Ho conosciuto i God Machine nel 2007, 15 anni dopo l’uscita di questo disco, Scene From The Second Storey. Rientra nella stretta cerchia di quei dischi (arrivo a 5, non di più…) che ascolti una volta l’anno ma è come se suonassero tutti i giorni. Sono li, ti aspettano, non chiedono niente ma una volta che suonano riescono sempre ad esprimere tutta loro esplosività e freschezza. Era introvabile, poi è stato ristampato e sono riuscito a pescarlo su Amazon importato dalla Germania.

Un po’ di storia. Prima dei God Machine vennero i Society Line, formati da Robin Proper-Sheppard, Jimmy Fernandez, Ronald Austin e Albert Amman. Da San Diego si spostano a New York, tranne Amman. Cambiano nome e scelgono il percorso inverso, dall’America all’Europa: si trasferiscono prima a Manchester e poi a Londra. Nel 1991 nascono i The God Machine. Per la Eve rilasciano l’Ep Purity, poi firmano per la Fiction Records con la quale rilasciano tre Ep: The Desert Song, Ego e Home. Nel 1993 (ma fu registrato nel 1992), il botto: Scenes From The Second Storey. Al quale seguirà l’anno successivo un altro botto: One Last Laugh In A Place of Dying.

I God Machine sono come una rotatoria, ogni uscita porta a qualcosa: gli anni ’70 in salsa grunge, il romanticismo e la decadenza anni ’80, il post qualcosa dei primi anni ’90. Psych rock, alternative, noise, grunge, post punk, i Soundgarden prima dei Soundgarden, i Tool prima dei Tool. Con questa chicca, il gruppo di Sheppard anticipa un bel po’ di cose venute negli anni futuri. Il tutto sempre in uno stile personale e altamente riconoscibile, gettando ponti tra generi diversi che fino ad allora non si erano ancora incontrati. Un trio perfettamente amalgamato, dove brilla la voce – e la penna – di Robin Proper-Sheppard, melodica e onirica ma anche rabbiosa quando serve.

Si parte con Dream Machine dove c’è la pesantezza dei Black Sabbath, con il sample iniziale preso in prestito dai The Sheltering Sky – usato anche dai Neurosis per l’album Enemy Of The Sun uscito proprio nel ’93. La successiva She Said è la forma embrione del rock grunge che verrà (vedi i Pearl Jam di Vitalogy). The Blind Man, dove l’inizio acustico e il finale progressive rock sono le facce della solita medaglia. I’ve Seen The Man è un stoner stop and go, The Desert Song è un mantra esotico e tribale. C’è l’ipnotismo dei futuri Kyuss in Home – che al tempo esistevano già, ma Welcome To The Sky Valley è del ’94, tanto per intenderci – dove l’intro è la traccia iniziale di Pilentze Pee dei Bulgarian State Television Female Vocal Choir, dall’album Le Mystère des Voix Bulgares. It’s All Over è dolente e drammatica, tra i Cure di Disintegration e i Joy Division.

Nella strumentale Temptation ci son i Tool che saranno – Triad di Lateralus vi attinge a piene mani. Out e Ego sono due calderoni di chitarre distorte con la batteria marziale di Austin a farli da padrone. La litania Seven, con il suo bel giro di basso e il finale noir alla Morhpine (anche il loro primo album, Good, è del ’92). Purity è una poesia di viola e violoncello, con la voce in loop di Sheppard che danza sopra i tribalismi di Austin.

La conclusiva The Piano Song è la buona notte per i sognatori. Che purtroppo si risveglieranno nel 1994 quando un tumore al cervello stroncherà la vita a Jimmy Fernandez e ai The God Machine.

The God Machine – Scene From The Second Storey (Fiction, 1992)


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