
“L’altruismo è il ripiego dei falliti”.
Come lettura di decompressione tra un mattone e l’altro, spesso cerco libri che parlino di personaggi comuni; le classiche storie di vita vissuta, con qualche dialogo al vetriolo ed una manciata di frasi ad effetto, cercando di non scadere nel melodrammatico a senso unico (devo ancora digerire gli ultimi due libri di Yanagihara).
Quindi, complice il fatto di voler leggere qualcosa di “fresco”, ho pescato dal cilindro l’ultima opera di Walter Siti, autore a me sconosciuto, ma non di certo il primo che passa: classe 1947, vincitore del Premio Strega nel 2013 con Resistere non serve a niente (Rizzoli) e curatore delle opere di Pasolini per la collana editoriale I Meridiani.
Parafrasando il mitico Avvocato Messina del nostro amato Fiorello, chi sono io per parlare di Walter Siti? Ovviamente nessuno, ma è alquanto curioso che anche in questo libro, comprato a scatola chiusa, si parli di post umanità come nell’ultimo letto (Neuromante) nonostante siano due cose completamente diverse. Nel libro di Gibson era una cosa inevitabile, la direzione che aveva preso la società in base alle scelte che essa stessa aveva avallato mentre in questo lavoro il post umano è più un tentativo, alquanto teorico e poco praticabile, di superare alcuni fastidiosi limiti individuali e non.
L’autore inizia il suo racconto nei primi mesi del 2020, quando ancora il Covid-19 era un “aspettate a prenderlo che tra poco esce quello aggiornato, il Covid-20” dove Augusto Meschiari, professore di lingua con la passione per la pittura, omosessuale sposato con Vincenzo detto Enzo, rimarrà vedovo e dovrà subirà un trapianto di cuore. Si ritroverà a condividere il pianerottolo con Astore, bambino precoce e tipico ragazzo della GenZ, figlio di Piero e Gloria, rappresentati idealmente “come Minosse e Pasifae”, mantenuto con l’eredità della nonna e fiero sostenitore del superamento della fisicità, tra impianti neurali e nano tecnologie.
Se Augusto non è identificabile come l’autore tout court, è raccontando le sue vicende che l’autore riesce “a narrarsi” (definizione sua), con le sue ossessioni, le sue ancore di salvezza, il suo inconsapevole disperato tentativo di trovare un appiglio per continuare “a vivere” mentre Astore rappresenta(va) il grimaldello per raccontare la società di oggi partendo da chi si crede arrivato ma invece non è ancora partito.
Il Covid e la pandemia, così come la guerra in Ucraina, fanno da sfondo allo svolgimento dei personaggi, contrari tra loro, ovvero Augusto nel futuro e nella sua nuova condizione di vedovo trapianto, mentre di Astore viene anche svelata la sua origine, parlando molto spesso dei genitori, della nonna paterna e del perché sia stato un “un prodigio lasciato alla sbando”. L’interazione fisica rappresenta forse il principale tema di dibattito dei due principali protagonisti. La dicotomia tra il vecchio attaccato al corpo e il giovane che vuole superarlo. Augusto è ossessionato dai corpi dalle forme scolpite e voluminose, mentre il suo è un involucro in decadimento, utile solo per il sesso (altro suo pallino); un sesso aspro, crudo, estremamente carnale.
Tra film porno in rete con nomi e pratiche spinte e rapporti occasionali con persone trovare semplicemente passeggiando, sarà con Franco detto “il Gigante”, bodybuilder e amore di portafoglio, con cui cercherà di andare oltre al mero rapporto fisico. Ma Franco potrebbe essere suo figlio ma curiosamente lo preferisce a bocca chiusa, in un rapporto in cui si cercano ma non si trovano, con Augusto che si lancerà nel tentativo di dar voce a dei sentimenti fin troppo a lungo sopiti mentre l’altro cercherà di trovare un posto del mondo. La stessa cosa capiterà anche con i due amici (forse anche ex) Bruno e Federico, in cui sarà “sempre costretto a inseguire in persone diverse una umanità che dovrebbe essere intera”.
Dall’altra parte si ha invece Astore, sempre a metà tra “l’hikikomori con il culo al caldo” e l’eremita digitale. Nella sua idea di post-fisico finirà per fare un’improbabile sesso digitale a distanza con una ragazza conosciuta ad una festa “particolare”, convinto che “se il cuore umano è cosi pieno di ipocrisie, di menzogne, di ragioni che si trasformano in torti e viceversa, la soluzione è mettersi un computer al posto del cuore”. Curioso è il fatto che invece ad Augusto il cuore è stato sostituito con un altro cuore. Qua sarà decisivo il rapporto tra Piero e Astore che non si prendono ma cercano sempre di darsi una possibilità per ritrovarsi, lui figlio sì amato ma non voluto, con padre debole e perdente, vittima delle sue perversioni (anche qua ritorna il sesso).
Come dicevo qualche riga sopra, credo che il libro abbia anche dei tratti autobiografici e non si risparmia, sia nell’asprezza dei toni e delle situazioni rappresentante, sia nel giudizio sferzante della società e nei rapporti che essa richiede; una società in cui si l’interazione sociale è fatta da individualisti estremi. Ecco perché, nonostante a volte possano sembrare, e lo sono, poco verosimili (un trapiantato troppo virile e un bambino troppo libero), i personaggi e le situazioni in cui si trovano sono volutamente estremizzati. In questa sferzante critica sociale, da uomo bilioso quale è, “non cattivo ma privo di giustizia sociale”, Astore si ritroverà a pronunciare la frase “i figli sono finiti” verso una donna incinta, la quale lo stavo accusando di averlo superato in fila al supermercato. Arrendetevi, nulla serve più, tanto non vi è speranza.
Walter Siti – I figli sono finiti (Rizzoli, 2024, 279 p.)




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