“Quando succede qualcosa di simile, a volte il silenzio è la risposta migliore, perché non sai cosa dire quando qualcuno sta vivendo quel dolore. C’è il tempo in cui puoi giocare nell’oscurità e puoi glorificarla e romanticizzarla. E poi c’è il tempo in cui essa è presente ed è reale.”

Questa è la premessa che sta alla base del nuovo lavoro del duo di Nashville (Marc Byrd e Andrew Thompson). Non sapevo niente sull’uscita di questo disco. Gli Hammock erano un po’ che non passavano da queste parti. Apprezzatissimi sin dall’esordio con Kaotic (2005) e dal bel duo Raising Your Voice Trying To Stop An Echo (2006) e Maybe They Will Sing For Us Tomorrow (2008), li avevo lasciati un po’ da parte, visto i miei ricorrenti voli pindarici da un genere all’altro. Mysterium era inizialmente nato con tutt’altro intento ma la scomparsa nel 2016 di Clark Kern, figlio della sorella di Byrd, ha cambiato il lavoro in corsa (basta semplicemente leggere i titoli delle canzoni).

L’intento è quello di mantener fede alla promessa iniziale, affidandosi a commoventi archi nella monumentale opening Now And Over Yet, aggrappandosi ad un coro di voci (Mysterium, I Would Give My Breath Away, Dust Swirling Into Your Shape), a poche note di piano e chitarra immerse in un acquosa elettronica dilatatissima (When The Body Breaks, Nominus, Thing Of Beauty Burn). Oscurità e luce si trovano Dust Swirling Into Your Shape e l’album si snoda in un crescendo continuo, frutto di un’eccellente compattezza compositiva che trova il suo definitivo climax in Remeber Our Bewildered Son ed Elegy.

Gli Hammock ci trasportano mano per la mano nel loro lungo viaggio ed è nel finale colorato alla Sigur Ros di This Is Not Enough in cui si abbozza un sorriso per reagire alla sofferenza.

Supportato magistralmente da Francesco Donadello, Peter Katis, l’orchestratore di Amburgo Roman Vinuesa e in particolare tutto il Budapest Art Choir, il duo americano americano realizza un requiem non scontatamente funebre ma che crea una profonda empatia con chi lo ascolta, dosando saggiamente parti orchestrali, inserti ambient e cori, mai come in questo album determinati. Ed equilibrando saggiamente questi tre elementi che il duo americano riesce a creare un continuum narrativo, realizzando di fatto un’elegia profondamente sincera e sentita.

E dispiace che uno dei miglior dischi usciti in questo anno sia nato per motivi così infausti.

Hammock – Mysterium (Hammock Music, 2017)


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