1971. Le peripezie degli Stones in quel tempo erano pressoché infinite, tra il matrimonio di Jagger con Bianca, la dipendenza – al tempo controllata – dalla droga di Keith, amicizie pericolose, sbirri e agenti del fisco sempre alla porta… Per una questione di tasse con il governo inglese – che ne sapevano i ragazzi, in fondo e solo rock ‘n’ roll – decidono di lasciare il paese e si trasferiscono in Francia, a Nellĉote, una villa sulla Costa Azzurra.

Avevano portato anche il Mighty Mobile con loro, lo studio di registrazione portatile. Sul momento pensarono di registrare li materiale per il nuovo album per poi raffinarlo in un vero studio di registrazione, magari a Cannes o a New York. Ma ormai l’estro di Keith aveva preso il sopravvento sul resto del gruppo. Così decise di attaccare lo studio alla corrente della villa e di portare nel seminterrato tutti gli strumenti. Era spazioso ma diviso in una serie di piccoli bunker. Gli strumenti erano tutti sparpagliati un po’ qua e un po’ là, i fiati di Keys e Price erano in un posto e la batteria di Watts era a 200 metri da loro. La scarsa ventilazione, specialmente in estate, di certo non aiutava – da qui Ventialtor Blues.

Si batte il ferro finché è caldo, sosteneva Richards, senza tanti fronzoli nella composizione. A Keith veniva l’idea, ci buttava sopra un paio di riff, gli altri lo seguivano ognuno secondo le proprie caratteristiche e un passo tira l’altro. Nascono così, per puro caso, canzoni come All Down The Line, Rip This Joint e Happy – dove la batterie è suonata da Miller e dove canta Richard.

Keith capisce che deve cercare di tenere unita la band il più possibile visto che Charlie si è momentaneamente trasferito a 200 chilometri dalla villa e Mick passava molto tempo a Parigi. Così registrano fino a notte fonda, dormono tutto il giorno e all’alba riattaccano. La villa di Nellcote si trasforma ben presto in un caos, tra sedute di registrazioni estenuanti – il tecnico del suono alle 4 del mattino dovette ritornare alla villa per incidere la seconda parte di chitarra in Rock Off – gente che va e viene, droga a fiumi e gioco d’azzardo (da qui l’ispirazione per Tumbling Dice). Alla fine il gruppo si dividerà tra gli sballati – Keith, Taylor, Keyes – e quelli che vogliono altro – Mick, Charlie e Wyman.

Nel dicembre del ‘72, dopo un anno e mezzo passato in Francia i Rolling Stones si trasferiscono a Los Angeles per mettere a punto gli ultimi dettagli del disco. Jagger stavolta prende le redini delle operazioni facendo sovra incidere diverse parti – dal canto alle parti di chitarra – con il contributo di Blly Preston al piano in pezzi come Loving Cup, Let It Loose e Shine a Light.

Alla fine il materiale era talmente tanto che decisero di non tagliare i pezzi e fare un album doppio. Exile On Main St., il loro esilio sulla Costa Azzurra, da dove, con il Mandrax 2 – un Riva di 9 metri – andavano a far colazione in Italia o una capatina a Montecarlo. Senza documenti, esuli, con il sole in faccia e una manciata di canzoni in tasca.

E’ proprio questo il bello del disco. E una sputacchiera di generi musicali, dal blues, al folk, al country, al gospel, al rock. L’emblema è Shake Your Hips, pezzo del grande armonicista Slim Harpo del ’66: rock + boogie woogie. L’han copiata anche gli ZZ Top e con La Grange c’han fatto una carriera. E’ un grande guazzabuglio, con pezzi spesso “tirati via” che non durano mai più di 4 minuti. Concepito dal picco di creatività a base di eroina – la definizione è sostanzialmente sua – di Richard, ci sono tante canzone che non vogliono dire sostanzialmente niente, ma sono nate perché dovevano essere scritte, “c’era un buco da riempire, uno spazio che doveva essere riempito! E perché non l’avevo fatto prima?” (sempre Richards). La copertina, raffigurante istantanee di vari freak affisse sulla parete in un centro di tatuaggi a New York – scattate da Robert Frank nel corso di un viaggio attraverso gli Stati Uniti tra il 1955 e il 1956 – rafforza bene il concetto.

Questo disco è figlio del caos, quel caos che può regnare in un band ‘anni 70 in procinto di diventare di fama mondiale, governata da due teste che si si intendono ma con idee sempre più diverse spesso anche sul piano personale (specialmente negli anni successivi).

A Jagger questo disco non è mai piaciuto, lo ha definito un lavoro senza pezzi validi con un pessimo missaggio. Ma è la rivincita di Keith dopo la sconfitta di Sticky Fingers, dove Taylor prese un po’ il sopravvento e la band si dette un taglio più sofisticato. Ed è figlio di quel caos che negli anni ’70 farà produrre alla band album lavori di un livello inferiore a questo e agli altri precedenti – inutile parlare di quelli degli anni ‘80, ‘90 e 2000 perché sono agghiaccianti – vittima della definitiva dipendenza dall’eroina di Richards, delle smanie sessuali di Mick e gli abbandoni prima di Taylor (’74) e poi di Wyman (’92).

Nel 2010 è uscita una riedizione del disco contenente altre 10 tracce. In sostanza una raccolta di B-Sides e alternate take dove ci sono due pezzi di valore assoluto (Pass The Wine, I’m Not Signifying), il singolo acchiappa ascolti (Plundered My Soul), un paio di buoni pezzi (Following the River, Good Time Woman), un paio di riempitivi (Dancing in the Light, So Divine) e due rifritture per chiudere il cerchio (Loving Cup, Soul Survivor). Di importanza relativa per chi non desideri una conoscenza approfondita del gruppo.

Io ho la versione classica, ma solo perché ho sbagliato a comprarla, il completismo fa figo.

Anno: 1972
Genere: Rock / Rythem ‘n’ Blues
Casa Discografica: Decca Records


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