Il contenuto che segue contiene importanti spoiler del gioco.

Arthur: “Siamo ladri in un mondo che non ci vuole più” .
Dutch: “Siamo sognatori in un mondo materialista” .
Nelle varie analisi sullo stato del proprio backlog, citando i titoli ancora in lista da giocare, molte volte mi sono sentito dire che sono fortunato a non averli ancora smarcati perché tanti giocatori vorrebbero poterli rigiocare come se fosse la prima volta. Le preferenze sono varie (tra i più recenti c’è, a sorpresa, Cyberpunk 2077) mentre direi all’unanimità c’è l’ultima opera di Rockstar, ovvero Red Dead Redemption 2. Chi lo consiglia per l’ambientazione western, chi per la storia, chi per i personaggi, chi per lo smisurato open world. Ed ovviamente per lui, l’anteriore per eccellenza: Arthur Morgan. Un velo di barba ispida su un volto arido come il deserto, ben riconoscibile dalle classiche due espressioni: con o senza cappello. C’è chi piange solo a sentirlo nominare e chi è arrivato addirittura a tatuarsi il suo viso su una gamba. Insomma, tutti folgorati sulla via di ritorno da Blackwater.
Incuriosito da queste premesse e deciso ad andare (dopo Starfield) su un genere diverso dal fantascientifico o fantasy che dir si voglia, ho voluto approfittare di un’offerta su Steam per portarmi a casa un goduriosa Ultimate Edition.
Pur con qualche inciampo iniziale, le premesse sono state ampiamente mantenute. Ma andiamo con ordine.
Maggio 1899. Un titolo del genere non poteva che iniziare da una fuga. Nei panni di Arthur Morgan, insieme a tutto il resto della banda di Dutch Van der Linde, saremo costretti a fuggire dalla città di Blackwater a causa di un colpo ad un battello finito nel consueto bagno di sangue. Il bottino, e con esso anche qualche segreto sul colpo, rimarranno in quella città, off limits per la maggior parte dell’esperienza a causa di un grossa taglia spiccata su tutti i personaggi. Ci rifugeremo in un vecchio capanno, assalteremo il campo di una banda rivale, gli O’Driscoll, ed una volta liberata la vedova (nonché grande gnocca e mio personaggio preferito) Sadie Adler e passata una bufera di neve, pianteremo le proverbiali tende in un luogo sicuro. Questo sarà, almeno nei primi capitoli della storia, il nostro accampamento, dove tutti i membri della banda daranno il proprio contributo e tutti remeranno nella medesima direzione, imposta ovviamente da Dutch. Mettere da parte più soldi per poi sparire. Un colpo, l’ultimo. Ma in realtà sarà sempre il penultimo.
In 6 lunghi capitoli (e ben due epiloghi) vivremo le scorribande della banda di Dutch Van der Linde, tra inseguimenti, sparatorie, colpi in banca, crudeli scontri con bande rivali, tradimenti e lutti, alla ricerca del proprio posto del mondo, in una società che, complice il passaggio di secolo, sta inequivocabilmente cambiando.
Ma il gioco non è solo questo, anzi, mi verrebbe da dire che, visto le basse percentuali di chi possiede l’achievement “completa Red Dead Redemption” (poco più del 20 per cento dei giocatori, per un gioco che dalla sua uscita a livello globale ha venduto più di 50 milioni di copie) la storia principale sia solo un presto per poter vivere nel mondo creato per l’occasione da Rockstar.
Contrariamente a quanto pensassi, Red Dead Redemption 2 (per gli amici RDR2) non è un gioco di ruolo in senso stretto bensì un action – adventure non lineare ambientato in un open world (o open map per i più precisi). Arthur Morgan è un personaggio sì interpretabile ma non modificabile, al massimo è possibile accentuare o smussare alcune peculiari caratteristiche fisiche e morali, vestendolo e rasandolo come più ci aggrada. Inoltre, una volta agganciata una missione bisognerà seguirla fedelmente senza deviare dal percorso o fermarsi a cogliere margherite, altrimenti il nostro obiettivo potrebbe scappare o morire.
Il mondo di Red Dead Redemption 2 presenta cinque Stati fittizi degli Stati Uniti d’America. Il New Hanover, Ambarino e il Lemoyne sono inediti, mentre il New Austin e il West Elizabeth tornano da Red Dead Redemption. Questi Stati fioriscono intorno ai fiumi San Luis (la versione fittizia del reale fiume Rio Grande) e Lannahechee e sulle rive del lago Flat Iron. Ambarino, versione fittizia del Colorado e del Wyoming, è una zona montuosa e selvaggia, con come cuore la riserva dei nativi americani Wapiti. Il New Hanover (una combinazione degli Stati dell’Oklahoma, dell’Arkansas, del Nebraska, del Kansas, del Dakota del Sud e soprattutto del Wyoming) è un’ampia vallata divenuta culla della modernità e dell’industria e dove è sorta la piccola città di allevatori chiamata Valentine. Il Lemoyne, controparte della Louisiana, è invece composto da paludi e bayou e al suo interno sorgono le città di Rhodes e l’ex-colonia francese di Saint Denis, controparte fittizia di New Orleans. (cit. Wikipedia)
Il West Elizabeth, che rispecchia gli Stati del Colorado e della California, è composto da vaste pianure, dense foreste (sequoia) e dalla città moderna di Blackwater. Questa regione è stata visibilmente espansa e rivisitata rispetto al primo capitolo, introducendo anche la piccola città di Strawberry. Il New Austin (controparte degli Stati del Texas, Arizona e Nuovo Messico) è un’arida regione desertica nella quale sono sorte le città di Armadillo e Tumbleweed, già presenti nel primo capitolo. Numerose caratteristiche di questi due Stati sono state riviste per sottolineare il fatto che questo gioco sia ambientato cronologicamente prima rispetto al suo predecessore. Ad esempio, Blackwater è ancora in costruzione, Tumbleweed è densamente popolata e Armadillo è stata quasi-abbandonata dopo un’epidemia di colera. (cit. Wikipedia)
Ma sostanzialmente che si fa nel vecchio west? Beh sostanzialmente di tutto, che sia più o meno lecito. In sella al nostro cavallo (se ne possono comprare o trovare di diversi tipi) è possibile esplorare la mappa di gioco in lungo e largo, fermandoci a cacciare con l’arco, pescare pesci di fiume o di lago, inseguire le tracce di un animale leggendario per poter utilizzare le sue preziose pelli da rivendere al trapper per ricavarne set di abiti particolari (alcuni sono inguardabili).
Oppure si può andare semplicemente in esplorazione verso un punto indefinito, con un buon equipaggiamento per far fronte ad improvvise gelate (consigliato un abbigliamento invernale in sella al cavallo), cucinando cosa si è cacciato e riposando nella tenda a campo. Potremmo poi decidere di ritornare al nostro accampamento, che grazie ad un ingegnoso sistema di “contabilità” permette di poter contribuire ai bisogni (e quindi al morale) dei propri compagni, comprando o donando provviste, medicine e ovviamente un bel po’ di polvere da sparo. Ognuna di queste attività (ma ve ne sono anche molte altre) diventano importanti per far aumentare il livello di Arthur in tre categorie, ovvero Salute, Resistenza e Dead Eye (chiamato anche Occhio di Falco, sostanzialmente l’azione rallenta per un determinato tempo per permettervi di mirare con più precisione). Ogni categoria ha un indicatore di livello ed un nucleo. Il livello si esaurirà in base a determinate azioni (ad esempio, se colpiti da una pallottola diminuirà la salute) mentre il nucleo serve per rigenerare il livello stesso e si esaurirà da solo con il tempo. Quindi, prima di andare a fare il guappo nel west conviene aver un po’ di dimestichezza con questi elementi, avere un Arthur che non muoia al primo colpo o stramazzi al primo scatto ed è consigliata anche una bella bisaccia piena di provviste e bevande da uomini che non devono chiedere mai. Inoltre le attività servono per completare le cosiddette Sfide, divise in 9 diverse categorie (bandito, Esploratore, Giocatore d’azzardo, Erborista, Cavallerizzo, Cacciatore, Tiratore scelto, Survivalista, Esperto di armi), ognuna delle quali, per essere completata, richiede l’adempimento di ben 10 diverse azioni.Al di là di qualche oggetto migliorato, servono fondamentalmente per completare il gioco a livello di achievement, quindi chi ha intenzione di platinarlo o millarlo, dovrà per forza passare da queste sfide. Anche le missioni conferiscono una medaglia, da bronzo ad oro, in base ad alcuni obiettivi, come ad esempio quella di avere una precisione di mira non inferiore ad una certa percentuale oppure finire la missione in un determinato intervallo di tempo. Ogni missione, una volta completata, può anche essere rigiocata. Vi è anche un sistema di Onore, ovvero buone azioni come salutare gli NPC o aiutare una persona ferita ci permetteranno di ottenere alcuni benefici dai vendor e “l’Arthur buono” avrà finali leggermente diversi rispetto alla sua controparte birichina.
Per chi invece vuole un pizzico di socialità, può farsi un bel giro nelle 7 città del gioco, ognuna con le proprie peculiari caratteristiche, in un world building realizzato magistralmente in cui si ha sempre la sensazione che la città sia “viva” indipendentemente dalla nostra presenza. Potremmo giocare a poker in un malfamato saloon di Valentine, andare a teatro (sì avete letto bene, si può andare a teatro) nella pittoresca Saint Denis o fare un giro nella fumosa e sporca Annesburg. In tutte le città troveremo sarti, macellai, barbieri, armaioli con i quali poter interagire in modo da rendere ancora più realistica la nostra esperienza.
Ma il fiore all’occhiello restano senz’altro tutti i personaggi che gravitano nel mondo di gioco. I membri della banda, da John Marston, a Hosea, a Bill Williamson, Simon Pearson passando per le donne con le palle d’acciaio come Susan Grimshaw, Molly O’Shea, Sadie Adler, fino al mitico Zio, Charles Smith e Lenny Summers, sono dei personaggi scritti in maniera meravigliosa, ognuno con la propria storia, le proprie peculiarità e tutti riescono a lasciare il proprio contributo alla narrazione. Non da meno anche i cattivoni che di volta in volta si presenteranno davanti ai nostri, dal vendicativo Leviticus Cornwall, allo spietato Andrew Milton, al vecchio amico Colm O’Driscoll. Anche qua ogni antagonista non è messo a caso, rappresenta una pedina fondamentale nello scacchiere narrativo.
Concludono il quadro tutta una miriade di personaggi alquanto bizzarri che possiamo incontrare praticamente in ogni dove, dalla banda rivale che ci attende per un agguato, al reduce di guerra che ci chiede l’elemosina. Alcuni incontri sono semplicemente degli scambi di battute (a voce o tramite fucile) mentre altri diventano missioni secondarie quasi imprescindibili. Citarle tutte sarebbe complicato, ma per quanto mi riguarda le mie preferite sono state quelle relative al fotografo Mason Charles Chatenay e alle sua ossessione per gli animali, quella del pittore e mezzo truffatore francese Theodore Levin, quella del veterano Hamish Sinclair con il quale Arthur stabilirà una sincera amicizia, quella dei due Fratelli che chiedono ad Arthur di fare da arbitro in una serie improbabile sfide di sopravvivenza per conquistare una giovane fanciulla e l’incontro con Obediah che rappresenterà il massimo in quanto a credulità popolare (una missione a tratti davvero esilarante).
Non da meno sono anche le taglie che possiamo accettare presso gli uffici dello sceriffo nelle varie città. Seguendone una mi è capitato di inanellare una catena di eventi che spiegano bene la profondità e il livello di accuratezza del gioco. Dovevo catturare vivo o morto il capo di una banda asserragliato nel suo forte. Tomo tomo cacchio cacchio mi avvicino all’ingresso, lo inquadro nella mia carabina preferita ma alla fine sparo a della dinamite che, oltre ad uccidere il soggetto in questione, fa saltare la mia copertura, innescando una sparatoria memorabile con tutti i membri della banda. Riesco a recuperare il cadavere del tizio, lo carico sul cavallo, corro a più non posso ma inciampo in un sasso e casco in maniera fantozziana faccia a terra in un mare di fango.
Tutto il mondo di gioco è esplorabile, un mondo vastissimo, inferiore forse solo a quelli di Skyrim e di The Witcher 3. Come dicevo, un mondo di gioco vivo, che va oltre alla nostra presenza ma dove comunque possiamo lasciare un segno. Se uccidiamo un membro di una banda rivale, sicuramente prima o poi saremo vittima di un agguato da parte degli altri membri. Se facciamo acquisti per un po’ di tempo nello stesso negozio, il commerciante si ricorderà di noi così come, alla prima scazzottata in un saloon, il gestore ci chiederà di non ripetere più la cosa. Mi è capitato anche, per puro sbaglio, di sparare ad uno specchio nella mia camera (in ogni città si può affittare una camera per potersi riposare, dove avremo accesso al nostro baule delle armi e dei vestiti) e sono stato segnalato per vandalismo. E’ venuto un agente a perlustrare l’area, a me ovviamente è preso il panico ed è nata l’ennesima sparatoria con relativa taglia sulla testa che ho dovuto profumatamente pagare. Salvo sul finale, non ho mai incontrato cacciatori di taglie, forse perché le taglie le ho sempre pagate all’istante, come faccio con le multe nella realtà.
Tutto questo ben di Dio non poteva non essere supportato che da un comparto tecnico di altissimo livello. I paesaggi sono mozzafiato, così come la realizzazione delle città, gli interni delle abitazioni, i mezzi (i treni a vapore sono meravigliosi). Pur non avendo un pc al top (i5-12400 + RTX3060), giocando in full hd e lavorando di fino sui setting grafici, sono riuscito ad avere un ottimo compresso tra frame e qualità, per un titolo solido che non mostra per niente gli anni. In rete si trovano alcuni gameplay con il gioco moddato a dovere (che gira su macchine con i controcoglioni) dove la resa visiva è semplicemente sbalorditiva.
Non da meno il comparto audio, dove, se ascoltato in cuffia si possono sentire distintamente i suoni dei vari animali presenti nel bosco oppure possiamo capire il tipo di terreno che stiamo calpestando. Anche nelle scene più concitate il suono è un elemento fondamentale, il tutto condito da una straordinaria colonna sonora che spazia tra il traditional, il folk e il country (con la presenza della chitarra di Josh Homme nella conclusiva Cruel World). Il titolo non è doppiato in italiano e per quanto io sia un’amante dei doppiatori italiani, la versione originale è interpretata in maniera fantastica e tutte le voci calzano a pennello con i personaggi e i loro stati d’animo. “That’s my boy”, la frase che Arthur ripete spesso al cavallo, pronunciata da Roger Clark, voce e motion capture del personaggio di Arthur Morgan, mi rimbalza nella testa da mesi! E un doppiaggio in italiano sarebbe stato poco aderente ai personaggi, in quanto secondo me la voce di Arthur è quella. Avevo i sottotitoli ma purtroppo è difficile leggere, andare a cavallo e stare attenti ad eventuali imboscate. Quindi qualcosa mi sono perso perché all’inizio delle missioni vi sono sempre delle cavalcate con un companion con cui Arthur parla e a volte sono semplici scambi di battute alla maniera dei buddy movie anni ‘80 mentre a volte vengono raccontati alcuni eventi accaduti e la cosa si fa un po’ più seria.
I menù di gioco sono anch’essi in stile western e non sempre sono di facile lettura. Giocato su un 24”, le scritte comparivano sempre negli angoli, lasciando il tutorial attivo spesso non sono riuscito ad agganciare al primo colpo un oggetto da prendere, mentre nell’inventario, una descrizione più dettagliata degli oggetti sarebbe stata di aiuto. Questione di lana caprina, visto che non essendo un RPG classico, non ci sono statistiche da analizzare quindi per gli oggetti, come ad esempio le provviste, è più che sufficiente un “ripristina moderatamente” che una quantità di numeri inutili. Anche le armi hanno una semplice barra in quattro categorie (danno, precisione, tempo di ricarica, cadenza di tiro,) e possono essere un pochino migliorate e personalizzate dall’armaiolo con munizioni particolari ed accessori. Personalmente le sparatorie le ho trovate molto stimolanti, i nemici hanno un’ottima reattività ed intelligenza, ogni arma ha il suo feeling e si può decidere se ripararsi dietro ad un oggetto o imbracciare una doppia pistola e fare un bel assalto all’OK Corral. Io sono un senza mani, quindi armato della mia carabina rientravo nella prima categoria, con un uso smodato del dead eye che, per l’occasione, avevo portato al livello massimo. In quelle sparatorie avvenute all’interno di una casa, non ho potuto notare delle similitudine con quelle di Django di Tarantino, dove è un attimo far saltare una gamba o una testa! Forse c’è qualche animazione di troppo nelle sparatorie e nei due epiloghi i nemici possono subire forse troppi colpi prima di morire ed avrei anche evitato il fatto di dover sempre mettere negli slot le armi desiderate prima di scendere dal cavallo. Per rendere bene il livello di precisione delle sparatorie, mi è capitato di vedere un video in cui, nel bel mezzo di un inseguimento, Arthur beveva per rigenerare il dead eye ma un nemico gli ha sparato alla bottiglia distruggendola.
Sono stati proprio questi due elementi (menù e gameplay) a disorientarmi un po’ all’inizio del gioco. L’avevo comprato poco prima di Natale, mi ci sono volute un paio di ore per settare tutte le impostazioni video e l’ho provato giusto una ventina di ore, quel tanto che è bastato per finire il prologo. Ho visto che vi erano alcune cose che non mi tornavano (non avevo capito i nuclei, la gestione dell’inventario), quindi mi sono deciso a metterlo in pausa per poi riprenderlo dedicandomi ad andare a giro un pochino alla volta, cacciando, pescando, giocando a poker a domino, provando i vestiti e così via. Solo alla fine del quarto capitolo ho spinto sulle missioni principali perché un po’ ero curioso di sapere come sarebbe andata a finire tutta la vicenda e poi perché secondo me Arthur ha altro a cui pensare invece di andare a zonzo.
E’ proprio la sua lentezza iniziale che ancora tiene lontano quei pochi giocatori che ancora non l’hanno provato. Ma è lento perché siamo all’inizio del ‘900, le armi hanno al massimo 7 colpi, la dinamite va sempre accesa a mano, non ci sono armature, ci si sposta a cavallo e così via. Ma paradossalmente la sua lentezza ci permette di scoprire pian piano tutto il mondo di gioco. Ho meglio “il mondo”. Partendo da campi innevati ci ritroveremo ben presto in grandi città (spettacolare l’arrivo in treno a Saint Denis) e il cambio di secolo sta portando notevoli cambiamenti, mettendo in contrapposizione figure un tempo opposte come gli uomini liberi e gli schiavi (soprattutto sui nativi americani), il progresso industriale visto come fatto la contrapposizione tra ingegno (le missioni con il Dr. Marko Dragic) e autodistruzione (il colloquio con il Dr. Malcolm MacIntosh, nomen omen), la dualità tra città e campagna, il diritto di voto alle donne.
La società moderna esige che le persone abbiano un ruolo all’interno di essa e che tutti rispettino le medesime regole. Non sono più accettati esuli o fuorilegge, ganassa dalla pistola facile, e questo metterà in crisi tutti i membri cardini della banda. Dutch, da buon padre padrone, vorrebbe salvare tutti promettendo libertà e ricchezza, ma finisce per inanellare un fallimento dietro l’altro, accecato dall’odio verso chi non la pensa come lui. John Marston, l’uomo dai due nomi e dal nessun passato, dovrà sempre lottare con il suo vero io. Il viscido Micah deciderà di stare non dalla parte della legge ma “con la legge”, facendo il lavaggio del cervello a Dutch e venendo utilizzato solo ed esclusivamente come una pedina. Ed anche lo spietato Andrew Milton, nonostante incarni la legge (un po’ a pago devo dire la verità), dimostrerà la sua ferocia uccidendo un inerme Hosea solo per punire Dutch, definito da lui stesso un parassita. E chi dovrebbe incarnare l’anima imprenditoriale della società, come l’italo americano Bronte o il magnate Leviticus Cornwall, ben presto si riveleranno persone disoneste, a capo di vere e proprie organizzazione criminali in torbidi affari con eminenti personalità politiche, pronte a spingersi addirittura all’omicidio per far crescere e tutelare i proprio interessi.
Ed infine Arthur, l’unico a voler cercare fino alla fine un posto nel mondo, vittima fino all’ultimo istante della regola aurea “chi è nato tondo non può morire quadrato”, inonderà di pensieri il proprio diario (chicca narrativa, un pistolero che tiene il suo bel diario di cuoio pieno di appunti e disegni) dicendo che suo padre è morto troppo tardi (sic!) ma facendo di tutto per salvare la vita a John ed alla sua famiglia. Parlare di redenzione sarebbe riduttivo, vorrebbe dire farsi perdonare azioni che nel tempo in cui si sono svolte erano la prassi o più semplicemente ben accette. Qua si va oltre, andando a toccare cosa lasceremo di noi stessi alle altre persone una volta scomparsi mettendo in mostra un’umanità a volte commovente. Rimarrà un personaggio letteralmente memorabile, verso il quale è impossibile non provare un senso di sincera empatia. Pistolero irriducibile, turbato dalle profezie del Viandante Cieco (altra chicca imperdibile), profondamente tormentato dai rimorsi e da quella strana sensazione di profonda incertezza che è alla base del nostro essere mortale.
Talmente tanto era il desiderio di stare lontano da ogni tipo di spoiler da non accorgermi che Red Dead Redemption 2 è il prequel del primo capitolo. Infatti gli eventi sin qui narrati si svolgono 11 anni prima del primo capitolo. Me ne sono accorto solo alla fine.
Meglio così, in fondo in tanti vorrebbero non saper niente per poterlo rigiocare.

Red Dead Redemption 2 (Rockstar, 2019, PC, Steam)




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