
Qualche anno fa, arrivati a questo punto dell’anno, trepidavo per leggere le classifiche delle webzine che seguivo e che seguo tuttora, forse perchè volevo sentirmi “nel giusto” (figo no, certi dischi li ascolto io e i parenti stretti di chi li registra). Poi le leggevo per vedere se mi ero perso qualcosa, sia mai che mi tralasci un disco per strada! Ora la cosa è scemata, le tengo sempre di conto per fare, come direbbe mia moglie, un “recap”, ma più che altro le leggo per vedere “cose c’è la fuori”. Ormai ho capito cosa mi piace e cosa no, cosa riesco ad ascoltare e cosa no, cosa ho bisogno di ascoltare e cosa no. Fino a quando non mi ci sono messo anche io a fare le classifiche…
In questo 2017, fuori c’è, oltre a una marea di musica di merda – perdonatemi la banalità – un sacco di musica o elettronica o hip hop al quale io sono poco incline. Saltando l’hip hop e derivati come se fosse un box jump (Lamar e Vincent Staples impazzano in tutte le classifiche), Visible Cloaks, Claro Intelecto, Jlin, Arca, Actress, Black Mass, Mura Massa e compagnia bella li posso ascoltare così, en passant. Un disco intero è troppo e non riescono a rimanermi impressi, figuriamoci a scriverci qualcosa sopra. Poi c’è tutta una sfilza di personaggi / gruppi per i quali vedo strapparsi vesti e che io rispetto ma non mi dicono più di tanto, vedi LCD Soundsystem, The National, Grizzly Bear, Thundercat, Father John Misty. E’ anche inutile parlare di reunion o cariatidi varie.
Di conseguenza quest’anno sono stato meno curiosone del solito. Probabilmente ciò è frutto del caso ma la maggior parte degli artisti che sono qua sotto son mie vecchie conoscenze, anche se da anno ad anno cerco sempre di mettere cose nuove, anche a fronte di una qualità minore, in modo da premiare chi ancora non si conosce. Pur non comparendo in questa inutile classifica, ho ascoltato anche altri lavori molto interessanti, cito su tutti come Secret Book di Fabrizio Paterlini, l’immancabile thè nel deserto con Elwan dei Tinariwen, la collaborazione-gioiellino tra Sebastian Plano e Jeffrey Zeigler, Cruel Optimism di Lawrence English, Desire di Kamasi Washington, Astrild Astrild dei The Dale Cooper Quartet & The Dictaphones.
Come sempre c’è stata anche una rispolverata ai grandi classici. Quest’anno è toccato a Motorhead, Black Sabbath e Metallica.
Grosse delusioni non le ho avute, anche perchè onestamente non vivo di hype. I Mastodon ormai li abbiamo persi, dai Dalek dopo la prova dello scorso anno mi aspettavo qualcosa di più, Kid Koala lo preferivo in versione cut&paste invece che convertito all’ambient, mentre vi rendo i Queen Of The Stone Age tutta la vita e in cambio mi ridate i Kyuss.
Interessante la conoscenza di 4 donne: l’esordienti Sevda “Sevdaliza” Alizadeh, Kelly Lee Owens, Melanie De Biasio e la più navigata Chelsea Wolfe. L’attesa è stata lunga ma Forest Sword non mi ha deluso.
Alla fine dei conti, “anche quest’anno l’abbiamo portata a casa”.
Detto questo, ecco i miei 20 dischi preferiti per l’anno appena trascorso. I criteri sono sempre gli stessi. Un disco per autore, niente best of e rifritture varie. E, salvo il podio, l’ordine delle restanti posizioni non ha molta importanza. Diciamo che le prime dieci posizioni cerco in genere di lasciarle, ove possibile, alle “nuove proposte” mentre le altre 10 ad amatori, vecchie glorie e “rieccoli” vari.
20. The Brian Jonestown Massacre – Don’t Get Lost
19. Jimmy Scott – I Go Back Home
18. The War On Drugs – A Deeper Understanding
17. The Dale Cooper Quartet & The Dictaphones – Astrild Astrild
16. Childhood – Universal High
15. Kelly Lee Owens – Kelly Lee Owens
14. Godblesscomputers – Solchi
13. Heliocentrics – A World Of Mask
12. Giulio Aldinucci – Borders And Ruins
11. Francis M. Gri – Fall and Flares
10. The Black Angels – Death Song
9. Depeche Mode – Spirit
8. Ulver – The Assassination Of Julius Caesar
7. King Gizzard & And The Lizard Wizard – Flying Microtonal Banana
6. Forest Swords – Compassion
5. Sevdaliza – Ison
4. Chelsea Wolfe – Hiss Spun

Alla sua settima prova, la cantante americana spinge forte sull’acceleratore, tra lo sludge di grossa di Spun, le sfuriate post punk di 16 Psyche, le scorribande telluriche di Particle Flux, le bordate post-industrial Strain e le deflagrazioni dal sapore neurosiano in Twin Fawn.
Ma il vero punto di forza del disco non sta nel tutto martello ma nella voce della Wolfe. In The Culling, Static Hum, così come Scrape e Twin Spirit, la performance vocale crea atmosfere ora sensuali ed intime, ora luciferine, ponendosi in ogni modo come perno centrale della canzone.
Produce Kart Ballou, chitarrista dei Converge e, a fianco del fido Ben Chisholm, stavolta compare alla chitarra Troy Van Leeuwen (Queens Of The Stone Age) e in Vex c’è la partecipazione di Aaron Turner (ISIS, Sumac).
Siamo a mezza via tra Siouxsie, This Mortal Coil, Swans ma non ho modo di poter aggiungere altro, essendo, come spesso mi capita, partito dal fondo. Nonostante ciò, posso ben dire di aver ascoltato un gran disco.
3. Rafael Anton Irisarri – The Shameless Years

Fin dalla copertina, in parte atipica, sfondo bianco con impresse in rosso il titolo dell’album e in nero le tracce, una roccia immersa in una marea grigia, mi aspettavo una noia mortale. Invece mi sono trovato davanti un sound monolitico ma che non affonda l’ascoltatore nell’oppressione, anzi lo rapisce grazie al lento fluire delle sue molteplici sfumature.
La malinconia di Indefinite Fields, avvolta in suono sgranato, confuso, che ti avvolge e ti lascia lì sospeso. Il crescendo di droni fino alla monumentale estasi finale di RH Negative o quello spigoloso Sky Burial. La struggente armonia di Bastion. La disarmante decadenza di Karma Krama e l’onda di The Faithless che, così come piano piano è arrivata, se ne torna indietro senza lasciar traccia di essa.
Se questo è il tempo di chi è senza vergogna, il compositore americano registra il disco per un’etichetta messicana, la Umor Rex e collabora nelle ultime due tracce con un Siavash Amini, un producer iraniano.
Solo 700 copie – già esaurite – rigorosamente in vinile per uno dei miglior dischi di musica ambient usciti in questo 2017.
2. Ben Frost – The Centre Cannot Hold

Il problema di fondo è il dove vuol andare a parare l’irrequieto Frost. A fronte di questa muscolarità sonora, fatta si scelte da ciglio ancelottiano (tra cui Steve Albini come produttore), alcuni titoli delle canzoni buttati lì a casaccio, una debordanza in tutto e per tutto, si rimane spaesati e tanto valeva tenersi l’Ep Threshold Of Faith.
Se invece ciò è virtù e non vizio, dove tutto alla fine si disperde e si inizia con il bianco finendo con il blue, districandosi tra respiratori artificiali (Threshold Of Faith), le rasoiate techno di Trauma Theory, momenti tra Apex Twin e Tim Hecker (A Single Hellfire Missile Cost $100,000, Healthcare), scenari alla Blade Runner (Eurydice’s e Meg Ryan Eyez), tra le storture marziali di Ionita o i beep intergalattici di All That You Love Will Be Eviscerated, beh allora Ben il centro non lo tiene – Things fall apart, the centre cannot hold è un verso tratto dalla poesia The Second Coming di W.B. Yeats – ma l’ha preso in pieno.
1. Hammock – Mysterium

Supportato magistralmente da Francesco Donadello, Peter Katis, l’orchestratore di Amburgo Roman Vinuesa e in particolare tutto il Budapest Art Choir, il duo americano americano realizza un requiem non scontatamente funebre ma che crea una profonda empatia con chi lo ascolta, dosando saggiamente parti orchestrali, inserti ambient e cori, mai come in questo album determinati. Ed equilibrando saggiamente questi tre elementi che il duo americano riesce a creare un continuum narrativo, realizzando di fatto un’elegia profondamente sincera e sentita.
E dispiace che uno dei miglior dischi usciti in questo anno sia nato per motivi così infausti (la scomparsa nel 2016 di Clark Kern, figlio della sorella di Byrd).




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