Si può tranquillamente dire che il desert blues – o se preferite il blue nel deserto o il thè nel deserto – sia entrato nelle case della gente. Per tutta una serie di motivi, vuoi musicali – il blues dei “neri” è anagraficamente in via d’estinzione, il blues “dei bianchi” è trito e ritrito – vuoi politici – le aree geografiche da cui provengono i nostri sono spesso spesso teatro di guerre e persecuzioni di massa. I primi a venire alla ribalta furono i Tinariwen – ormai una decina di anni fa – seguiti dai fratellini minori Tamikrest fino ad arrivare agli attuali Songhoy Blues e appunto Bombino – senza contare altri cani sciolti più anziani ma che rientrano nella categoria più vasta come la world music).
Bombino – al secolo Oumara Moctar – viene considerato un Hedrix del deserto e con questo Agadez arriva al quarto disco, dopo Agamgam, Nomad e Agadez . Stavolta in studio non c’è più Dan Auberbach ma Dave Longstreth. Per certi aspetti è un bene perché mister Black Keys ultimamente ha il vizio di metterci del suo su qualsiasi cosa tocca fino a far suonare tutto in perfetto stile Tasti Neri.
Nomad era lanciato ha velocità supersonica, mentre questo Azel è un disco per certi aspetti più pacato, dove i suoni sono più naturali e le sovraincisioni sono ridotte al minimo. Bombino è quindi libero di far suonare come vuole e di mostrare tutta la sua tecnica, salvo qualche caso che ho poco gradito, come il raggae di Iwaranagh – odio il reggae.
Il disco si lascia ascoltare e tecnicamente è ineccepibile dall’inizio fino alla fine, anche se – opinione personale – questo tipo di musica si sta estremamente uniformando, il sound è più o meno sempre quello e io reputo i Tinariwen una spanna sopra a tutti.
Anno: 2016
Genere: Desert – blues
Casa Discografica: Partisan Records

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