La musica di Aprile si è dipanata sostanzialmente in due filoni, più un terzo per le novità di questo anno.
Vista la presenza di Phil Campbell al concerto dei Judas Priest, il primo filone è rappresentato dal ripescaggio, anche se un po’ casuale, dei Motörhead anni ‘80 e ‘90, periodo in cui la band capitanata da Lemmy Kilmister visse un momenti piuttosto turbolenti, dove la furia dei primi lavori non si era di certo affievolita ma in compenso l’originalità aveva subito un calo fisiologico. Lavorare con Lemmy non deve essere stato sempre facile, hombre vertical che porta avanti i propri vessilli, motivo per cui non furono pochi i cambi di line up, in un mondo musicale che aveva alzato l’asticella proprio partendo dalla lezione dei Motörhead, con il thrash/speed metal dei Metallica prima e degli Slayer dopo (e tanti altri) a farlo da padrone. Nonostante tutto, alcuni lavori sono validi, altri un po’ meno, altri rappresentano maldestri tentativi di esserci comunque. Personalmente sono poco incline alla band “da un disco l’anno”, è un fare bulimico di fare musica che poco digerisco, come se il nuovo disco fosse la versione aggiornata del precedente, in un “sovrascrivi o crea una copia” di dubbia utilità. Così come poco amo le porte girevoli nelle band, con continui cambi di formazione e stili, dove l’ultimo entrato non si sa se sarà anche l’ultimo ad uscire e viceversa. Nelle band anni ’60 e ’70 era cosa rara, nel mondo metal invece ho notato che invece è la normalità.

Si parte con Iron First (1982), diretto seguito di Ace Of Spades e l’ultimo con Eddie “Fast” Clarke alla chitarra. L’album si snoda nel solco dei precedenti (Speedfreak) e a volte anche troppo (Grind You Down), ma a discapito di qualche idea vincente e di velocità di esecuzione, il suono risulta più pulito e rifinito (Go to hell, America). Non mancano comunque pezzi a cannone (Sex and Outrage, Iron First), così come il “pezzo manifesto” alla Lemmy (Loser).
Nel successivo Another Perfect Day (1983) alla chitarra ci sarà l’ex Thin Lizzy Brian Robertson con Taylor che lascerà la band in Orgasmatron (1986) per poi tornare in Rock ‘n’ Roll (1987) e 1916 (1991). Io li chiamo i dischi “da completista”. Nel mentre entreranno nella band ben due chitarristi, ovvero Phil Campbell e Michael “Wurzel” Burston (a Lemmy piacquero entrambi e così decise di fare diventare Motörhead un quartetto) e Mikkey Dee alla batteria, in arrivo dalla band di King Diamond.

March Or Die (1992) sarà il primo con questa formazione e si sente bene che l’album è un guazzabuglio piuttosto problematico con addirittura l’alternanza di tre batteristi e due produttori, con Lemmy che sembra aver perso l’ispirazione andando a pescare pezzi di altri (Cat Scratch Fever di Ted Nugent), pezzi scritti con altri (Hellraiser con Ozzy Osbourne), tra featuring (Slash e lo stesso Ozzy in I Ain’t No Nice Guy) e personali revisioni (You Better Run fa il verso a Bad To The Bone di George Thorogood e a tutto il blues a cui questa si rifaceva).

La coppia Campbell – Wurzel continua nel più a fuoco Sacrifice (1995) mentre con Overnight Sensation (1997) sarà il primo album con l’ultima line up della band (Lemmy / Campbell / Dee). Un po’ di stabilità fa bene alla band che dà alla stampe Snake Bite Lovers (1998), un album nettamente migliore dei precedenti, in cui si cercano alcune soluzioni compositive diverse per rinfrescare il sound della band.
L’altro filone è quello degli Iron Maiden anni ‘80, ovvero il periodo con Dickinson al posto di Paul Di’Anno. Se pur dotato di maggior tecnica e un filo più affidabile, personalmente non ho mai apprezzato la voce di “Bruce Bruce”, il che mi ha portato a non dare molta importanza a quattro dischi che farebbero una carriera intera per almeno il novanta per cento delle band del globo terracqueo. Me li sono riascoltati con la maturità dei quarant’anni ed è andata meglio del previsto!

Piece Of Mind (1983) è il primo con Nicko McBrain alla batteria al post di Clive Burr, oltre che al primo vero disco a firma Dickinson anche nella scrittura delle canzoni (il materiale del precedente The Number Of The Beast era già pronto) e rappresenta il primo vero punta di svolta del nuovo corso delle Vergini di Ferro, con testi che svariano da Where Eagles Dare, ispirata al film tratto dal libro di Maclean, a Flight of Icarus ispirata al mito ellenico, passando per The Trooper che parla della guerra di Crimea e Sun and Steel che si ispira alla storia del samurai Miyamoto Musashi fino a To Tame a Land, ispirata alla novella di Dune di Frank Herbert. Ne viene fuori un un sound monolitico, tra lunghe cavalcate ed arpeggi tra il prog e l’epic, con tutti i membri della band coinvolti ed ispirati.

Il successivo Powerslave (1984) alzerà l’asticella ancora di più rappresentando una dei picchi più alti raggiunti della band per composizione, groove, pathos, interpretazione, per uno dei miglior dischi metal degli anni 80. Stavolta il tema principale è l’antico Egitto (come si può dedurre dalla copertina) con Aces High dedicata ai piloti che morirono difendendo l’Inghilterra nella Seconda Guerra Mondiale, 2 Minutes to Midnight è incentrata sul rischio di una guerra nucleare, Flash of the Blade narra la crescita di un giovane guerriero a cui è stata uccisa la famiglia mentre lui giocava alla guerra da piccolo. Chiudono due pezzi enormi (qua non posso che non togliermi il cappello di fronte al lavoro che fa Dickinson), ovvero la title track, in cui si narra di un faraone desideroso dell’immortalità, e della conclusiva e straordinaria cavalcata di Rime of the Ancient Mariner, tratta dalla poesia La ballata del vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridge.

I due album successivi Somewhere in Time (1986) e Seventh Son of a Seventh Son (1988), rappresenteranno la svolta “synth” della band. Nel primo album in realtà erano guitar synth, mentre nel secondo furono usati veri sintetizzatori da Harris e Adrian Smith, nel tentativo (capeggiato dallo stesso Smith su tutti) di dare ai Maiden un suono moderno per evitare la perenne autocitazione. Vengono fuori due album ormai super conosciuti, anch’essi vere e proprie pietre miliari del metal anni ‘80, con il secondo leggermente superiore al primo, con chiare influenze dal progressive rock (Genesis e Jethro Tull) e che influenzeranno il futuro progressive metal.
Anche i Maiden negli anni successivi finiranno nel baratro come i Motörhead, tra crisi compositive e grandi addii. All’inizio degli ‘90 c’erano generazioni ben più affamate.
Venendo alle novità del 2024, avrei voluto ascoltare il nuovo lavoro di Ben Frost (Scope Neglect) ma su Spotify non tutte le canzoni sono disponibili, quindi lo ascolterò quando potrò comprarlo, non mi piacciono gli spezzatini. Del nuovo dei Pearl Jam ho già letto commenti negativi e considerando che non li filo più da diciamo l’omonimo del 2006 non che mi aspetto chissà che, vedrò di ascoltare più in là. Stessa cosa per il nuovo dei Black Keys (Ohio Players), passato solo una volta e non rimasto impresso.

Piccolo progetto a cui non avrei dato “la classica Goleador alla frutta” è Sessanta E.P.P.P., un Ep di tre canzoni (una a testa) di Perfect Circle, Puscifer e Primus, cantate da Maynard James Keenan per i suoi sessant’anni (17 aprile 1964). Se la copertina è a metà tra qualche fumetto anni ‘70 e gli Sgorbions, gli APC rimangono nel solco di Eat The Elephant, con una canzone composta “per piano” e il ritorno di Josh Freese alla batteria, dove il buon Maynard infila con estrema naturalità una strofa delle sue. (A delicate age for such a numb / For loss and lesson / Momentary, fleeting and brief / A nature of all connection).
Anche la successiva Angel a firma Puscifer non si discosta molto dal disco precedente, mentre Pablo’s Hippos con il trio Primus al completo (Claypool – Alexander – LaLonde) riporta un po’ di brio verso i Puscifer della prima ora.

Altro disco da segnalare è il nuovo lavoro dei Givre dal titolo Le Cloître (2024), dove la band canadese continua la sua ricerca del lato espiatorio nella storia cristiana (il cantante Jean-Lou David è un ricercatore in tal senso). Atmosfere evocative e stagnanti per un black metal di forte impatto (con qualche cambio di registro di troppo), che si snoda tra le vicissitudini di sei donne e il loro percorso che le ha portate ad essere sante, tra follia, misticismo e redenzione.

L’album di cui sopra mi ha portato a recuperare il secondo straordinario lavoro della band ucraina Drudkh, Autumn Aurora (2004), una piccola perla di black metal atmosferico dall’atmosfera autunnale, tra foreste perdute (Wind of the Night Forests, meraviglioso intreccio tra chitarra, batteria e tastiere) pioggia e vento. Dura poco, quel tanto che basta da ascoltarlo tutto d’un fiato.

Altro recupero, onestamente un po’ a caso, ma necessario per mettere in atto l’operazione “o prendo un ceffone o mi buttano fuori di casa” è Sehnsucht (1997) dei Rammstein, uno dei miglior album della band nonché fondatore del genere Neue Deutsche Härte, sorta di heavy metal a metà tra industrial ed electro dance. Alla fine, sono pur sempre un ex discotecaro.




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