
Ciao! Ho letto con piacere il tuo testo. L’ho riorganizzato per renderlo più scorrevole e ho corretto qualche piccola imprecisione, mantenendo intatto lo stile e il tono originale.
Ho più di 400 dischi, anche se a dire il vero non li ho mai contati. Ascolto una media di 200 album all’anno e ho avuto la fortuna di vedere diversi concerti importanti. Per questo posso dire, senza falsa modestia, di aver superato la fase “sto iniziando ad ascoltare musica” e di potermi considerare un ascoltatore tendente al professionista, o almeno molto serio. Non sono un tecnico: non conosco le note e non ho mai suonato uno strumento, a parte quell’accumulo di saliva chiamato flauto alle medie.
Il mio approccio è molto personale, mi affido principalmente al mio orecchio. Se ascolto un disco del passato, mi piace capirne la genesi e le influenze che ha avuto sulla musica successiva. Se è un album recente, cerco di capirne le coordinate e il filone a cui si riferisce. In pratica, affianco all’ascolto una vera e propria indagine.
Ho sempre letto molto di musica, anche se la curiosità degli esordi si è molto affievolita con il tempo. Non sono e non voglio diventare un critico musicale, non ho l’ambizione, la cultura o gli strumenti per farlo. Per me la musica rimane un fatto estremamente personale. Tutto ciò che ascolto è filtrato a metà tra la curiosità e il gusto che ho cercato di costruirmi negli anni. Per esempio, non amo la musica anni ’80: ho provato ad ascoltarla, ma non fa per me. A chi mi rimprovera di avere dei pregiudizi, come quello di non ascoltare musica italiana, rispondo che il 50% degli artisti in questa classifica sono italiani. Se poi ascoltare musica italiana significa seguire il Festival di Sanremo, allora… buttate 5 e 7 al vostro!
Questo approccio alla musica è stato la croce e la delizia del 2015, un anno che definire orribile è riduttivo. Con gli strumenti che ho io, lo stato d’animo è (quasi) tutto. A volte un pezzo rock ti tira su, ma spesso non serve, perché magari hai bisogno di un brano di modern classical per crogiolarti nella tristezza.
È per questo che la mia classifica è uscita solo ad aprile: alcuni dischi li avevo già ascoltati durante l’anno, ma altri li ho riscoperti in seguito, quando il 2015 discografico era già finito. Non riuscivo a scrivere di musica perché a volte le note non mi arrivavano come avrebbero dovuto, e le parole restavano a metà strada. Anche se si tratta di gusti personali, non mi piace lasciare indietro nulla, perché in giro ci sono delle chicche musicali niente male!
Ma andiamo con ordine. Come on guys!
20. Motorhead – Bad Magic

Un omaggio al grande Lemmy mi sembra il minimo. Se n’è andato qualche giorno dopo Natale, acciaccato già da qualche anno. Ci lascia un gigante della musica pesante, un Chuck Berry che suona un’incudine. Uomo senza fronzoli, sincero, abrasivo, senza mezze misure. Esattamente come la sua musica. Da un paio di anni (problemi di salute a parte) erano ritornati in auge con album dal buon tiro come Aftershock e questo Bad Magic.
Bad Magic è il solito martello infuocato di rock ‘n roll a velocità supersonica, con la voce da gargarismi con i vetri (anche se l’effetto “da studio” si sente palesemente) del nostro Lemmy sempre sugli scudi. Il prodotto si lascia ascoltare, non ha niente che non vada (più tirato rispetto al precedente Aftershock) ma questi dischi hanno un valore artistico tendente allo zero, servono solo per scaldare la band in vista di un nuovo tour. Con la speranza che qualche nuova leva abbia la curiosità di andarsi a ripescare il quartetto dove Lemmy con i suoi Motorhead scrissero pagine importanti della musica pesante, Overkill – Bomber – Ace Of Spades.
19. Bachi da Pietra – Necroide

La svolta definitiva per il duo formato da Giovanni Succi e Bruno Dorella. Il blues lento e de-strutturato degli esordi lascia il posto a un metal brutale e funebre. L’aria che tira (nel disco e nel mondo) si capisce già dall’apertura Black metal è il mio folk, che insieme a Danza Macabra, Fascite Necroide e Feccia Rozza formano il quartetto dei pezzi più tirati. Riff anni ‘80 fanno da padrone Voodooviking e Virus del Male mentre il voocoder sull’abuso edilizio di Apocalinsect funziona fino al ritornello. Spiccano sul disco il bel groove con il titolo improbabile di Slayer & The Family Stone (La morte è una seccatura, un giorno arriva, non si respira. Spero solo sia definitiva, a saperlo prima uno manco usciva) e la neurosiana Cofani Funebri, pezzo luciferino e tagliente sulla prostituzione (Lei che avanza sinuosa e posa danzando come sa in tanga e tacco dodici sulla mia cassa in classe A Irina o Svetlana o Dragomira o tu Morgana signora della mia bara mia morte, mia schiava), il migliore del disco, sia per testo che per interpretazione.
18. Alice Tambourine Lover – Like A Rose

Ricami altamente sensuali, ottimi intrecci chitarristichi, melodie ben costruite rendono molto interessante il terzo disco degli Alice Tambourine Lover, progetto formato Alice Albertazzi e Gianfranco Romanelli. 9 tracce per un mix tra folk, urban blues per notturni e il cantautorato più raffinato, dove viene esaltata la bella voce di Alice e tutta la compagnia, da Romanelli al dobro, Sergio Altamura alla lap steel, Matumaini alla chitarra acustica e ukulele, Carmine Lamparelli all’armonica e Laura Bartoli il flauto. Promossi.
17. The Amazing – Picture You

E’ un piacere ascoltare questo disco del quintetto svedese, capitanato da Christoffer Gunrup. Trame chitarristiche raffinate, melodie sognanti, linee vocali pacate. Un rimando alla psichedelia anni ‘80, un po’ di progressive, un po’ di Cure, un po’ di Radiohead e qualche momento cantautoriale. Ma la perla è la conclusiva Winter Dress, dove una prestazione vocale superba di Gundrup si adagia ad una melodia sognate e di una decadente tristezza. Miglior canzone dell’anno e vaso per la raccolta di lacrime.
16. Heathered Pearls – Body Complex

Vero nome, Jakub Alexander, giovanissimo producer di origini polacche. Si era già messo in mostra con l’album Loyal (2012), con questo Body Complex riesce a incastrare sussurri dub in un impianto atmosferico fatto di sfumature tenui e calde dilatazioni, il tutto racchiuso in un deciso groove che non risulta mai predominate, anzi… Un Jon Hopkins racchiuso in un bozzolo di cotone, con spunti di Loscil e Pan America.
15. Rival Consoles – Howl

Posto in classifica a mò di incoraggiamento per Lee West. Niente di nuovo sul fronte occidentale, però di questo disco mi è piaciuto il sound monolitico, un mix tra Aphex Twin, Burial e Jon Hopkins (senza essere uno dei tre…), vergato qua e la da fremiti chitarristici, drumming sincopati (in Low la batteria è suonata da Fabian Prynn, già visto nel film Birdman), synth-pop vecchio stampo.
14. Romare – Projections

Al secolo Archie Fairhurst, alla prima prova per una casa discografica di rilievo, la Ninja Tune. Lavoro simpatico questo Projections, 50 minuti di copia e incolla tra clip autovintage, breakbeat fulminei, downtempo, elementi vocali old time, un’elettronica raffinata dai contorni jazzy o chill out.
13. Sonambient – Yonder

Al secolo Andrea Buzzi, friulano trapiantato a Torino si muove con grande competenza nel variegato universo della UK Bass in tutte le sue ibridazioni, mescolando reminiscenze dubstep, house e garage e sviluppando un approccio che, seppur con lo sguardo sempre rivolto verso la scena anglosassone, resta molto personale. L’indirizzo è quello Hyperdub, sapientemente mescolato a campionamenti vocali funkeggianti e tentazioni drum & bass. L’unico neo è che non si trova su cd.
12. Quai Du Noise – Echo Sounder

Duo di bologna, formato da Matteo Russo e Pale Ciciriello, alla loro prima opera sulla lunga distanza. Prova di ampio respiro e ampiamente superata, dove i nostri mescolano abilmente ambient, elettronica e techno, con un occhio ai vari Moderat, Moby, Mogwai e Boards Of Canada.
11. IACAMPO – Flores

Al secolo Marco Iacampo, al terzo disco solita dopo l’uscita dal gruppo Goodmorningboy. Canzone d’autore, tradizione italiana e languori sudamericani si intrecciano con maestria e raffinatezza in queste personalissime 12 tracce, che oscillano tra il privato (Pittore Elementare, Ogni giorno ad ogni ora, Come Una Roccia) e il popolare (Nuovo Bestiario Veneta, Due due due). Debitore di qualche soluzione a Fabrizio de Andrè (Santa Clara) e Samuele Bersani (Come Una Goccia), vi è anche da fare un plauso ai musicisti di contorno che riescono a creare un tappeto musicale profondo ma al tempo stesso garbato e senza appesantire le canzoni.
10. Calibro 35 – S.P.A.C.E.

Dei Calibro 35 ne ho parlato a più riprese, ormai non sono una novità. Il sound è sempre quello per una fuga a mano armata ma invece del passamontagna è necessaria una tutta pressurizzata, le canzoni più articolate, con quel tocco di space (Astronomy Domine vi dice qualcosa?) a mescolare un po’ le carte. Non sarà facile, per chi pesca a piene mani nel passato, cercare di portare sempre aria nuova nella propria musica ma credo che a questo giro il quartetto milanese abbia realizzato il loro miglior disco a livello puramente qualitativo.
9. Saffronkeira – Synecdoche

Un disco all’anno, ormai per Eugenio Carìa è diventato uno standard. E finché il risultato è questo va bene, anzi benissimo. Messa da parte la techno e il glitch degli album precedenti, il nostro dilata le trame sonore (la riprova sta nel fatto che i due pezzi più cupi lo vedono in solitaria), si circonda di prestigiosi collaboratori (Subheim, Sebastian Plano, Mia Zabelka) e tra armonie immaginifiche, ricami d’archi e lievi bagliori sintetici riesce a creare un’opera formidabile.
8. Bill Fay – Who Is The Sender

Tornato sulle scene dopo 40 anni con lo Life Is A People del 2012, Bill Fay si supera con questo nuovo lavoro. Vien da pensare a cosa sarebbe stato il cantautorato e la musica in generale se non ci fosse stata quella lunga sosta. Le parole non bastano e sarebbero sprecate per descrivere la musica di Fay, copio e incollo un commento che ho trovato in rete: […] Bill canta ancora la solitudine e l’emarginazione dell’anima… arrangiamenti imponenti ma privi di enfasi posticcia, un fluire armonico che toglie il respiro senza mai ricorrere a trucchi… una cascata senza fine di sentimenti di abbandono, di compassione, di paure ancestrali, ma anche di fiducia e redenzione, che il musicista affida a un cristo privo del dogmatismo clericale. […]
7. Kamasi Washington – The Epic

Come ho già scritto diverse volte, non ho le competenze (in teoria non ce l’ho nemmeno per altri generi, diciamo che ho un orecchio più allenato) per parlare di jazz, genere che prenderò ad ascoltare sul serio verso i cinquant’anni (a sessanta c’è la musica classica e poi la lirica). Però certi dischi cerco di non farmeli sfuggire e questo The Epic rientra in questa cerchia ristretta. Opera immane, 3 dischi per quasi un totale di 3 ore dove la fa da padrone il sax nervoso ed istrionico di Kamasi, supportato da una ben di alto livello formata da 32 elementi. Il punto di partenza, è innegabile, sono gli idoli del passato (Davis, Coltrane, Mingus, Hancock) ma sono gli innesti di soul, gospel, funk a creare un lavoro difficile da ascoltare spesso, ma originale e meraviglioso. Jazz, appunto.
6. Alio Die, Lorenzo Montanà – Holographic Codex

Non poteva non essere un disco meraviglioso l’incontro tra la musica spirituale di Stefano Musso (in arte Alio Die) e l’elettronica sottile di Lorenzo Montanà (già ascoltato in questo 2015 con l’album Vari Chromo e Haemus).
Qui siamo oltre, racchiuderlo in una classifica è riduttivo (se non dispregiativo), va ascoltato e basta, poi il de gustibus farà il resto.
5. Fabio Orsi – Just For A Thrill

Con il buon Fabio (di Taranto ma di stanza ormai da anni a Berlino) ero rimasto al bellissimo disco (un triplo per l’esattezza) The New Year Is Over, del 2012. E’ difficile stargli dietro, tra cd in edizione limitata, collaborazioni, qualcosa su Soundcloud, qualcosa su Spotify. E infatti sono venuto a conoscenza di questo questo Just For A Thrill solo un mesetto fa, quando in realtà il disco è di fine Gennaio. Meglio tardi che mai. Anche perché qua Fabio ci regala una delle sue migliori produzioni. Più che compositore, è un vero artigiano del suono e in 8 movimenti – le tracce sono chiamate tutte con il nome del disco – per un ora e 20 minuti riesce a creare, con l’approccio post glitch di Fennesz, affascinanti scultore sonore e texture fluttuanti che svariano dalle atmosfere cosmiche di Stars Of The Lid ed AUN fino ai Labradford con Basinski, Steve Roach e Tim Hecker sullo sfondo.
4. Godblesscomputer – Plush And Safe

Dopo l’esordio con Veleno, Plush and Safe rappresenta la seconda prova per il nostro Lorenzo Nada. E, senza giri di parole, possiamo dire che abbiamo scoperto un talento. 12 straordinarie tracce in perfetto equlibrio tra ritmi sbilenchi, hip-hop (il titolo dell’album riprende la frase di Basquiat, Plush and Safe he Think, la quale si può tradurre con un “pensa solo se sta nel lusso, lui”) post dubstep, soul, house, field recording, dream pop e handclapping.
Le canzoni hanno un anima, alternano uomo e macchina (un’elettronica umana che inizia il proprio viaggio poggiando su solide fondamenta hip hop e colora la fredda precisione dei beat con i mille colori del dub e il calore del soul, parole di Lorenzo e il moniker non è inventato a caso) pur avendo una salda compattezza scheletrica, si contaminano senza che nessuna delle due prende il sopravvento l’una su l’altra.
Considero questo Plush And Safe come uno dei miglior dischi italiani (e non) usciti in questo 2015 e Lorenzo Nada un talento da seguire da vicino nelle prossime uscite.
3. Jamie XX – In Colour

Fermo con il progetto principale e dopo aver remixato di tutto, da Adele ai Radiohead, In Colour segna il debutto da solita della fondatore nonchè mente pulsante degli XX, Jamie Smith.
L’album raccoglie tracce lanciati a pezzi e bocconi e rappresenta un piccolo bignami delle capacità di Jamie XX, un compendio di post dubstep soul, house, uk garage, folktronica a piene mani, una psichedelia da camera e un amore per la black music.
Impossibile non sentire nell’inizio di Gosh e Hold Tonight la ruvidità di un Burial o un Kode9, l’allegria spensierata di Four Tet in Sleep Sound e SeeSaw, la travolgente coralità di Loud Places. Chiude la meravigliosa In Girl, anima soul disco su un meraviglioso giro di basso.
Grande talento questo Jamie Smith, un ragazzo capace di tenere in mano una tavolozza vastissima di pastelli ma sempre in grado di riuscire a trovare il colore che più gli (ci) piace.
2. Ah! Kosmos – Bastards

Altra chicca della “che ve lo dico a fare” Denovali. Al secolo, Basak Günak, nata e cresciuta in Turchia. Non la conoscevo fino ad ora e alla classica domanda ma che musica fa non saprei rispondere. Ogni canzone ha un proprio movimento, gode di vita propria. Si parte con l’accoppiata Out/Ro/In/Growth – Stay, dove i Dale Cooper Quarter vengono diluiti nello spazio, Home mescola in un colpo solo Jon Hopksin e Four Tet mentre Distortion In The Space potrebbe rafforzare le ultime idee di Ben Frost. Ma è con le tre cavalcate Trace Of Waterfalls / And Finally We’re Glacier / Always In Parentheses che il disco da il meglio di se. Chiude il drumming serrato di Never Again, sabba oscuro con un giro di basso che sembra uscito da un disco dei Massive Attack.
1. Steve Von Till – A Life Unto It Self

Il maestro dell’Idaho (voce e mente dei Neurosis) giunge al quarto disco solista, da aggiungere al non meno importate progetto Harvestman. Niente sfuriate post metal della band madre, ma un folk oscuro, voce baritonale a scandire inquietudini giornaliere sopra un pianoforte dismesso e un fingerpicking magistrale. Album minimale ma di una ricchezza timbrica meravigliosa, merito anche della viola affidata a Eyvind Kang, con Pat Schowe alle percussioni e J. Kardong alla pedal steel. Elegante come un funerale, un disco meraviglioso.




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