Otto su dieci tra varie webzine, fanzine, blog personali e circoli ricreativi mettono questo disco al primo posto tra le miglior uscite del 2016. Dieci su dieci sul podio. Lo stesso vale per il disco di Leonard Cohen e per quello di Nick Cave. Opere che non possono non collegarsi alla morte in senso assoluto visto che sia Bowie che Cohen sono scomparsi subito dopo l’uscita del disco – e le rispettive registrazioni sono state influenzate dalla malattia – mentre a Nick è deceduto il figlio quindicenne, precipitato nel 2015 da una scogliera. La prospettiva cambia sensibilmente, perché un conto è raccontare la morte, un conto è raccontarla mentre la si sta vivendo… Lo stesso vale per chi è dall’altra parte, cioè chi ascolta.

Comunque, tralasciando questi argomenti funebri, ammetto candidamente di non essere non solo un fan di Bowie ma nemmeno un ascoltatore tout court, non ho mai finito un disco per intero, canzoni come Heroes mi scoglionano dopo 2 note, Ashes To Ashes e Let’s Dance hanno quelle sonorità di plastica tipiche degli anni ‘80 che mi fanno effetto kriptonite, non so niente delle avventure di Ziggy Stardust, Starman me la ricordo perchè era la canzone master del programma Meteore. Però mi ricordo di Bowie in Labyrinth e l’ho apprezzato in The Prestige di Nolan.

Bowie è comunque un gigante della musica, forse “il personaggio” musicale per eccellenza, passato da molte epoche musicali grazie anche a tanti travestimenti, pseudonimi, soprannomi e ambiguità.

E a me questo disco tutto sommato mi piace. Ha dei picchi emotivi notevoli, Lazarus e la title track sono perle di rara bellezza compositiva. Si respira quell’aria di cui parlavo sopra. Ma non lucra su niente, lascia piuttosto un senso di “punto e a capo”, di ultimo giro di valzer. E’ un disco sincero di chi ormai non ha assolutamente niente da perdere ma vuole, fino in fondo, poter lasciare e alla sua maniera, il proprio contributo.

Sincero è il mio apprezzamento.

David Bowie – Blackstar (Columbia Records, 2016)


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