Per ragioni quadristico – edilizie non ho avuto molto tempo in questa estate per scrivere costantemente. Sono costretto ad accorpare i mesi di giugno, luglio ed agosto. Breve carrellata, gli approfondimenti vengono rimandati a momenti più lucidi.

Kyoka – Is (Is Superpowered)

Nome per esteso Kyoka Kondo. Giovanissima anche lei, origini giapponessi, è nella scuderia Raster Noton (Frank Bretschneider, Alva Noto, Herr Olaf Bender aka Byetone).

Come ho già scritto per Solen Arc di Kanding Ray (anche lui Raster Noton), io la techno non la inzuppo nel cappuccino, però… Beh se è qualcosa di massiccio la prendo volentieri. La ragazzetta nipponica ha uno stile si eccentrico ma del tutto personale, con un un approccio che mescola raw sound ottenuti, tra le altre cose, da manipolazioni su nastro, broken beat e altre ritmiche dance di area house.

Alex Banks – Illuminate

Artista di vent’anni alla sua prima opera, propone breakbeat esplosivi e melodie suadenti impreziosite dalla voce angelica di Elizabeth Bernholz.

Christian Löffler – Young Alaska

Altro producer poco più che ventenne. Ambient-techno di stampo classico, battito dolce e mai pompato, tappeti di synth delicati, un percorso sospeso tra malinconia ed euforia, attraverso una colorata e calda palette di campionamenti, suoni acustici tra fascinazioni ambient e new age. Si svaria, da Panta du Price (l’apertura di Young Alaska), Four Tet (Beirut) a Jon Hopkins, da Múm e al post-rock islandese.

SOHN – Tremors

Al secolo Christopher Taylor, anche lui è alla prima opera “solista” dopo essersi fatto conoscere come producer che lo ha portato a collaborare con astri nascenti quali Banks e Kwabs e a remixare tracce targate Lana Del Rey e Rhye.

Ne approfitto per fare un discorso più generico. Come scrissi qualche anno, il merito principale di James Blake fu quello di rimettere al centro del tutto la voce. Qualcuno se n’è approfittato, inzuccherando la voce in una sorta di soul ultra bianco, riservando poche energie – ed idee – al sound vero e proprio, senza quindi apportare niente di che alla scena in questione.

Pur non ritenendo un disco da strapparmici i – fortunatamente tanti – capelli ritengo SOHN in grando sia di cantare bene, oscillando tral r&b, soul e pop, ed unendo tra loro elementi della world-music, micro-blips, glitch e beat di grana grossa.

Damaskin – Unseen Warfare Ep

Non ho la minima idea di come sia venuto a conoscenza di questo Ep. Probabilmente stavo cercando qualcosa su Boomkat.com e ho trovato questo “uomo appeso”. E non so nemmeno chi si celi dietro al moniker Damaskin, so solo la casa discografica, la Unknow Project.

Come diceva uno che conosco io, andare a pescare con un piccone è difficile. Non li prendi mai i pesci, ma se li prendi, li prendi bene^ Lo stesso discorso vale per questo disco. Sparando nel mucchio, ho trovato un bel calderone di noise, abstract techno, industrial, synth distorti, bassi in prima linea e ruvidi come carta vetrata.

In attesa di conferme e di sapere di più su chi sta al mixer.

Pjusk – Solstov

Dopo la collaborazione con Sleep Orchestra in Drowning In The Sky, continua il silenzio gelido e le atmosfere claustrofobiche del duo Rune Sagevik e Jostein Dahl Gjelsvik.

Disco della maturità artistica, un delicato intreccio di sospiri nordici, field recording, drone, strumenti acustici. In Gløtt, ambientata idealmente all’interno di una grotta, fanno capolino i rintocchi glitch del nostro SaffronKeira e la tromba isolata del connazionale Kåre Nymark Jr. ricorda quella di Mario Massa in Cause ed Effect (sempre con Saffronkeira).

Eric Clapton – The Breeze: An Appreciation of JJ Cale

Eric Clapton deve più di una carriera a Cale. In pratica, tralasciando le canzoni con i Darek and The Dominos, Blind Faith e Bluesbrakers, le migliori hit del Clapton solista sono state scritte da musicista statunitense. Cocaine, After Midnight, River Runs Deep sono solo alcuni esempi, ma più in generale lo stile proposto da Cale, chiamato Tulsa sound (sonorità a metà strada fra country, blues e rock and roll, con occasionali contaminazioni di funk e jazz), ha influenzato in maniera rivelevante Eric Clapton e molti artisti della scena anni ’70 tra cui i Dire Straits. Ed è proprio con Mark Knoplfer uno dei protagonisti di questo disco che prende il titolo dalla traccia di apertura di Naturally (1972). Oltra a Knoplfer anche John Mayer, Tom Petty, Willie Nelson e Derek Trucks ad interpretare classici di Cale come Magnolia, Train to Nowhere o I Got the Same Old Blue. Disco piacevole, con la speranza che sia un input ad ascoltare Naturally o Troubadour.

Jamie Saft, Steve Swallow, Bobby Previte – The New Standard

Il polistrumentista Jamie Saft al pianoforte, Steve Swallow alle pelli e Bobby Previte al basso. Nessuno a scritto niente, si sono trovati e in tre ore hanno registrato questo disco. Come spesso ripeto, il jazz lo lascio per i dopo 50 anni, però certe cose non devono sfuggire. Un disco meraviglioso.

Marissa Nadler – July

Piccoli bozzetti di straordinaria delizia melodica supportati da una voce intensa e struggente per un inverno ormai alle porte.

Due dischi passati di due gruppi che ho conosciuto, grazie alle loro rispettive uscite, poco tempo fa. Si tratta 1965 degli The Afghan Whigs e Cold dei Be Forest. Il primo non mi ha detto nulla, il secondo invece è piacevole.


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