Seguendo il trend di questo 2024, anche le cose migliori transitate in questo mese dove l’estate ha incominciato a fare capolino sul serio (qualcuno pensava forse il contrario?) sono a firma femminile. 

Inevitabile parlare dell’esordio in solitaria della voce dei Portishead, Beth Gibbons, dal titolo Lives Outgrown (2024). Tralasciando le sperimentazioni con la band madre, stavolta la Gibson gioca con gli arrangiamenti, gli strumenti, la melodia e con la voce, per una sorta di chamber pop intimista. 

Nel trittico Tell Me Who You Are Today / Floating on a Moment / Burden of Life, si capisce quale sarà il mood del disco, tra chitarra acustica, percussioni ed archi. Ma è nella parte centrale che il disco da il meglio di sé, sia con le meravigliose aperture di Lost Changes che con i tribalismi di Rewind e Beyond the Sun, fino a Reaching Out ed Oceans che per arrangiamenti e prestazione vocale sono le migliori composizioni del mazzo.

La stessa Gibbons ha dichiarato di aver scritto questo disco nell’arco di un decennio, affrontando temi specifici del suo percorso di vita in prossimità dei 60 anni, tra cui “la maternità, l’ansia, la menopausa e la mortalità”. Gibbons ha dichiarato che l’album è stato direttamente influenzato dalla morte di familiari e amici avvenuta negli anni precedenti e che “si è resa conto di come fosse la vita senza speranza”.

Altro ritorno, anche se di livello inferiore, è quello di Julie Christmas (ex di Made Out Of Babies e Battle Of Mice) che con Ridiculous And Full Of Blood (2024) copre la distanza di ben tredici anni dall’ultimo The Bad Wife. Il disco punta su solide base post metal, mescolate a punk, shoegaze, noise, alternative music e altre chincaglierie varie con la voce della Christmas ad unire le file. Album da ascoltare tutto d’un fiato, con Johannes Persson dei Cult of Luna alla chitarra (e alla voce in End of The World) a “buon rendere” per lo split Mariner.

Chiude il trittico femminile il nuovo lavoro di Billie Eilish dal titolo HIT ME HARD AND SOFT (2024). Un  filo più lontano dai miei gusti rispetto alle precedenti interpreti, la giovane cantautrice americana fa nuovamente centro nel suo terzo lavoro all’insegna di un quanto mai fragile ed intimista hyperpop.

Sul fronte muscolare vanno citati per forza due graditi ritorni. 

Il primo è la conferma dei DVNE con Voidkind (2024), band che avevo già ascoltato con il precedente Etemen Ænka (link). Le coordinate rimangono sempre le medesime ma a questo giro il il duo bla bla bla fa ancora meglio, compattando ancora di più il suono rendendolo sempre “chitarrocentrico” ma senza gli intermezzi del disco precedente, mantenendo un sound potente (anche troppo) e magmatico, che punta ai Mastodon meno derivativi degli ultimi anni.

Il secondo è il ritorno dei Sumac con The Healer (2024). La band capitanata da Aaron Turner (ex Isis al quale, si sa, io pagherei anche le bollette di casa) affiancato da Brian Cook (Russian Circle) e Nick Yacyshyn (Baptists) continua a registrare fermamente i propri lavori oggettivamente incollocabili e difficilmente inquadrabili. Un’idea estraneamente personale di avantgarde – metal, dove nelle lunghe quattro composizioni le coordinate sono diverse da quelle delle band madri e si passa a momenti prettamente sludge metal, a muri di chitarra in salsa noise demoliti dal growl di Turner, al tribalismo tentacolare di Yacyshyn alle pelli. Un lavoro del genere sta stretto su disco, figuriamoci ridotto testo. Quindi il consiglio è quello di ascoltarlo con serenità.

Ma, attenzione attenzione, nella categoria “Sorpresa delle sorprese” va sempre ombra di dubbio il ritorno di Moby con Always Centered At Night (2024). Un bel disco, lontano dalla forma migliore dei primi anni ma più a fuoco rispetto alle ultime uscite, il buon Richard Melville Hall firma un bell’album dalle atmosfere downtempo, quasi dub, ricche di contaminazioni gospel, jazz e R&B, contornato anche da performer di altissimo livello (Lady Blackbird ad esempio). Promosso.

Sul fronte recuperi, chiacchierando amabilmente con il padre di un bambino in classe con mia figlia, mi ha consigliato una band proprio di Livorno… la sua!

Quindi mi sono andato a pescare il loro unico disco, Revolution (2012) dei Black Old Garage. I ragazzi si impegnano e l’album ha un buon tiro e i suoi bei momenti.  Purtroppo il difetto principale è che a livello sia di sound che di soluzioni stilistiche il disco era fuori tempo massimo già alla sua uscita (in certi passaggi tra voce e chitarra sembra di sentire i Metallica anni 2000). Quindi ad oggi risulta come un disco di inizio secolo, il che non sarebbe nemmeno un grande difetto ma purtroppo non tutte le cose invecchiano alla solita maniera.


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