La massima espressione artistica della band inglese.

Passati gli anni ’60, superate le rivolte giovanili, i figli dei fiori, digeriti amari bocconi come la morte di Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison, ai Rolling Stones non rimane altro che il blues. Che farci con il blues? Semplice: Sticky Fingers.

Gli Stones si riuniscono, affidano nuovamente la produzione a Jimmy Miller (lavoro straordinario il suo), fanno entrare nella band in pianta stabile un giovane chitarrista dal nome di Mick Taylor. Taylor, classe ’49, si era fatto le ossa con John Mayall e i suoi Bluesbreaker negli album Crusade, Bar Wires e Blues From Laurel Canyon ma aveva già collaborato con i Rolling Stones suonando in Country Honk e Live With Me, canzoni presenti nel precedente Let It Bleed. E’ un blues maturo, ben definito, levigato dalle influenze country e soul, spesso incentrato sulla droga, ma non più come elemento da aggiungere alla diade del rock e del sesso, ma come elemento punitivo, oggetto di dipendenza che ti lega alla terra e alla prima occasione, se vuole, ti spinge giù nelle sue viscere.

Altro disco, altra copertina “shock” per l’epoca: un paio di jeans consumati con pacco in evidenza, firmata Andy Warhol. Nel disco originale, la cerniera dei pantaloni si poteva aprire, il che è tutto un dire…

La traccia d’inizio è l’ennesimo avvio con il botto per i Rolling Stones; Brown Sugar, travolgente rythem&blues trainato dal basso pulsante di Wymann, l’intreccio delle chitarre di Taylor e Richards e il solo sax di Keys (uno dei tanti del disco). Segue Sway, triste ballata sul desiderio di liberarsi da un male insito nella natura umana, ma dove la soluzione è ancora incerta (There must be ways to find out / Love is the way they say is really strutting out), dove spicca il lungo assolo alla slide di Taylor. Con Wild Horses si ritorna alla coralità di Let It Bleed, con Taylor alla chitarra acustica e Richards che si diletta in pochi ma morbidi accordi di chitarra elettrica.

Chicca del disco, la successiva Can’t You Hear Me Knocking: portentoso attacco di Richards, Jagger che torna a graffiare e la coda finale in jam session a ritmo di congas contiene il magistrale solo di sax di Keys e di chitarra di Taylor. Gli animi si rilassano un attimo con You Gotta Move (cover di un pezzo di Fred McDowell), lenta e scarna con un immenso Taylor in versione “Delta del Mississipi”. La successiva Bitch propone un altro indemoniato rythem&blues in crisi d’astinenza sull’illusione di un amore (You got to mix it child / You got to fix it but love / It’s a bitch, alright) stavolta impreziosito dalla tromba di Price e dal sax di Keys con Richards lanciato in un interminabile assolo. La malinconia fa da padrona in I Got The Blues (espressione dei neri d’America usata per descrivere uno stato di tristezza e desolazione, il resto è storia…), dove stavolta è l’organo di Preston a dominare la scena.

In Sister Morphine c’è lo zampino di Marianne Faithfull, compagna di Jagger dal ’65 fino al maggio del ’70 – dopo, distrutta dall’abuso di droghe tenterà diverse volte il suicido. Alla slide stavolta c’è Ry Cooder e al piano Jack Nitzsche, ma il risultato non cambia: dolente ballata sul dramma delle droghe (Sweet Cousin Cocaine, lay your cool cool hand on my head / Ah, come on, Sister Morphine, you better make up my bed / ‘Cause you know and I know in the morning I’ll be dead / Yeah, and you can sit around, yeah and you can watch all the / Clean white sheets stained red). Le tre chitarre – l’acustica di Jegger, la lead di Taylor e la ritmica di Richard – fanno di Dead Flowers un vivace quadretto di folk blues.

L’album non poteva che chiudersi con l’ombrosa e notturna Moonlight Mile: la possente batteria di Watts, unita al soffio delle tastiere di Price e la sezione d’archi di Paul Buckmaster, permettono a Jagger di andare a trovare un po’ di tranquillità sulla luna (I’m riding down you moonlight mile / Let it go now, come on up babe).

Se Aftermath significava la voglia di emergere dei Rolling Stones distaccandosi dai numerosi gruppi che popolavano l’Inghilterra nei primi anni sessanta, se Beggar’s Banquet al tempo rappresentò il manifesto luciferino d’intenti della band, Sticky Fingers rappresenta la cifra stilistica che i Rolling Stones lasciano al rock. Per il testamento sarà necessario l’album successivo.

Anno: 1971
Genere: Rhythm blues / Rock
Casa Discografica: Decca Records


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