“Un momento. Tu sei senziente, o no?”

“Insomma, ragazzo. Diciamo che ho la sensazione di esserlo, ma in realtà sono soltanto un mucchio di ROM. È una di quelle questioni, ehm, filosofiche, immagino…”

Nelle varie recensioni che ho voluto leggere (e relativi commenti ad esse) su Cyberpunk 2077, per capirne lo stato attuale e se potesse essere un prodotto adatto al mio essere un “fifone senza mani”, ho notato che spesso veniva tirata in ballo un’opera letteraria a me sconosciuta, ritenuta quasi all’unanimità uno degli elementi fondanti e fondamentali di un genere dal quale il gioco ne attinge il nome (e qualche intenzione), ovvero il genere cyberpunk. L’opera in questione è Neuromante (Neuromancer nella versione originale) di William Gibson, padre putativo di questo genere, nato all’inizio degli anni ‘80 come costola del genere fantascientifico, caratterizzato fondamentalmente per l’ibridazione uomo – macchina, in tutte le sue possibili iterazioni e con tutti i suoi pro e contro. 

Siccome tutte le volte che ho trovato una Ultimate Edition  (gioco base con l’espansione Phantom Liberty) ad un buon prezzo (altrimenti si viaggia oltre le ottanta euro), avevo sempre qualcos’altro da giocare e non era mai il momento giusto e per la regola “le basi sono importanti”, ho deciso di dare precedenza al libro. Già due giochi di ruolo cartaceo dal titolo Cyberpunk (Cyberpunk 2020 nella seconda edizione) e il successivo Cyberpunk Red prendevano spunto dalle opere di Gibson (ma anche di Sterling, altro autore leggere), mentre il lavoro di CD Projekt, per quel che ho letto, prende sì spunto da quest’ultimi virando però verso una strada che scoprirò quando avrò un po’ di spiccioli e tempo da investire. Quindi ho scelto le basi. E basi siano.

Il protagonista della storia è Henry Case, un cowboy da consolle, un piccolo hacker che vive in una malridotta città chiamata Chiba, in Giappone, capace di collegarsi alle macchine interfacciandosi con esse attraverso il suo stesso corpo per frugare nell’universo della Matrice (il Cyberspazio, parola coniata dalla stesso Gibson nel racconto La notte in cui bruciammo Chrome del 1982), ovvero dati e conti bancari delle multinazionali, penetrando i database protetti dagli imponenti ICE (Intrusion Countermeasures Electronics, tradotti infelicemente in italiano con “ghiaccio”). Ma Case compie una rapina alle persone sbagliate, che invece di farlo fuori, in maniera abile e precisa, gli danneggiano la possibilità di potersi connettere alla matrice, costringendolo sostanzialmente ad una vita prevalentemente “terrena”.  

Dopo alcune peripezie, tra debiti e droga sintetica, viene “salvato” da Molly, una razor girl, sorta di Trinity ante litteram, una ragazza con diversi innesti chirurgici, tra cui delle lame retrattili sotto le unghie e delle lenti multifunzioni che coprono gli occhi. Molly è al soldo di Armitage, un ambiguo personaggio che come contropartita per un lavoro promette a Case le cure per il suo fegato distrutto dalle droghe e, soprattutto, la rinnovata possibilità di collegarsi alla matrice. 

Insieme a Peter Riviera, un ladro e artista dipendente dalla droga rapito ad Istanbul, al simpatico rasta zionita Maelcum alla guida del rimorchiatore spaziale Marcus Garvey, un programma-virus cinese e l’irriverente Dixie Flatline (l’alias di McCoy Pauley, un celebre cowboy del cyberspazio deceduto, la cui personalità è stata trasferita in un costrutto ROM, sostanzialmente una memoria), la coppia Case – Molly avrà come obiettivo quello di penetrare all’interno di Villa Straylight, situata su Freeside, una stazione spaziale orbitante intorno alla Terra e appartenente alla potente famiglia dei Tessier-Ashpool, sorta di potente tentacolare multinazionale. Si assisterà al redde redemptionem tra due intelligenze artificiali, la prima chiamata Invernomuto, che aspira ad evolversi superando i controlli di Turing, ovvero limitazioni codificate nell’hardware e chi amministra la villa, ovvero Neuromante, il cui mainframe risiede a Rio de Janeiro, in Brasile.

Dopo aver scritto diversi racconti brevi (Johnny Mnemonico, La notte che bruciammo Chrome, New Rose Hotel), Gibson riesce finalmente a scrivere un’opera di più ampio respiro, fissando ed ampliando alcuni concetti già espressi e dando vita ad una sorta di trilogia, chiamata “dello Sprawl”. 

Dimenticate la fantascienza scolastica degli anni 60/70, quella ordinata di Asimov, i mondi strutturati e interconnessioni di Herbert o le lotte familiari di Star Wars. Qua si usa l’espediente narrativo della distopia per tratteggiare la deriva di una società (ed il relativo mondo abitato da essa) in futuro prossimo partendo dalle sue attuali premesse. Tradotto, se la società di oggi è questa, in un futuro non molto lontano potrebbe diventare così. Quindi la critica, e qui sta la lode verso l’autore nonché vero punto di forza del libro, non sta tanto in cosa succederà ma in cosa sta accadendo. 

Gibson non tratteggia massimi sistemi o complicati universi, ma si concentra esclusivamente solo su due o tre elementi per caratterizzare il suo spazio, ovvero un underground urbano alla deriva con una crescita demografica delle città senza controllo come Chiba City e lo sterminato Sprawl, un immenso agglomerato che si estende lungo la costa Est degli Stati Uniti, nato senza la benché minima programmazione. Le città sono caotiche, sudice, in balia di narcotrafficanti (l’uso di droga per i più svariati fini è un tema ricorrente nel libro ma è ben marcato anche il concetto di dipendenza) e cliniche illegali per innesti tecnologici costruite per tornaconto delle multinazionali e poi abbandonate a se stesse. Niente luoghi patinati pieni di scintillanti luci al neon, qua si riprendono le atmosfere umide di Blade Runner (uscito del 1982), il caos di Megacity del sempre troppo bistrattato Giudice Dredd (prima apparizione nel 1977) ed anticipando da una parte la Detroit iper-violenta e dall’altra l’ibridazione uomo macchina, dal film Robocop (1987). 

Così come nello stesso Blade Runner la Tyrell si concedeva il diritto di aspirare a generare, seppur sintetica, la vita e in Robocop la OCP poteva sostituire (e potenziare) parti del corpo umano, memoria e coscienza compresa, qua l’egemonia di potere delle multinazionali è presente ma rimane comunque indefinita nel suo operato, venendo tratteggiate come onnipresenti clan piramidali (chiamate con il nome giapponese, zaibatsu), veri centri del potere capaci di alterare il corso della vita umana.  Non vi è salvezza in tutto ciò, Gibson tratteggia un mondo globalizzato in cui si va dallo Sprawl sull’Asse Metropolitano Boston-Atlanta, quindi in Turchia, poi a Parigi ed infine su una stazione orbitante, il Freeside, finito ancor prima di cominciare perché sbagliato nelle sue premesse.

Resta ancora un’allucinazione consensuale del Cyberspazio, ma qua la matrice non è da intendere come il deus ex machina che sostituisce la realtà come avveniva nel primo Matrix (1999, altro lavoro debitore di Gibson) ma è la rappresentazione grafica dei database presenti su ogni computer collegati alla rete e non lo spietato inganno perpetrato dalla macchine verso il genere umano. È un’allucinazione consensuale perché non esistono altre versione “di se” nel cyberspazio, avatar o alter ego da impersonare ma tutto può esser sensazione perché tramite un’interfaccia chiamata Simstim possiamo collegarsi ad un soggetto terzo e sentire cosa prova. L’impossibilità di Case di connettersi alla rete è una condizione, per la società in cui vive, estremamente invalidante, segno che la realtà virtuale è una situazione alternativa alla realtà percepita ma è anche il suo parallelo non meno importante.

Ed ecco che l’unica briciola di umanità si ha nel rapporto tra Molly e Case, nel reciproco racconto del proprio passato soprattutto ad opera della stessa Molly in cui si manifesterà tutta la sua inaspettata fragilità, che sfocerà in un rapporto sessuale raccontato in maniera mai banale. Ma è anche il libro dei doppi, ovvero la vita che ha Case nella realtà e nel cyberspazio e la Molly divisa tra ciò che è adesso e ciò che era in passato. Doppi che non possono essere separati, che si influenzano tra di loro. Da non trascurare  anche il ruolo delle due intelligenze artificiali, macchine che credono di essere senzienti e che cercheranno di autodeterminarsi per potersi evolvere, come fu per Skynet in Terminator, uscito in contemporanea con questo libro. 

Alla fine ho dovuto tirare il fiato e documentarmi un po’ perchè è un libro da leggere con estrema calma, in cui non vi sono grosse spiegazioni sulle vicende e sui personaggi, dove tutto è raccontato per immagini ma non si lesinano parole per raccontare gli stati d’animo dei personaggi, in un romanzo molto hard boiled nella sua struttura, imponente e fumosa al tempo stesso. Ibridazione non solo uomo macchina ma anche a livello linguistico, dove si fondono tecnicismi informatici con espressioni prese dalla strada creando dei neologismi difficilmente traducibili. 

Profetico e visionario in alcuni punti, Neuromante nel tempo ha assunto lo status di romanzo cult sci-fi tratteggiando una imminente possibile realtà dai risvolti inquietanti. 

William Gibson – Neuromante (Mondadori, 1984 / 2023, 312 p.)


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