E’ risaputo, io a Tim Hecker pagherei anche le bollette. Dopo l’immenso The Ravedeath 1972 e dopo averlo perso dal vivo in una Chiesa su un organo a canne a causa della neve nel febbraio dello scorso anno, quest’anno se ne esce con questo Virgins. Se An Imaginary Country puntava su una tavolozza infinita per dipingere il proprio paese ideale e l’organo in The Ravedeath per andare oltre, qua si gioca tutto sulla conflittualità tra il pianoforte e un magma dronico, aspettando un segno per diradare le nuvole, vedi ad esempio Virgianl I & II e le due Live Room. Se Stigmata I riprende la magniloquenza di The Ravedeath, è Stigmate II – pur ricordando la Killshot in apertura di Ben Frost – a sciogliersi in dolcezza nel finale. Chiude il disco la potentissima Stab Variation.

Non avevo mai trovato, in ormai 10 anni che ascolto musica con orecchio e passione, un disco che rappresentasse in maniera così chiara ed evocativa uno stato d’animo. Il suo incedere wagneriano, quel pianoforte sgraziato, il perfetto incrocio tra massimalismo e minimalismo, gli archi carichi di malinconia sempre in lotta con quei droni pesanti come macigni, quei piccoli bagliori di luce sono state la colonna sonora dell’’annus horribilis che è stato il 2015.

Si esula dal discorso “disco bello – disco brutto”, dal cosa voleva dire l’artista, dalla copertina, a quale genere ci riferiamo. Siamo oltre, si gioca un campionato a parte. E’ la soundtrack di un preciso stato emotivo, la colonna sonora per tempi incerti.

Altra grande prova da parte di Hecker da non perdere, uno dei più grandi artisti di musica elettronica del nostro tempo.

Tim Hecker – Virgins (Kranky, 2013)


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