra nel finale (anche qui la canzone torna al punto di partenza cosi come le altre) ad infondere un minimo di speranza.

Sindyc Calls: il giorno del giudizio, la fine dell’agonia. La morte si affaccia, punta il dito e chiama.

Syndic calls your name / Show your thinned face at the window

Anche in questa occasione, il basso di Caxide si stacca, Gallagher e Turner dialogano a colpi di riff sporchi e sbilenchi sopra il tappeto elettronico costruito ad arte da Mayer. Magistrale l’esplosione in cui la morte mostra il suo sorriso beffardo.

Is this the next “last day”? / Prepare to be carried by the “crows” / Heavy hand upon the land / Feel its weight inside you

Beffardo perché è una morte annunciata da tempo (Is this the next “last day”?), ovvero quella a cui siamo condannati dalla nascita, ma che ancora non avviene, lasciando in angoscia chi attende la mano sopra la propria testa.

Altered Course è un pezzo interamente strumentale che vede la partecipazione di Justin Canchellor dei Tool. Il pezzo post rock dell’album, quel post rock che sarà il punto di partenza dei Red Sparowes un anno dopo l’uscita di questo disco.

L’acqua non c’è, è sparita, evaporata. Ma rimane il suo corso, affrontato ora singolarmente ora all’unisono da tutti i membri della band. Niente baricentro stavolta, la canzone è cosi: un lungo susseguirsi di riff chitarra che si legano, si abbracciano, si lasciano e si riprendono tra di loro, sotto il drumming preciso e tribale di Harris e il basso effetto bolla ora di Chancellor ora di Caxide.

Come chiudere un disco se non con Grinning Mouths? Musicalmente ricalca lo schema di Wills Dissolve, anche se c’è un qualcosa che richiama False Light di Oceanic.

Magistrates dream of plague / Tongues loll in anticipation /You are awake in their darker visions / Drool slips from ginning mouths /The plague is forced on us all / Is it there?Are they there? / Shouts of fact abound / But whispers of truth burn through/ Is it there? Are they there?

Chi sta sopra di noi, il guardiano del Panopticon, i pochi che guardano i molti, ci infonde paure, angosce, ansie, odio. Ci tarpa la verità e la libertà.

E non ci resta nemmeno il tempo di morire…

Artista: 2004
Genere: Post Metal
Etichetta: Ipecac


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