Alla luce del loro attuale stand-by voglio (ri)scrivere qualche riga  sul duo pisano formato da Tommaso Novi e Francesco Bottai, alias I Gatti Mézzi, anche per sdebitarmi un po’ sui pregiudizi che ebbi alla prima volta che li ho ascoltati. Stavolta il campanilismo non c’entra niente.

Li conobbi quando, anni fa, vennero fuori i Licantropi e saturo com’ero della band livornese – al lavoro le loro canzoni divennero veri e propri tormentoni – non avevo voglia di sorbirmi un’altra band simil-demenziale. Per puro caso, a distanza di qualche anno, mi è capitato di riascoltarli e senza nulla togliere ai Licantropi, pregiudizio non fu più sbagliato. Forse meno divertenti nell’immediato del gruppo livornese ma sicuramente più complessi a livello di messaggio e stile. Scelte diverse. I Licantropi – spariti dai radar di chi scrive dopo la fine del primo disco – non si muovono dal “i livornesi son ganzi, viva la topa” mentre per il duo pisano – oltre a sfoderare un’ottima padronanza dei generi musicali che affrontano e mescolano – vanno anche oltre, cercando di trovare un filo conduttore negli eventi tragicomici di questo mondo usando l’ironia e il vernacolo, armi da sempre presenti nel carattere di noi toscani. Li ho visti due volte dal vivo e conosco anche gli ultimi dischi della svolta “cantautoriale” – definizione loro – e la cosa non fa altro che rafforzare la cosa.
Berve Fra Le Berve è il loro quarto album, pubblicato nel 2011 dopo i fortunati e apprezzati Anco Alle Puce Ni Viene La Tosse (2006), Amori e Fortori (2007) e Struscioni (2009).

Diverse anime popolano questo disco. I cosiddetti personaggi, come Tamburo che viene menato dalla gente perché credeva d’aver visto una balena a Bocca d’Arno nel free jazz La Balena, il grande fancazzista detto Occhiaia nello straordinario doo-woop che porta il soprannome – Lo vedevi con quer braccio puntellato sur un fianco pareva ‘na tazzina / cor Campari sbandierato tutto ‘r giorno a fa’ ‘ discorsi sulla topa e la schedina – o una agghiacciante vecchietta in La mi’ nonna.  Ci sono le storie comiche, come Nella borsa delle donne, elegante ed assurdo swing che regna dentro la borsa di una donna – fazzoletti ar rosmarino / caramelle ar gorgonzòla / du’ termometri ar mercurio / dugento berve e tre trofei / amore mio giuro cercavo / le chiavi per entrare ‘n casa / e ‘nvece c’ho trovato un tipo / che m’ha guardato e poi m’ha detto: ma te chi sei? – , Amore mio se un giorno andrò a puttane – un marito che snocciola improbabili ma per lui valide giustificazioni per essere andato a puttate – ed Oh quella?!, dove un nonno picchiato per strada deve parlare dei tempi duri alla propria nipote.

Momenti di grande sensibilità senza scadere nel pietismo in pezzi come Quella vòrta in mare ho pianto e Morirò d’incidente stradale, amara ninna nanna per cercar la bella morte – perchè un bimbo non capisce cos’è un male e perchè non c’è una sega nulla da capire. Mentre in L’esòtïo,  piacevole intermezzo sulla ricerca frenetica al mondo d’oggi dell’esotico, e Tempi bigi sur Tamigi, swing a tutta birra sul desiderio di evasione dai tempi duri d’oggi giorni ma tanto si finisce nuovamente a mangiare da mamma, si fa un salto nei tempi moderni.

Il titolo del disco si spiega con canzoni come Le bizze der vento, I Gatti der Giari – che nel ritornello riprende una canzone famosa che al momento mi sovviene, forse dei Black Sabbath – Cervello, Ir bäo di sego, Anarfamondo, testi mordaci dove il soggetto son gli animali e come vedono la realtà. Una guerra tra poveri, belve tra le belve appunto.
Ben radicati nella cultura cantautoriale italiana – Jannacci, il teatro canzone di Gaber, passando per Paolo Conte e per i più recenti Bobo Rondelli e Vinicio Caposella – il duo Novi – Bottai riesce comunque a creare qualcosa di personale e che rimane comunque una cosa fruibile non solo tra le proprie mura territoriali.

Anno: 2011
Genere: Jazz / Swing / Cantautorato
Casa Discografica: SAM


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