
Puntualissimi (o quasi…) come tutti gli anni si giunge al tirar le somme. I 20 dischi degni di merito – come ho già detto la mia è una classifica piuttosto particolare, lo so già da me che a cose normale Blackstar non può stare indietro a +21 – li abbiamo trovati anche stavolta, quindi non mi lamento.
Visto che tra poco è San Remo (sic) posso dire che alcuni big si sono confermati tali (Hecker, Eluvium, Nicolas Jaar), alcuni mi hanno convinto di più altre volte (James Blake, Radiohead, in parte anche Raime e Clams Casino), altri hanno tirato fuori il colpo inaspettato (David Bowie). Giovani interessanti in rampa di lancio (Meyvant) e qualche chicca piacevole (RY X e 2814).
Vista l’annata da punto 0, non è un male. Certi dischi li ho lasciati troppo tempo “a freddare” e poi dopo riprenderli non è stato facile. Manca ancora qualcosa – Demdike Stare su tutti, ma li ci vuole pazienza e l’impianto stereo visto che su Spotify non ci sono – e ci sono alcune cose interessanti dell’ultima ora come 1991 o Kuedo.
Ma andiamo con ordine. Come on guys!
20. Revglow – Thisorder

Anno ricco di uscite per il duo milanese formato dal musicista Francis M.Gri e la cantante Lilium. Dopo Introspections a nome LYEF, è il momento della quarta prova del progetto Revglow.
E’ l’occasione giusta per mettere in campo tutta la fantasia di Francis, che si cimetta in atmosfere dark minimal ma curatissime, con sprazzi di new wave, shoegaze e il pop a là Daughter e Beach House per capirci.
Il resto lo fa la voce di Lilium, bravissima nel serpeggiare tra le trame costruite da Francis, come nella sensuale Vacuum, nella martellante Panic o nell’elettronica dilatata di Zero.
Disco tutto sommato valido, da recuperare anche i dischi precedenti.
19. Kutiman – 6AM

Al secolo Ophir Kutiel, questo 6AM è uno zibaldone personalissimo di soul-founk anni ‘70, afro funk, jazz, mille collori e mille suoni. Basterebbe She’s A Revolution per certificare la frase di cui sopra, un bel pezzo funky-beat con una spruzzatina a velo di elettronica.
Ma Kutiman non è a corto raggio. In Shine Again Morricone incontra John Barry a colpi di violini e trombe con la voce del bassista dei Firewater Adam Scheflan (che si ripeterà anche nella dolente Dangerous), il sensuale groove lounge di Zeelim ricorda gli Emerson Lake e Palmer più riflessivi, i fiati si prendono la gioisa Stranger On The Follow mentre la voce sensuale di Karolina marchia a fuoco del soul I Think I Am.
18. Huerco S. – For Those Of You Who Have Never (And Also Those Who Have)

17. James Blake – The Colour In Anything

16. Romare – Love Song: Part Two

15. Clams Casino 32 – Levels

14. Radiohead – A Moon Shaped Pool

Che fanno i Radiohead nel 2016? Praticamente ciò che vogliono. Passano il tempo a criticare la “musica liquida” (in primis Spotify) per via degli scarsi guadagni che versano nelle casse degli artisti (a vantaggio delle case discografiche), annunciano a sorpresa un nuovo singolo, escono da tutti i social, vi rientrano ad album pubblicato – siamo ai primi di maggio – e finiscono anche su Spotify un mese dopo. Lo possono fare perché, in fondo, tutto ciò non è aria fritta nata al solo scopo di aumentare l’hype per un nuovo discodisco o per alimentare il tourbillon del secondary ticket. La loro musica è comunque di una qualità che altri loro coetanei (qui si va verso i cinquant’anni) si sogna.
E’ un album che lavora per sottrazione. Non mescola elettronica e rock come faceva Ok Computer, non ha il lirismo di Kid A / Amnesiac (anche se guarda più a questi album che al resto della discografica ma in modo più accessibile) nè il minimalismo di The King Of Limb. Un album un po’ seduto, dismesso se non per gli archi sempre sugli scudi e per il trittico centrale Ful Stop / Glass Eyes / Identikit. Rimane comunque un lavoro di grande classe.
13. Loscil – Monument Builders

12. David Bowie – Blackstar

Otto su dieci tra varie webzine, fanzine, blog personali e circoli ricreativi mettono questo disco al primo posto tra le miglior uscite del 2016. Dieci su dieci sul podio. Lo stesso vale per il disco di Leonard Cohen e per quello di Nick Cave. Opere che non possono non collegarsi alla morte in senso assoluto visto che sia Bowie che Cohen sono scomparsi subito dopo l’uscita del disco – e le rispettive registrazioni sono state influenzate dalla malattia – mentre a Nick è deceduto il figlio quindicenne, precipitato nel 2015 da una scogliera. La prospettiva cambia sensibilmente, perché un conto è raccontare la morte, un conto è raccontarla mentre la si sta vivendo… Lo stesso vale per chi è dall’altra parte, cioè chi ascolta.
Comunque, tralasciando questi argomenti funebri, ammetto candidamente di non essere non solo un fan di Bowie ma nemmeno un ascoltatore tout court, non ho mai finito un disco per intero, canzoni come Heroes mi scoglionano dopo 2 note, Ashes To Ashes e Let’s Dance hanno quelle sonorità di plastica tipiche degli anni ‘80 che mi fanno effetto kriptonite, non so niente delle avventure di Ziggy Stardust, Starman me la ricordo perchè era la canzone master del programma Meteore. Però mi ricordo di Bowie in Labyrinth e l’ho apprezzato in The Prestige di Nolan.
Bowie è comunque un gigante della musica, forse “il personaggio” musicale per eccellenza, passato da molte epoche musicali grazie anche a tanti travestimenti, pseudonimi, soprannomi e ambiguità.
E a me questo disco tutto sommato mi piace. Ha dei picchi emotivi notevoli, Lazarus e la title track sono perle di rara bellezza compositiva. Si respira quell’aria di cui parlavo sopra. Ma non lucra su niente, lascia piuttosto un senso di “punto e a capo”, di ultimo giro di valzer. E’ un disco sincero di chi ormai non ha assolutamente niente da perdere ma vuole, fino in fondo, poter lasciare e alla sua maniera, il proprio contributo.
Sincero è il mio apprezzamento.
11. Nicolas Jaar – Sirens

Seconda prova (la prima, The Space Is Only Noise, è del 2011) per il giovane producer di origine cilene (ma americano di adozione), ispirata a dei fatti realmente accaduti nel suo paese (sua madre e sue padre, un importante artista, dovettero emigrare dal cile al tempo di Pinochet).
Ancora di più che nel precedente album, si intuisce quanto Nicolas Jaar sia abile nel fondere i generi più simili (post-punk, new wave) con i più disparati come l’ambient, il doo-wop e perfino ritmi latini.
E lo fa con usando strutture non convenzionali (Killing Time), con operazioni cut and paste, rumori di sottofondo, rapidi flussi di note che si interrompono in scie elettroniche (Three Side Of Nazareth, vicina per groove ai Dirty Beach) soppiantate da delicate note di piano. Il tutto contornato da un canto (come nella barcollante NO) che a prima vista a prima vista potrebbe essere algido ma riesce alla fine a veicolare contenuti importati con una musica sostanzialmente gentile.
Con questo lavoro Jaar sposta ancora più in alto l’asticella qualitativa della sua musica, confermandosi, pur essendo giovanissimo, come uno dei nomi di rilievo della musica elettronica di oggi.
10. Leon Vynehall – Rojus (Designed To Dance)

Nuovo lavoro per il producer britannico Leon Vynehall, a due anni di distanza da Music For Uninvited. Copertina e ispirazione nascono in maniera curiosa: Leon è in Lituania per una serata, va in un museo di arte contemporanea e vede un libro intitolato Rojus (Paradiso), poi va a casa e per caso vede un documentario sull’accoppiamento delle Paradisaeidae, chiamate comunemente uccelli del Paradiso. Quindi inizia a comporre il disco pensando alle similitudini tra i tentativi di corteggiamento di questi uccelli e quelli di chi balla nei club, sul dancefloor.
Chord energici, drum muscolare, elementi pochi si ma cesellati con cura certosina, un ritmo irrefrenabile sin dall’inizio, fanno di Rojus un disco da ascoltare prettamente in estate e a detta di scrive nel momento spritz. Ovvero quell’attimo in cui la combinazione bitter/prosecco/acqua frizzante ti smalizia un po’, ti alleggerisce dal peso della settimana, ti fa battere il piedino in terra.
L’album dura quasi un’ora, per chi vuole più di uno spritz può arrivare tranquillamente a Kiburu’s ed invadere finalmente la pista!
09. Fare Soldi – 21+

Da ex discotecaro convinto e praticamente mi pento e mi dolgo per non aver mai ascoltato – ma che dico, proprio conosciuto – questo due udinese formato da Luka Carnifull e Santana Pasta. Son giovani ma, remixando artisti importanti, si sono fatti conoscere nel giro che conta finendo per suonare insieme ai grandi dj del mondo.
Sinceramente sono dei cazzari, definiscono la loro musica pop sbagliato, sono i dj dell’evento “house party nudo e crudo” chiamato Venerdì Credici al padiglione 9 della fiera di Udine. Ascoltando anche dischi usciti qualche anno fa hanno l’estetica giocattolosa degli anni ‘80 e dei nomi alle canzoni fantastici (Pestalozzo, Tutti Brutti, Puff Dandy, Fessi Vivono, Palazzo dei Cigni). Le copertina non sono mai a caso, basta guardare questa di 21+: una bellissima ragazza di colore su un letto di patatine fritte.
Ma che musica fanno? Ah si è facile, è uno fritto misto duro e puro di cassa, beat e sample di pezzi famosi che svaria tra Daft Punk, Arandel, Todd Terje, Disclosure, Le Chic, il funky e l’italo disco. Si prendono sul serio il giusto, ad esempio Chilly Willy fa il verso al Maestro Robert Owens mentre Last First Kiss ai Primus più composti. Da non dimenticare gli ospiti di questo disco: Godblesscomputer rende vaporoso il funk di 21+, Mc Divine (vero nome Stephanie, vocalist conosciuta per caso ad Amsterdam) pompa di black All Comes Down e Don’t Go Away mentre nella sopra citata Chilly Willy ci sono gli M+A.
Si balla, si balla e si balla ancora. Anche perchè in fondo è un disco di musica house con i controcoglioni.
08. RY X – Dawn

Di Ry Cuming avevo già parlato in Liminal, l’album d’esordio dei The Acid, trio composto dallo stesso Ry insieme Adam Freeland e Steve Nalepa. Australiano classe 1988, esordì con l’omonimo disco nel 2010. Poi fa qualche concerto di spalla ai Marron5 quindi vi ho detto tutto.
Con questo disco Ry cerca la svolta della sua carriera, alla o la va o la spacca. Sul momento sembra lo sconosciuto da tre palle e un soldo che si presenta ad un talent e dopo 5 secondi che canta il pubblico se l’è già fatta addosso. In parte è vero, mi ha fatto lo stesso effetto a me (ma non me la sono fatta sotto). In realtà il discorso, se approfondito su un buon impianto stereo, è leggermente diverso.
Soul dalle importanti dosi elettroniche, la voce sempre in primo piano, a zighe tra Nick Drake e Jeff Bucley, in una sorta di sali e scendi emotivo che svaria da episodi più intimi che ricordano in alcuni passaggi i Sigur Ross (Saft, Bacon, Lean) a momenti più dancerecci (Deliverance e Haste). Una compostezza levigata che è la sua delizia ma anche la sua croce. Disco che sicuramente piacerà a molti, la strada intrapresa è quella giusta.
07. Raime – Tooth

Sono passati 4 anni dalla “ragazza sospesa”, disco partorito dal duo formato da Joe Andrews e Tom Halstead. Ho anche avuto la fortuna di vederli dal vivo al Lumiere di Pisa durante la rassegna Fosfeni, dove suonarono tutto il disco, rinvigorito dai video proiettati sullo sfondo.
Stavolta il duo londinese stringe ancora la cinghia. Un freddo tavolo chirurgico (Coax), gli spasmi di Hold Your Line, le rasoiate sinistre di Front Running, il noir sonoro di Glassed, gli incalzanti ma fragili equilibri chitarristici dell’accoppiata Cold Cain / Stammer, ci immergono in soli 30 minuti in atmosfere digitali, fumose, asettiche e piene di nebbia. Nella ripetizione continua di pochi suoni si gioca tutte le carte, un disco nervoso, affilato ma non depresso (cit).
06. Micheal Kiwanuka – Love & Hate

Michael Kiwanuka è un ugandese emigrato a Londra. Impara a suonare la chitarra ma, per sua stessa ammissione, non aveva mai pensato di poter diventare o il leader di una band oppure di produrre dischi a nome proprio.
Lo avevo lasciato li, fermo su una copertina a pensare. E’ passato un po’ di tempo, era il 2012. Nel frattempo cosa abbia fatto non si sa, certo è che deve aver pensato a lungo e bene per creare un opener come Cold Little Heart dove i Pink Floyd più scintillanti fanno pian pianino strada morbida voce di Micheal.
Ed è questa maturità artistica a spiccare appena premuto play, soprattutto nel trittico a metà disco Falling, Place I Belong e Love & Hate (che nel mood ricorda Inner City Blues di “che te lo dico” a fare Marvin Gaye).
Produce Danger Mouse, che non intralcia troppo il lavoro di Micheal, tranne che in One More Night dove si sente un po’ troppo il groove alla Tighten Up dei Black Keys – prodotti sempre dallo stesso Danger Mouse.
Love & Hate è un viaggio sincero, un disco di ampio respiro, più impegnato del precedente anche se un spesso batte troppo con forza sul “nero che vive tra i bianchi che non sono razzisti ma…”. Vedetela come più vi pare ma il fatto che questo sia un gran disco di black-soul è innegabile.
05. Federico Albanese – The Blue Hour

04. 2814 – Rain Temple

Rain Temple è il seguito di Atarashii hi no tanjou uscito lo scorso anno a firma 2814. Anche stavolta la copertina è fonte di ispirazione: se in Atarashii hi no tanjou l’osservatore principale era lo stesso che guardava la copertina, stavolta si fa un passo indietro perché si osserva una ragazza in bianco intenta a contemplare un paesaggio simile a quello del disco precedente. Una prospettiva diversa, così come sono diverse le dinamiche all’interno del disco rispetto al lavoro precedente.
La maestosa Before The Rain – degna dei miglior Saad – spiana la strada al loop in crescendo di Eyes Of The Temple, mentre l’ipnotica Lost In A Dream potrebbe stare benissimo dentro a un disco di Andy Stott. Guided By Love ricorda il post rock dei primi Sigur Ros mentre Transference unisce trip-hop e shoegaze in un tubo al neon. La vaporwave torna a fare capolino in questa bella prova di conferma nel trio conclusivo This Body, Contact e Inside The Sphere.
03. Eluvium – False Readings On

Seguo Matthew Cooper ormai da un po’ di tempo, credo da dopo l’uscita di Copia (2007) dopo averlo visto, per caso, dal vivo di spalla agli Explosion In The Sky. Presenza sempre discreta la sua, non un mostro di prolificità visto che gli ultimi due dischi sono equamente divisi nell’arco di 6 anni (Smiles nel 2010 e Nightmare Ending nel 2013).
A questo giro Eluvium riprende in mano la sua creatura e piazza un deciso colpo all’evoluzione del suo sound: se Copia era il capolavoro dell’equilibrio da ambient e musica orchestrale, qua il matrimonio è tra ambient e canto sacro – in una scelta simile a quella di Tim Hecker ma con intenti diversi.
Le struggenti voci liriche (Strangeworks, Regenerative Being, Movie Night Revisited, Rorschach Pavan) condotte da scie di chitarre e sintetizzatori in una forma orchestrale dai contorni estremamente sfumati, sono carezze della mano più amorevoli, la perfezione cristallizzata tra i ghiacci di Erebus – precedente collaborazione di Eluvium con Bvdub.
E anche gli interludi (Fugue State, False Readings On) o i semplici pezzi più ambient cementano ancora il leitmotiv del disco, la suddivisione di un istante, così come l’uomo in copertina, un insieme di puntini trascinati da una marea sonora.
02. Tim Hecker – Love Stream

Nel viaggio dantesco, dopo il paese immaginario dipinto a tinte forti e la cattedrale intravista nella nebbia, il compositore canadese aveva smarrito la retta via dinanzi alla Vergine. Da questo punto non si può tornare indietro, tutto ciò che succederà poi sarà figlio di questo momento.
Questo Love Streams (uscito su 4AD e non su Kranky come i precedenti) punta a riuscire a riveder le stelle. La strada può sembrare facile a primo acchito, ma sono passi incerti. Si barcolla, si naviga a vista, ci si aggrappa, si cade, ci si rialza.
Accolti dai fiati di Obsidian Counterpoint, diventano presto degli sbuffi senza controllo. Le voci frenetiche di Music Of The Air e Violet Monumental I – i cori provengono dalle opere del compositore fiammingo Josquin Desprez ma sono stati rielaborati e snaturati digitalmente con la collaborazione di Jóhann Jóhannsson e del produttore Ben Frost – diventano ben presto imperscrutabili, gli arpeggi in Bijie Dream e Live Leak Instrumental presto assumono la forma rumorismi graffianti. Anche l’innocuo sintetizzatore di Violet Monumental II concede il fianco ad un’andatura barcollante. Castrati Stack e Voice Crack non si smentiscono, tra bordate noise, voci confuse e beep interstellari. La chiusura è affidata al duo Collapse Sonata / Black Phase, un’accozzaglia rumorosa in cui ritorna il dualismo tra passato e presente. Che ormai fanno parte del tutto fino a coesistere.
Anche nei momenti più alti c’è sempre un riverbero, un drone, una bordata noise, un giro di chitarra ad essere fuori dal coro. Anche il suono o il momento più pacato può trasformarsi in turbamento. Una sorta di felicità turbata all’improvviso, un momento di imperfezione. Un momento di imperfezione umana.
Sempre fedele alla propria traiettoria, disseminando di false speranze i propri lavori, mi sembra giusto riconoscere in Hecker uno dei miglior produttori di musica elettronica in circolazione.
01. Junius Meyvant – Floating Harmonies

Vediamo un po’ cosa c’è in Islanda: una grave crisi economica che l’ha colpita una decina di anni fa, diversi paradisi fiscali, il Partito dei Pirati, un clima discretamente rigido, paesaggi mozzafiato. E, per rimanere alle tematiche di questo luogo in cui sto scrivendo, è sempre una fucina di ottimi artisti: Bjork, Sigur Ros, Olafur Arnalds, Jóhann Jóhannsson, Mùm e tanti altri…
Poi arriva questo ragazzotto, Júníus Meyvant e ti tira fuori questo disco, dove, con seppur strumenti classici (percussioni, archi, organetto) riunisce – in una visione personale si ma non revivalista – il soul dei tempi d’oro ad atmosfere che riconducono alla terra del fuoco e del ghiaccio. Ne è la riprova la conclusiva Floating Harmonies.
Il piglio soul è deciso sin dall’inizio, dove Be A Men, Beat Silent Need, Neon Experience ricordano le figure ingombranti di Marvin Gaye e Bobby Womack. Color Decay e Signal sono due perle di folk più confessionale. Ma è tutto il disco a scorrere tra momenti preziosi, anche nel gospel di Hailslide e negli episodi più pop come Mighty Backbone e Gold Laces.
Un groove irresistibile ed una cura certosina per gli arrangiamenti rendono questo Floating Harmonies una delle miglior sorprese di questo 2016.




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