
Ecco i miei 20 dischi preferiti per l’anno appena trascorso. I criteri sono sempre gli stessi. Un disco per autore, niente best of e rifritture varie. E, salvo il podio, l’ordine delle restanti posizioni non ha molta importanza. Diciamo che le prime dieci posizioni cerco in genere di lasciarle, ove possibile, alle “nuove proposte” mentre le altre 10 ad amatori, vecchie glorie e “rieccoli” vari.
20. Tensnake – Glow

Alias Marco Niemerski classe ‘75 di Amburgo – produttore di lungo corso al debutto con Glow. Imprinting puramente radiofonico per un album troppo lungo e dispersivo ma che vince a mani basse su pezzi come Enough To Keep – che sancisce definitivamente l’arrivo della bella stagione, con Nile Rodgers e il suo inconfondibile riff alla chitarra e la vocalist Flora in Holla e No Relief. Il mio lato oscuro di ex discotecaro ogni tanto viene fuori.
19. Interpol – El Pintor

Persi al tempo del disco omonimo, questo El Pintor me li ha riportati all’attenzione ed è un disco che ci riporta una band (che ho sempre apprezzato) in un buona stato di forma, con un Banks ispiratissimo, sia di voce sia a livello di songwriting. Un disco che si lascia ascoltare, con pezzi validi come My Desire, Everything Is Wrong, Breaker 1, Twice Is Hard. Ben tornati.
18. Rival Sons – Great Western Valkyrie

Nuovo disco per la band di Jay Buchanan, che conferma di fatto le cose buone fatte fino ad ora dalla band statunitense, il primo disco dopo l’abbandono del bassista Robin Everheart.
Ha il tiro di Pressure And Time e la delicatezza di Head Down. Si parte forte con il continuo di Keep On Swinging, Elettric Man e l’aerosmittiana Good Luck e il pezzo a la Black Angels, Secret. La debole Play The Fool fa da anticamera alla dorsiana Good Things per poi arrivare alla audiosleviana Open My Eyes. I paragoni sono finiti, il disco svolta. Richie And Poor and Belle Starr sono un concentrato di rock seventis con gocce di psichedelia qua e la, sorrette magistralmente dalla chitarra di Scott Holiday. Where I’ve Been riprende pari pari le orme di Jordan di Head Down.
Il top si ha con la struggente Destination On Course, con Buchanan a fare un saluto a Freddy Mercury e l’abrasiva chitarra di Holiday sugli scudi.
17. Pontiak – Innocence

Li avevo apprezzati tantissimo al tempo di Maker, il loro disco di esordio. Poi erano un po’ calati, complice anche l’ultimo disco Echo Ono, prodotto pure male. Di primo acchito anche questo Innocence non mi aveva colpito più di tanto ma piano piano mi sono ricreduto. Pur proponendo già una formula che non brilla di originalità, in poco più di mezz’ora i tre fratelli Carney riescano comunque a mettere a verbale qual è il sound Pontiak. Il trio Innocence Lack / Lustre Rush / Ghosts è una partenza con il botto, tra Stoogies, Kyuss e Queens of The Stone Age. Tre bombe consecutive, tre ballate consecutive, It’s The Greatest, Noble Heads, Wildfires, una via dimezzo tra Kinks, Animals e i Pink Flyod più folk e meno psichedelici. Ritorna il martello e l’incudine in Surrounded By Diamonds, ma è nella kyussianissima Beings Of The Rarest che si ha il pezzo più d’impatto del disco. Chiudono Shining, con la sezione ritmica presa pari pari da Manic Depression di Jimi Hendrix, l’altra ballata Darkness Is Coming e un altro pezzo “tutto d’un pezzo” come We’ve Got It Wrong. Adeguatamente paraculo ma in ogni caso è un buon disco che mi ha permesso di fare pace con questi ragazzi.
16. Tinariwen – Emmaar

I miei amici arabi. Lontano dalla vivacità occidentale di Tassili – per non parlare di Chatma dei Tamikrest! – Emmaar riprende la coralità di Imidiwan: Companions, con un paio di canzoni sugli scudi come come Tahalamont, Arhegh Danagh, Imidiwan Ahi Sigdim. Pur avendo qualche passaggio a vuoto e non introducendo sostanziali novità nel loro sound – anche se le quattro chitarre che fraseggiabno tra loro è sempre un gran sentire – i Tinariwen mantengono il merito di esser sempre se stessi e di proporre la loro musica, nonostante i tentativi di alcuni, mettiamola così, di salire sul carro dei vincitori.
15. Fennesz – Bécs

Dopo sei anni da Black Sea – anche se nel mentre non sono mancate numerose collaborazione con Sakamoto e nel trio insieme a O’Rourke e Rehberg (Fenn ‘O Berg) – torna Christian Fennesz con Bècs. A 52 anni, il musicista austriaco ha il merito di non cadere mai nell’astrattismo fine a se stesso ma di creare sempre delle trame dalla imponente vena melodica. Sia che si tratta un percorso ad ostacoli rumoristici heckeriani (The Liar, Pallas Athene), l’aria crepuscolare satura di fraseggi di chitarra in un poderoso crescendo emotivo (Liminality, Bècs) o il romanticismo elettroacustico (Paroles).
14. Boozoo Bajou – 4

Band dal nome curioso, Boozoo Bajou, in realtà sono due musicisti tedeschi, Peter Heider e Florian Seyberth. 4 è il loro nuovo album per un combo già attivo da diverso tempo che anche questa volta raccoglie diversi musicisti come Frank Zeidler (chitarra), Stefan Pötzsch (violino), Max Loderbauer (synth) e Frank Frejtag (duduk).
Techno, ambient–music e dub, stralci di jazz e neoclassica elaborati da strumentazioni vintage rendono questo disco un prodotto ricco e carico di suggestioni.
13. Banks – Goddess

Anche quest’anno in classifica c’è un “peccato capitale”. La scelta era tra Lana del Ray con Ultraviolence, FKA Twigs con LP1 e lei, Jillian Banks, nata a Los Angeles, 1988. La seconda uscita di Lana non l’ho ancora messa bene a fuoco (la ripetizione a volte stanca), mentre FKA Twigs a me non dice niente, troppo sofisticata per questo genere. Quindi vince Goddess. Anche se in definitiva, contiene qualcosa sia della prima (il modo di cantare) che della seconda (beat dalle tonalità spesso oscure, dialogo tra elettronica, r&b). E il segreto del disco è questo, con un po’ di collaboratori di lusso (Sohn, Shlohmo, Al Shux), i piedi su qualche staffa e più, una tonnellata di singoli, hype a nastro e il gioco è fatto. In conclusione valgono tutti i discorsi che feci due anni fa per Lana del Rey…
12. Federico Albanese – The Houseboat And The Moon

Il bravo Federico (uscito per Denovali) propone 13 struggenti brani per pianoforte di sua composizione, con un occhio a Satie e alle colonne sonore di Tiersen e Desplat.
11. Jamie Saft, Steve Swallow, Bobby Previte – The New Standard

Il polistrumentista Jamie Saft al pianoforte, Bobby Previte alle pelli e Steve Swallow al basso. Nessuno ha scritto niente, si sono trovati e in tre ore hanno registrato questo disco. Come spesso ripeto, il jazz lo lascio per i dopo 50 anni, però certe cose non devono sfuggire. Un disco meraviglioso.
10. Be Forest – Earthbeat

Dopo 3 anni dal valido Cold, il trio formato da Erica Terenzi alla voce e alla batteria, Costanza Delle Rose alla voce e al basso, Nicola Lampredi alla chitarra – con la collaborazione di Lorenzo Badioli per i synth e effetti – da alle stampe Earthbeat. Atmosfere sognati, piccoli bozzetti di acquerelli, gioiellini pop, tra Cocteau Twins, My Bloodie Valentine, tra il basso dei Cure e lo shoegaze dei Blondie Redhead (in Airway ad esempio), fino ad arrivare agli attuali Daughter, confronto dai quali non escono sicuramente spacciati. Nel vuoto pneumatico della musica italiana trovare album del genere fa sempre tirare un sospiro di sollievo.
9. Francis Harris – Minutes Of Sleep

Il sempre valido mix tra house, lounge e jazz in Minutes Of Sleep di Francis Harris, a confermare il buon Leland del 2012.
8. Have A Nice Life – The Unnatural World

Guarda che si rivede. L’esordio fu alquanto interessante, correva l’anno 2008 e il duo statunitense formato dai Dan Barret e Tim Macuga dette alle stampa il doppio concept Deathconsciousness, una personale rielaborazione – durata 5 anni – di gotico, post-punk, shoegaze, drone-music, suoni ancestrali, messe liturgiche, post industrial, post rock e post tutto quello che volete. Si va dai My Bloody Valentine, ai Syster Of Mercy fino ai Nine Inch Nails. Un disco che dice tutto già nella copertina, con l’assassinio di Marat. Purtroppo non sono mai riuscito a comprarlo, fu una edizione limitata, credo solo in 250. Il secondo capitolo, riprenda da un lato la tristezza e la malinconia del lavoro precedente ma dall’altro risulta un disco più compatto, più saturo di suoni, suona leggermente più rock. Niente effetto sorpresa ma c’è solo da togliersi il cappello.
7. Pjusk – Solstov

Dopo la collaborazione con Sleep Orchestra in Drowning In The Sky, continua il silenzio gelido e le atmosfere claustrofobiche del duo Rune Sagevik e Jostein Dahl Gjelsvik. Disco della maturità artistica, un delicato intreccio di sospiri nordici, field recording, drone, strumenti acustici. In Gløtt, ambientata idealmente all’interno di una grotta, fanno capolino i rintocchi glitch del nostro Saffronkeira e la tromba isolata del connazionale Kåre Nymark Jr. ricorda quella di Mario Massa in Cause ed Effect (sempre con Saffronkeira).
6. Saåad – Deep/Float

Settimo disco per Saåad, il duo formato da Romain Barbot & Gregory Buffier, ad un anno dal convincente Orb & Channels. Questo Deep/Float è stato registrato tra novembre 2013 e gennaio 2014 in una valle ai piedi delle Alpi, utilizzando tre coni riverberanti giganti come cassa di risonanza.
Non ci credevo nemmeno io, fino a quando (per sbaglio, credevo di stare ascoltare il disco di qualche rigo sopra) non ho sentito After Love. Maestosa, imponente, evocativa. Il canovaccio del disco è pressoché questo, impossibile scegliere una canzone per un altra.
5. Kassem Mosse – Workshop 19

Dopo una manciata di singoli e l’Ep Workshop 12″ del 2011 debutta su lunga durata Kassem Mosse (aka Gunnar Wendel). Producer abile e sapiente nel creare un suono variegato e intriso di sensuale e raffinata musica elettronica. Niente nomi ai brani in questo Workshop 19, solo un mero ordine letterale, dove la sezione A e B sono imperversate da ipnotizzanti groove machine su onde di sintetizzatori, mentre nella parte da C a D si ha un ambient più oscuro e dilatato.
4. Illuha – Akari

Il duo nippo-tedesco (Tomoyoshi Date, Corey Fuller) con Akari (uscito per la 12k) raggiunge la piena maturità. Ambient puro, di una morbidezza di una grazia fuori dal comuni, un perfetto equilibrio tra strumenti acustici ed elettronica.
Un album struggente e romantico, che da il meglio nella traccia d’apertura Diagrams of the Physical Interpretation of Resonance e nelle ultime due, Structures Based On The Plasticity Of Sphere Surface Tension e Relative Hyperbolas of Amplified and Decaying Waveforms, rispettivamente un pianoforte su un ruscello di montagna ed un oceano increspato da onde di droni e synth.
3. Alex Banks – Illuminate

Artista di vent’anni alla sua prima opera, propone breakbeat esplosivi e melodie suadenti impreziosite dalla voce angelica di Elizabeth Bernholz.
2. Kangding Ray – Solens Arc

Non mastico techno a colazione, anzi cerco sempre di guardarmene bene ma le eccezioni spesso fanno bene alle regole. Una è Solen Arc, il nuovo disco di Kangding Ray, alias David Letellier. Solens Arc è un caleidoscopio di techno sporca, muscolare e bella incazzata. Geometrie ruvide, atmosfere notturne e incalzanti (Evento, Black Empire), sporie di glitch, petali di dub e idm. Una talpa a scavare un tunnel sotterraneo, che si concede pochi momenti di pausa in un gran bel disco per un autore già attivo da quasi una decade.
1. Bohren & Der Club Of Gore – Piano Night

Prima piazza va a Piano Night, nuovo disco dei Bohren & Der Club Of Gore. Fino ad ora non li conoscevo ma ho scoperto che sono attivi fin dal 1994 e al tempo facevano musica prettamente doom metal. Negli anni a seguire hanno preso una strada artistica diversa che li ha portati ad essere in territorio noir jazz. Piano Night è uno di quei dischi che ascolti e poi dici “a ma siamo già alla settima canzone?”. E’ un lungo flusso di sassofono, un pianoforte estremamente decadente, piccoli squarci di vibrafono in un mare di nebbia, delusione e solitudine.
Togli ai Morphine la componente rock e due terzi dei bpm, ai Dale Cooper Quartet & Dictaphones la parte più impro e avanguardista. Disco non per tutte le stagioni – che per malinconia mi ha ricordato il Cause And Effect di Mario Massa e Saffronkeira dello scorso anno – ma è impossibile non struggersi nella lunghe suite Ganz Leise Kommt Die Nacht e Verloren.




Lascia un commento