
Io e Lemmy siamo diventati definitivamente amici una mattina di Natale del 2011, quando, a causa di un virus un influenzale, fui costretto a saltare il pranzo di Natale dai suoceri (lo so che per molti la cosa potrebbe esser stata una salvezza, ma vomitare tutta la cena della Vigilia di Natale non fu per niente una passeggiata). Babbo Natale mi portò un fantastico lettore mp3 della Creative e il collaudo fu fatto con questo disco, per poi farmi compagnia tutto il giorno.
Chi come me che, a causa di ragioni prettamente anagrafiche, si è perso qualcosa per strada e ha la necessità creare una sorta di cronologia delle mutazioni, attribuisce ai Motörhead l’importanza di essere stato un punto di snodo tra la musica hard rock / rhythm and blues degli anni ‘70 e la scena metal inglese da una parte e la scena heavy metal americana.
In realtà si tratta solo di rock ‘n’ roll sparato a velocità supersonica. Un hard and heavy a dei decibel mai sentiti prima – soprattutto dal vivo, in studio la cosa non era replicabile per gli strumenti dell’epoca – dove il girovago Lemmy riuscì a prendere spunto qua e là – la psichedelia degli Hawkwind, il punk, l’hard rock di matrice anni ‘70, la nascente scena metal inglese – rinchiudendo il tutto in tempi dimezzati – la durata delle canzoni e in media sui 3 minuti e mezzo – ma raddoppiando la velocità d’esecuzione.
Una band in stato di grazia nella sua formazione originale, con Phil “Philty”Taylor alla batteria, Eddie “Fast” Clarke alla chitarra e poi lui, Ian “Lemmy” Kilmister al basso. Padre e fondatore della band, hombre vertical del rock, una sigaretta in mano, una bottiglia di whisky nell’altra, una voce da gargarismi con i vetri pronta a tuonare il famoso verbo born to lose, live to win. Il meno poser tra tutti i poser – guardatevi qualche video recente di lui insieme ad altre band e capirete cosa voglio dire – un carisma da vendere ma anche una gentilizza fuori dal comune per il mondo della musica, non negandosi mai ad una collaborazione e incassando anche meno del dovuto, non solo nel senso economico, hanno creato il mito Lemmy, persona da prendere tutta d’un sorso, sia nei pregi che nei – tanti – vizi.
Sta di fatto che il sound Motörhead è racchiuso nei cinque minuti della title track Overkill: Taylor alla batteria è un rullo compressore, Clarke genera riff a velocità supersonica e Lemmy imbraccia la sua mitragliatrici a forma di Rickenbacker. E’ la canzone che dura più di tutte perchè dopo la tirata micidiale dei primi tre minuti c’è il famoso overkill (On your feet you feel the beat / it goes straight to your spine) e si riparte sulle montagne russe tra la doppia cassa della batteria – quasi una novità per l’epoca – e l’assolo affilato come una lama di Clarke.
Il canovaccio non cambia né con Stay Clean né in (I Won’t) Pay Your Price mentre I’ll Be Your Sister è letteralmente un bagno di fuoco appiccato dallo straordinario assolo inziale di Lemmy – accusato di essere una canzone sessista, Lemmy rivelò che avrebbe voluto che la canzone fosse incisa da Tina Tuner (!). La successiva Capricorn – così come Metropolis – sono i due pezzi più vicino all’hard rock e alla psichedelia di una decade addietro di tutto il disco mentre è nel power trio No Class / Damage Case / Tear Ya Down che la band torna ad essere il rullo compressore d’apertura. Chiude Limb from Limb, un iniziale hard blues che alza i giri del motore fino a terminare con il solito ritmo indiavolato con cui si è aperto l’album.
Da non tralasciare anche altre due canzoni come Too Late Too Late e Like A Nightmare, uscite rispettivamente come b-side dei singoli Overkill e No Class e inserite nell’edizione del disco del 1996.
L’album fu registrato in una notte, una cosa piuttosto comune per i Motörhead visto che gli studi costano e i tre non avevano un sold0. Ai Roundhouse Studios di Londra come produttore c’era Jimmy Miller, famoso per aver prodotto i miglior dischi dei Rolling Stones (Beggars Banquet, Sticky Fingers, ecc) e diverse canzoni – Damage Case, No Class, I Won’t Pay Your Price – erano già state suonate dal vivo anni prima mentre Capricorn fu partorita direttamente quella sera mentre Metropolis fu scritta da Lemmy in 5 minuti qualche giorno prima dopo aver visto l’omonimo film.
Dei primi 4 album dei Motörhead, Motörhead, Overkill, Bomber e Ace Of Spades – usciti a cavallo tra il ‘77 e il ‘80 – viene spesso preso come summa artistica l’ultimo. Personalmente vedo, tralasciando il valido ma acerbo Motörhead, Overkill come l’inizio della “storia Motörhead”. Gli altri sono il proseguimento di idee già tracciate in precedenza, che vedevano Lemmy e soci cavalcare il treno che loro stessi avevano messo in moto. Purtroppo vizi, vezzi, tour massacranti, cambi di formazioni e un rapporto con le case discografiche non proprio idilliaco non permetteranno ai Motörhead di raggiungere più questi livelli, salvo rialzare la testa con l’ultima formazione (Aftershock e Bad Magic).
Il disco non ha nessuna flessione compositiva né un vuoto e inanella una serie di canzoni imprescindibili per tutto quella che sarà la scena heavy nelle sue declinazioni in thrash e speed – vedi Metallica, i loro primi debitori – entrando di diritto nella cerchia ristretta dei capolavori della musica.
Motörhead – Overkill (1979, Bronze Records)




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