Partiamo subito a cannone, senza giri di parole, di un disco (uscito in realtà a metà di Giugno) ma che ha sostanzialmente monopolizzato tutto il mese.

Sto parlando del ritorno dei neozelandesi Ulcerate, che con Cutting The Throat Of God (2024) si ripresentano con un album sulla lunga distanza, a quattro anni da Stare Into Death And Be Still (2020). Da una parte il combo di Auckland sta all’estate come il prosciutto crudo sta alla carbonara, dall’alta si parla di un genere, in questo caso death metal con venature progressive, che per il momento mi è sostanzialmente nuovo.
Seppur con poche basi con le quali analizzarlo, il nuovo lavoro di Jamie Saint Merat e soci si è dimostrato subito un monolite pieno di contrazione – distensione, con lunghe canzoni che piano piano si dipanano in sfuriate post – death (la maestosa To Flow Through Ashen Hearts) , con una sezione ritmica magmatica e una growl opprimente e spiazzante. Un sound chirurgico, che risplende anche in tutte le sue pause (le meravigliose chitarre di The Dawn Is Hollow e Undying as an Apparition) e le sue torsioni (Cutting The Throat Of God).
Non li conoscevo, li ho ascoltati perché avevo letto bene e che sostanzialmente fanno un campionato a parte, unendo tradizione a quel tocco personale che li fa sempre risaltare ad ogni nuovo lavoro.

Sempre per rimanere da quelle parti del globo terracqueo, c’è un altro bel mattone sonore dal titolo Impossible Light (2024) a firma Uboa, moniker dietro al quale si cela l’artista australiana Xandra Metcalfe.
Siamo dalle parti di Lingua Ignota, Health e la Wolfe più estrema dove in poco più di mezz’ora si condensano dark ambient, industrial, noise abrasivo, tribalismi ossessivi e pulsazioni lo-fi. Disco non facile, dove vengono messe “in musica” le fonti del suo dolore mentale provato negli anni, a causa di una identità di genere sbagliata, di relazioni fallite, l’incapacità di amare, la mancanza di lavoro, la noia, l’assenza di struttura, e l’ansia.

Sempre per la rubrica “un disco per l’estate” c’è da segnalare due ritorni, ovvero quello epic doom metal dei Crypt Sermon con The Stygian Rose (2024) e quello dei Necrot con Lifeless Birth (2024), più vicino ai territori tipicamente death. Per il sottoscritto suonano più o meno uguali, restano due lavori interessanti di band navigate che cercano di smarcarsi un po’ dai cliché del genere.

Un tuffo nell’heavy metal dei tempi d’oro (Angel Witch e Diamond Head) con l’esordio dei Coltre sulla lunga distanza dal titolo To Watch With Hands… To Touch With Eyes (2024). Suona vecchio al 100% (cit.)

Per qualcosa di più rilassante, c’è il ritorno post pandemia della talentuosa bassista polacca Kinga Glyk con Real Life (2024). Chiamatelo nu jazz se volete, con chiari omaggi alla jazz fusion degli anni settanta, con sonorità acid, svolazzi ambient e campionamenti vari.

Se invece volete un album “vecchia maniera” (era tanto che non ascoltavo un disco così, no?) c’è Hill Country Love, il nuovo lavoro di Cedric Burnside. Registrato in un vecchio edificio nel, che te lo dico a fare, Mississippi, il nipote di R. L. Burnside ripropone la sua formula di blues viscerale e intriso di funky (I known) e fingerpicking.




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