Pensavo che con il passare di Gennaio avrei dato una sforbiciata ad un bel po’ di cose rimaste da ascoltare uscite lo scorso anno. In realtà mi sono accorto che, oltre ad esser ancora tanta, se ne sono aggiunte anche altre! E stanno iniziando ad uscire dischi molto interessanti, alcuni dei quali ne sentiremo parlare fino alla fine dell’anno. Quindi calma e gesso, non disperiamo perché è sempre meglio ascoltare poco che niente. 

Dopo aver sparato un ricco “me cojoni” alla perla di saggezza di cui sopra, partiamo da una piccola bomba, uscita giusto alla fine di Gennaio. Parlo di Ilion, terza fatica dei francesi SLIFT. Un trio formato dai fratelli Jean (voce e chitarra) e Remi Fossat (basso) più il vecchio compagno di scuola Canek Flores (alla batteria), attivi dal 2016. 

Già con la opener (che da il titolo al disco) e la successiva Nimh, due panzer lanciati a velocità supersonica, si capisce già cosa si respirerà nel disco, un mix esplosivo di heavy metal, stoner e rock psichedelico. Ai primi ascolti mi hanno ricordato i King Gizzard and The Lizard Wizard e i dimenticati (a torto) Minsk, attingendo un po’ da tutto il “post” di casa Neurot / Relapse

Con i successivi ascolti è venuta fuori anche la loro personalità perché i ragazzi non sono solo rumore, sanno maneggiare la materia come si deve. Basti ascoltare The Words That Have Never Been Heard, con  suoi strappi e improvvisi cambi di ritmo, dal progressive al jazz, o la meravigliosa seziona ritmica di Confluence, così tentacolare nei suoi cinematismi, impreziosita dal sassofono di Etienne Jaumet. Senza dimenticare le scorribande di The Story That Has Never Been Told e il dark noise di Enter The Loop.

Canzoni vive che nonostante i tanti cambi di ritmo mantengono un tiro altissimo, un groove pazzesco e denotano, oltre che a saper suonare, una grandissima capacità compositiva da parte dei ragazzi di Tolosa. Chapeau!

Altra uscita di rilievo è il ritorno di Chelsea Wolfe con il suo settimo album She Reaches Out To She Reaches Out To She, uscito per la semi indipendente Loma Vista

Forte di una stima pressoché infinita da parte sia di chi la segue sia dalla critica in senso stretto (nel giro di qualche giorno tutte le sei webzine che seguo hanno parlato del disco) la cantautrice di Sacramento può sostanzialmente fare ciò che vuole, andando stavolta ad adottare un suono più orizzontale, abbandonando le scorribande heavy degli ultimi anni ma fabbricando, grazie alla commistioni con generi diversi come il trip hop e la dark ambient, ottime composizioni a tinte scure su cui poggiare liberamente la propria vocalità, per un album che racconta la fine di una dipendenza (la sua) dall’alcool e di un amore tossico (raccontato da un’amica). Altro centro, senza rischiare di risultare dark un tanto al chilo.

Poi vorrei spostare l’attenzione, come se fosse un segnalibro, su due album a metà tra la riscoperta e il riascolto. 

Il primo è l’esordio dei Godflesh con Streetcleaner del 1989 che, oltre ad avere una delle copertine più agghiaccianti della storia della musica, rappresenterà un ponte tra la musica metal ed il resto della musica pesante, con la sua produzione lo-fi fumosa e malsana ed una drum machine così marziale da non andarsene mai dalla testa. Li conoscevo già da tempo, quando si erano sciolti e Broadrick aveva fondato i Jesus, ma con l’uscita di Purge mi sono tornati alla mente. 

L’altro segnalibro è l’esordio degli Emperor con Into The Infinity Of Thoughts uscito il 21 Febbraio del 1994. Qua siamo all’apice del black metal di stampo norvegese, apice che io personalmente continuo ancora a guardare da lontano perché non è musica da tutti i giorni. Iniziare questo disco (che va preso nella sua totalità come se fosse un flusso unico) vuol dire lasciare aperto uno spiraglio di una porta da cui ben presto uscirà una sottile aria gelida, quel tipo di freddo che ti rimane addosso per ore ed ore. Te lo senti sulle spalle, ti avvolge, quasi ti destabilizza, ti senti come Frodo Baggins quando è ferito dal Nazgul. Non a caso nella copertina viene raffigurato il viaggio di un gruppo di orchi verso Minas Morgul.


Giudi e Quani – Out Of My Way (2024)

Chicca del mese, nuovo lavoro per il duo veronese a distanza di 5 anni dall’esordio. Giuditta Cestari (voce, batteria) e Francesco Quanilli (chitarra) producono un solido ed onestissimo trascinante album di sano blues-rock che ricorda i The White Stripes prima e i Black Keys poi, un certo tipo di rock al femminile dei primi anni 2000, con le immancabili influenza zeppelliane e rollingstoniane. Senza voler raggiungere le vette del duo Hart – Bonamassa ma forti di un’intensa presenza live, i nostri si meriterebbero sicuramente qualche attenzione in più.

Eye Flys – Eye Flys (2024)

“Voce bituminosa, sezione ritmica pachidermica, chitarra urticante” (cit). Penso sia sufficiente per descrivere la musica di questo trio composto dal bassista Kevin Bernsten, dal batterista Patrick Forrest e dal cantante/chitarrista Jake Smith. Un ritorno dopo Tub Of Lard del 2020, per una musica di genere che spazia dai Melvins, agli Unsane, passando per Helmet ed Entombed, per arrivare ai primi Korn

Suol – Suol (2023)

Album d’esordio per il moniker Suol per il misterioso duo olandese J. (chitarra, voce) e P. (chitarra, voce). Raffinato black metal dai tratti sinfonici con influenze folk, che trae spunto per i temi di fondo ai miti e alle tragedie del passato della loro terra, la piccola provincia di Overijssel nei Paesi Bassi. Nota a margine: anche i collaboratori, rigorosamente di origine locale, presenti nel disco vengono indicati solo con l’iniziale, che sia del nome o del cognome non è dato da sapere.

Hauntologist – Hollow (2024)

Progetto parallelo di Darkside e The Fall, già membri dei ben più noti Magla. Partendo dalle coordinate della band madre, il duo cerca comunque di trovare la propria strada andando ad aggiungere ad un solido black metal deviazioni post rock e neo folk. 

The Smile – Wall Of Eyes (2024)

Thom Yorke e Jonny Greenwood, in libera uscita dai Radiohead, in un progetto parallelo già alla sua seconda iterazione (l’esordio,  A Light for Attracting Attention è del 2022). A detta di molti, già uno dei dischi migliori dell’anno nonché superiore a molte cose dei Radiohead uscite di recente. Io gli ho dato una passata veloce e quindi non mi esprimo, l’ho messa qua giusto solo come promemoria.

T. Rex – Electric Warrior (1971)

Inizia la sezione dei recuperi di grandi classici. Sostanzialmente la nascita del glam rock, genere che io ho sempre ascoltato e guardato da lontano (soprattutto il glam della decade successiva, uno dei principali colpevoli del buco dell’ozono) perché non amo molto lustrini e paillette e perché di quegli anni ho sempre avuto altro da ascoltare. Qua però c’è da essere onesti che si percepisce classe e che non è tutta apparenza, con canzoni sapientemente arrangiate e suonate, con una miriade di strumenti e particolari soluzioni tecniche. 

Patti Smith – Horses (1975)

Figuriamoci se mi metto a giudicare la Poetessa. Dico solo che il disco non mi è piaciuto, è un modo di fare musica che con me attecchisce poco. Quindi il mio giudizio vale meno di zero.

Heavy Load – Stronger Than Evil (1983)

Band di culto svedese, uno dei primi gruppi a gettare le basi dell’epic metal di stampo scandinavo. Un album tiratissimo dall’inizio alla fine, solido metallo per un recupero che rappresenta una pietra miliare del genere. Ancora attivi, hanno pubblicato il loro ultimo disco, Riders Of The Ancient Storm, lo scorso anno.


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