Onestamente mi è difficile credere alle storie lette in rete sulla genesi e il significato di questo disco. Non ho mai considerato i ragazzi di Basildon una band “impegnata”, alla maniera di un Bruce Springsteen o i – primi – U2. Certo, qualche tematica sociale è stata affrontata in passato ma per me è sempre stata una band che guarda prima dentro al cuore delle persone, anche attraverso la storia personale – spesso travagliata – dei propri componenti.
La copertina, realizzata dal sempre presente Anton Corbijn, dovrebbe fugare ogni mio dubbio ma io direi – per il momento – di mettere da parte tutto lo storytelling che vien fatto su questo album, onde evitare di mascherare un possibile e fisiologico calo di ispirazione. Sul precedente disco avevo già detto la mia. Su questo Spirit, il 14° in studio, ero un po’ meno dubbioso rispetto a Delta Machine che veniva da quella supercazzola di Sound Of The Universe. Ma l’approccio di sbieco rimane lo stesso.
Per prima cosa, al mix non c’è più Ben Hiller ma James Ford, già produttore di Arctic Monkeys e Klaxons. Avevo già ascoltato il singolo di lancio, Where’s the Revolution: 5 minuti sono troppi, da metà in poi diventa una lagna ripetitiva, l’elettronica su cui poggia il brano è poca cosa. Certo, è orecchiabile, dal vivo farà un figurone. Per fortuna l’album si apre con Going Backwards, interessante power ballad sulle orme di The Miles Away.
Tocca al primo pezzo scritto da Gahan, The Worst Crime, un fiume di parole in versione quasi acustica, se non fosse per la batteria marziale. Gore dosa abilmente la chitarra creando un’atmosfera intima e rarefatta, ma il problema è nel ritornello un po’ irritante, difetto già rilevato anche nei dischi precedenti.
Fortunatamente si arriva al trittico migliore dell’album: Scum, con la sua elettronica nervosa, You Move, notturna e conturbante e la dolente Cover Me, scritta da Gahan. Stendiamo un velo pietoso su Eternal (e anche su Fail): io i pezzi tutti uguali cantanti da Martin Gore non li reggo più. Mi fermo a Macro.
Poison Heart è l’ultima canzone scritta da Gahan ma sembra più uscita da un disco in collaborazione con Soulsevers che non dai Depeche Mode, anche se quei 20 secondi iniziali di elettro-soul mi avevano fatto ben sperare. So Much Love fa il verso preciso a Question Of Time quindi passo. Onestamente non riesco a trovare niente in Poorman e in No More (This Is the Last Time), mi sembrano delle b-side, carine ma pur sempre b-side.
Alla fine della fiera, l’album ha tante luci quante ombre ma riesce lo stesso a salvarsi. Ha un’idea di fondo, seppur limitata da persone di 50 anni che fanno musica da 35, i suoni sono ricercati e ben calibrati (forse merito del cambio di produttore). Ma è un disco dove ci sono troppe parole e poche veri momenti Depeche Mode. Le considerazioni finali non sono molto diverse da ciò che scrissi su Delta Machine ma va riconosciuto ai ragazzi che l’aver superato il possibile baratro artistico del dopo Sounds Of The Universe li a resi una band viva e che lotta insieme a noi.
Genere: Synth Pop
Casa Discografica: Columbia Records




Lascia un commento