Scrivere di uno dei dischi più importanti, fondamentali e direi anche clamorosi degli ultimi anni non è cosa facile. Considerando che – una cosa che ho ripetuto già diverse volte – non sono un tecnico e nemmeno un critico nel senso del mestiere ma mi approccio alla musica da altre angolazioni, ho dovuto farlo decantare come si deve perché le interpretazioni che si possono dare, spesso fuorviati da una bella dose di ingenuità e fantasia, possono tendere all’infinito. Ed è il motivo principale per cui non ho mai scritto una riga in merito, nonostante sia un disco che conosco praticamente a memoria. Ma andiamo avanti.

Breve inciso. I Tool sono una band statunitense formatasi nel 1990 da Maynard J. Keenan (voce), Adam Jones (chitarra e regista di quasi tutti i video. Oltre che chitarrista è un designer di effetti cinematografici: ha lavorato in Jurassic Park e Terminator 2 ), Danny Carey (batteria), Justin Chancellor (basso, inglese di nascita, subentrato a Paul D’Amour nel 1996).
Nel ’92 danno alle stampe Opiate, nel ’93 Undertow, nel ’96 Aenima, nel 2001 Lateralus e nel 2006 pubblicano l’ultima lavoro, 10000 days. Un album ogni 5 anni. Conteggio sbagliato perché da allora a nome Tool non è uscito più nulla, se non tante voci più o meno veritiere e qualche concerto in territorio americano.

Districandosi tra tempi dispari e testi criptici ho capito che – ma non sono un illuminato, sono solo cresciuto – Lateralus è un disco dove per 79 minuti si affronta il binomio comunicazione / connessione. Comunicare per connetterci, connetterci per comunicare. Con se stessi, con gli altri. Le barriere che creiamo (Porti il rancore come una corona di negatività, disperato nel controllo, incapace di perdonare, sprofondando più in basso, The Grudge), tendere la mano per ottenere qualcosa (Se non ci fossero state ricompense da ricavare. Nessun abbraccio affettuoso ad aiutarmi, The Patient), le differenze che non devono dividerci (La poesia che proviene dalle controversie e vale la pena rifletterci cercando la bellezza nella dissonanza, Schism), tendere all’infinito (Riconosci questo come un sacro dono e celebra questa possibilità di essere vivo e respirare, Parabol/Parabola) dimenticarsi della componenti umana (pensare ed analizzare separa il corpo dalla mente atrofizzando le mie intuizioni, perdendo opportunità, Lateralus), il necessario passo indietro per farne uno in avanti (Sacrifica l’ego prima che sia troppo tardi per lasciarsi alle spalle questo posto così negativo e cieco e cinico, Reflection) sono piccole perle in cui si cerca di sviluppare il tema di cui sopra da diverse angolazioni. Il tutto nel mezzo ai loro classici divertissement toolliani come Faaip the Oiad e Opium For Breakfast.

I Tool ci arrivano dalla loro parte, furbescamente perché vogliono la riprova, tirando in ballo filosofie orientali, matematica, simbolismo, religioni, sciamanesimo e altre diavolerie varie. Che è pur sempre una forma di comunicazione e che, come tale, se male interpretata – errore che ho fatto anche io – fa perdere di vista il vero obiettivo. Siamo ai tempi in cui Internet era solo un modo per farsi arrivare bollette stratosferiche, le Torri Gemelle erano sempre in piedi e i cellulari non esistevano. I mezzi e il modo di comunicare sono profondamente cambiati, con tutti i pro e i contro del caso.

Il disco è letteralmente un bagno di fuoco, dotato di una sezione ritmica impressionante dove il tribalismo di Danny Carrey fa da propulsore, accompagnato dai riff semplici ma ipnotici del basso di Chancellor. Adam Jones crea strutture ritmiche curatissime, mai una nota sprecata o un segno di virtuosismo inutile, lui che virtuoso non è ma semplice artigiano dello strumento. Non da meno la voce Maynard Keenan, melodica e rabbiosa al tempo stesso, a fare da collante, da catalizzatore di tutto ciò che riesce ad esprimere il resto della band. Ne viene fuori una miscela claustrofobica ed esplosiva di tanti elementi: passione, rabbia, odio, rancore, eternità, compassione.  Non da meno è tutto il comparto artistico del disco, dalla copertina ad opera di Alex Grey ai video di Schism e Parabol/Parabola realizzati dallo stesso Adam Jones.

Il sound Tool è un unicum nel suo complesso e ha pochi riferimenti nella storia del rock. Suona sempre una meraviglia, per niente scalfito dal tempo che passa. Se vogliamo parlare del sesso degli angeli, posso dirvi che i ragazzi hanno preso la componente progressive e psichedelica dei King Crimson e dei Pink Floyd, l’hanno rivestita del metal nero dei Black Sabbath e hanno immerso il tutto nella atmosfere pesanti dei Labradford.

In ogni, al di là delle interpretazioni che si possono o si vogliono trarre, Lateralus è e resta uno dei miglior dischi della musica pe(n)sante post 2000 e una pietra miliare di tutta la musica.

Tool – Lateralus (Volcano Records, 2001)


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