Faccio il prof. e dico la mia: a distanza di 10 anni posso tranquillamente affermare che l’anno 2007 fu l’ultimo anno – per me in realtà il primo – di splendore del cosiddetto post-metal (semplificando). Negli anni a seguire, i gruppi madre come Neurosis e Isis, pur mantenendo qualità una spanna e mezza sopra ad altri, non hanno aggiunto più niente di significativo a ciò che avevano detto in precedenza. Le band nate come i funghi subito dopo l’inizio del nuovo millennio si sono limitate a seguire il vento che tirava in quel momento, abusando e riproponendo gli stilemi del genere in questione – a capo di tale sezione metto i Cult of Luna che nonostante una paio di buoni album, hanno finito per copiare chi ne sapeva più di loro, facendo solo più confusione visto che nella band svedese sono 8 invece dei i classici 4 o 5. Anche i Mastodon che, pur avendo lambito questo “mondo” solo in parte, hanno deciso di svoltare, da 3 dischi a questa parte, su ritornelli catchy. Ovviamente io non potevo che arrivare alla fine di tutto, ma questo ormai è un mio modo di fare, non è la prima volta che mi capita. Mi ci sono abituato e la cosa può risultare positiva perché evita l’innamoramento della prima ora, al netto di superare il fatto di essere un giro di lancette indietro.

In The Absence Of Truth è il primo disco in assoluto che ho ascoltato facente parte di questo genere definito post – metal o post – hardcore, in questo prevalentemente americano. Non fu nemmeno una passeggiata, perché onestamente certi suoni, al tempo, non erano proprio nelle mie corde – per non parlare delle parti cantate, in growl. Non avevo nemmeno un background metallaro in senso stretto, mi fermavo solo a un po’ di hard rock di stampo Seventies. Quindi il viaggio era decisamente al buio ma la curiosità ha fatto il resto. Insistere è stata la cosa che, alla fine, mi ha permesso di conoscere due capolavori come Panopticon degli Isis e The Eye Of Every Storm ma anche chi erano i Padri, i Figli, gli Zii e i Cugini. Quindi il discorso ha preso anche una valenza storica. Da non tralasciare – ne parleremo in un’altra circostanza – è il discorso sul post rock, movimento che ho scoperto contestualmente a questo e che si lega ad esso a doppio filo per diversi aspetti, compreso l’inizio e l’inevitabile decadenza.

Tornando al disco, se con Panopticon gli ISIS sono andati oltre il modello dei Neurosis – che nel medesimo anno faranno uscire quel masterpiece che fu appunto The Eye Of Every Storm – con In The Absence Of Truth gli ISIS vanno oltre il loro stesso stile.

Turner e soci si son sempre interessati ai vicoli ciechi, alle gabbie, ai posti dove non c’è via di uscita. Era l’amore non ricambiato in Oceanic e l’invincibile carcere nell’omonimo Panopticon. In The Absence Of Truth l’impossibilità della fuga si crea in quel cortocircuito che c’è tra percezione e verità, uno dei dilemmi filosofici più classici della storia: una cosa è vera perché percepita oppure il contrario? Dilemma non da poco, perché la risposta alla domanda di cui sopra è l’esatto confine che c’è tra illusione e realtà. I nostri provano a tracciare una (possibile) terza via. Uno slancio in avanti, una capacità di decodificare ciò che ci sta intorno, di vagare a vista nella nebbia, cercando figure a cui aggrapparsi, approfondendo il lato onirico – spirituale ma senza farsi condizionare da dogmi (visti pur sempre un’imposizione da parte di un’autorità) ma senza la rigidità scientifica come era ad esempio il Panopticon. Per far ciò decidono (e devono) operare un cambio di songwriting.

Oceanic era tutto incentrato sul post hardcore di matrice sludge, una rabbia gridata al mondo, Panopticon era un muro di chitarre granitiche come ciò che si andava a descrivere. Qua invece si riprende solo in parte il discorso iniziato nel precedente disco (l’inizio di The Wrist Of King e il finale di Garden Of Light) ma è netto il tentativo di lambire un certo tipo di musica progressive e sempre più vicino al post rock di stampo chitarristico. Fondamentale è l’evoluzione di due componenti della band. Harris propone strutture ritmiche più complesse (Dulcinea, Not In Rivers But In Drop), di ispirazione tribale/ tooliane (l’intro di The Wrist Of King, 1000 Shards), vicini all’ acid house (Firdous E Bareen). L’altro è Clifford Mayer, chitarrista dal fine gusto melodico – ma senza scadere nel melenso – stavolta presente anche al synth, dando al disco quel tocco a metà strada tra i Melvins più doomici e ambientali e agli Earth, contributo fondamentale per quell’aura spirituale di cui parlavo qualche riga sopra.

Stretti nella morsa asfissiante del Leviatano che tiene il potere in mano, si viene maltrattati dalla corrente in Not In River But In Drop ed è solo nella morbidezza dei suoni di Dulcinea che si vaga nella nebbia alla ricerca di un approdo familiare (Il suo pensiero è più limpido Dell’uomo più sano / In lei egli ha visto la bellezza straripante / attraverso i suoi vestiti a brandelli). Ne segue una lenta discesa in quel gorgo nero che è Over Root And Torn (Il tuo regno è in costante crescita / dilagante come un muschio). Il muro di chitarre di Holy Tears ci riporta ai tempi di Panopticon, mentre l’acustica Firdous E Barren è un elegantissimo mix di post – rock, ambient, noise e doom.

Come per Oceanic che per Panopticon, la chiusura è affidata ad una canzone che serra le file e chiude tutto il significato dell’album: Garden Of Light. Le chitarre di Turner e Gallagher si intrecciano alla perfezione, trovando finalmente la pace nell’illusione definitiva (Tu sei la faccia di Dio / Tu sei il mio respiro / La mia vita, la mia morte) in un giardino di luce dove niente è vero ma tutto è permesso (cit.).

Purtroppo la pessima registrazione in studio – l’ho ascoltata in mille maniere diverse ma il risultato non cambia – tende a saturare il suono e alcuni fraseggi di un certo rilievo si perdono inesorabilmente. Credo sia questione di microfoni e non di mixing vero e proprio. L’altro pelo nell’uovo sono dei passaggi non proprio originali, come le parti vocali di 1,000 Shards – un po’ troppo ispirate a Planet Caravan dei Black Sabbath   e alcuni riff di chitarra. In Holy Tears è tirato per le lunghe mentre nella stessa 1,000 Shards sembra preso in prestito dagli – ultimi – Katatonia.

Recente la band di Boston, sciolta ormai da un lustro, sul proprio sito e su altri profili ha dovuto cambiare il nome in ISIS The Band per non essere confusi con l’Islamic State Of Iraq and Syria.

Genere: Post metal, post hardocore
Casa Discografica: Ipecac Records


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