
“La vita è una cosa orribile e dietro le nostre esigue conoscenze si affacciano sinistri barlumi di verità che la rendono ancora più mostruosa”.
(Gli avvenimenti riguardanti il defunto Arthur Jermyn e la sua famiglia)
Per chi come me bazzica tra certi prodotti, ad esempio musica o videogiochi, è cosa comune ritrovarsi davanti al termine “lovecraftiano”. Che siano atmosfere cupe e misteriose, creature soprannaturali o che si parli di dimissioni parallele, spesso si tira in ballo lo scrittore H.P. Lovecraft, nato a Providence il 20 agosto 1890 e morto a nemmeno cinquant’anni. Lovecraft è stato di fatto tra i maggiori scrittori di letteratura horror (insieme a Edgar Allan Poe, altro autore di cui ho un libro che non ho ancora letto) ed è considerato da molti uno dei precursori della fantascienza angloamericana. Le sue opere, una contaminazione tra horror, fantascienza soft, dark fantasy e low fantasy, furono la base perfetta di un nuovo sottogenere chiamato “cosmic horror”.
Quindi, sempre per quella storia delle basi che sono importanti, mi sono voluto cimentare in uno dei suoi libri più importanti, il cosiddetto Necronomicon, chiamato anche Libro dei Nomi dei Morti (nekros sta per cadavere, nomos per legge ed eikon per immagine, descrizione), ovvero lo pseudobiblion per eccellenza, cioè un libro mai scritto, ma citato come se fosse vero in libri realmente esistenti. È un espediente letterario creato dallo scrittore per dare verosimiglianza ai propri racconti, diventando gradualmente un gioco intellettuale quando anche altri scrittori cominciarono a citarlo nei loro racconti di genere horror o fantascientifico. Il Necronomicon (in arabo: Al Azif) sarebbe un testo di magia nera redatto dall’”arabo pazzo” Abdul Alhazred, vissuto nello Yemen nell’VIII secolo e morto a Damasco in circostanze misteriose: si narra che fosse stato fatto a pezzi in pieno giorno da un essere invisibile ed il nome Alhazred derivar dell’inglese “all has read”, ovvero “ha letto tutto“. Non è chiaro quale sia stata la fonte di ispirazione per tutta questa struttura narrativa; c’è chi dice la La Chiave di Salomone, le Mille E Una Notte o Le fiabe dei Fratelli Grimm. Una cosa è sicura: Lovecraft di fantasia ne aveva anche troppa, alimentata dal suo interesse per l’astrologia, l’astronomia e la chimica, minata però da frequenti esaurimenti nervosi ed una continua ristrettezza economica.

La produzione di Lovecraft non segue uno schema ben preciso, non ha mai voluto creare “a tavolino” mondi precisi o delineati ma si è diciamo, per così dire, limitato, all’inventenzioe di un vero e proprio pantheon di creature, divise due tipologie. La prima è quella dei Grandi Antichi, esseri semidivini (il più importante è Cthulhu) che dalle profondità dello spazio sono giunti sulla Terra prima della comparsa dell’uomo. Dominarono il pianeta per lunghe ere, finché non si indebolirono a causa di una mutazione cosmica. Dovettero quindi ritirarsi nella città sottomarina di R’lyeh, dove dormono in attesa di riprendere il potere. Per potersi risvegliare, tuttavia, hanno bisogno di un intervento esterno: attraverso l’influenza dei sogni, i Grandi Antichi cercano di mettersi in contatto con gli esseri umani.
La seconda macrocategoria comprende gli Dèi Esterni, i più potenti di tutto l’universo lovecraftiano. Il loro capo è Azathoth, il Caos Primordiale, Signore del Cosmo, che siede al centro dell’universo. Attorno a lui si raduna la sua corte, composta dagli altri dèi, tra i quali Nyarlathotep, messaggero di Azathoth. Gli Dèi Esterni si disinteressano degli esseri umani e giungono sulla terra solo per seminare distruzione. Inoltre, sono tutt’altro che onniscienti (Azathoth viene descritto un dio cieco).

Essendo un esordiente totale nel mondo di Lovecraft, per raccapezzarmi un po’ ho letto diversi articoli e recensioni in merito (negli anni i racconti sono usciti anche singolarmente) e mi sono accorto che forse il primo passo verso le opere di Lovecraft doveva essere il Ciclo di Cthulhu (o Ciclo Dei Miti) perché sono le creature alla base dell’universo lovecraftiano, mentre questo libro comprende racconti che fanno parte del Ciclo dei Sogni.
Ma andiamo con ordine. Come on guys!
Ci tengo a precisare che il Necronomicon come libro in sé non esiste, ma è il nome che viene appunto dato ad una data raccolta di racconti di Lovecraft e, siccome non ne esiste una ufficiale, tale raccolta può variare a seconda della casa editrice. I racconti presenti in questo volume sono divisi in quattro gruppi (La Loro Dimora È La Vostra Soglia, Fa Riecheggiare Il Nome Di Azathoth, La Loro Mano È Sulla Vostra Gola, Alcuni Anni Nell’Altrove Assoluto) ed ogni racconto rappresenta un tassello dell’universo lovecraftiano.
Introducendo sia l’innominabile che l’incomprensibile, Lovecraft ci fornisce poche spiegazioni sulla genesi dei personaggi ma si destreggia in descrizioni appena accennate e barocchi vortici di parole, gettandoci in un ciclo infinito di orrori da cui non v’è uscita.
Opere come Oltre il muro del sonno (1919), Il Tempio (1920) e Dall’altrove (1920) sono i primi tasselli del Ciclo dei Sogni (ispirati dalla narrativa dell’irlandese Lord Dunsany), dimensione, quella onirica, in cui si manifestano e cercano di comunicare le creature supreme. Ma è con il ciclo di Randolph Carter (soprattutto con il meraviglioso Alla ricerca del misterioso Kadath, scritto nel biennio 1926-1927 ma pubblicato postumo) in cui i racconti di Lovecraft raggiungono la piena maturità. Cripte, cimiteri, case abbandonate, sono la cornice agli orrori che si nascondono nel tessuto stesso della realtà e, tramite un immancabile climax, vengono a galla entità che non possiamo in alcun modo combattere, contro cui non è possibile trovar scampo. Nasce da qui la filosofia di Lovecraft chiamata Cosmicismo.
La dimensione onirica diventa centrale e fondamentale, ed è lo stesso Lovecraft a descrivercela magistralmente in Oceano di Notte:
Le cose viste con l’occhio interiore, come le scene che appaiono quando stiamo per scivolare nel sonno, sono più vivide e dense di significato in quella forma di quando tentiamo di amalgamarle alla realtà. Descrivi un sogno con la penna e il colore scomparirà. L’inchiostro di cui ci serviamo dev’essere diluito con una sostanza che contiene una percentuale troppo alta di realtà, e in definitiva ci scopriamo incapaci di esprimere l’incredibile ricordo. È come se il nostro “io” interiore, liberato dai legami della veglia e dell’oggettività, godesse pienamente di emozioni prigioniere che, una volta tradotte sulla carta, languiscono immediatamente. Nei sogni e nelle visioni si nascondono le più grandi creazioni dell’ uomo, perché le linee e i colori di cui sono fatte non rispettano alcun obbligo. Scene dimenticate e terre più misteriose dei mondi incantati dell’infanzia balzano nella mente addormentata, dove regnano finché il risveglio le distrugge. È in mezzo ad esse che possiamo conquistare un po’ della gloria e della felicità cui aspiriamo, trovare immagini di bellezza suprema – intuite ma mai rivelate prima d’ora – che sono per noi ciò che il Graal fu per le anime medievali. Dare forma a tutto questo con i mezzi dell’arte, tentare di riportare nel mondo un pallido trofeo di quel regno intangibile d’ombre e sussurri, richiede memoria e grande abilità. Perché sebbene i sogni siano un patrimonio di tutti, poche mani riescono a stringerne le ali di falena senza strapparle.
Lo scrittore sostiene inoltre che l’esistenza umana non abbia il minimo valore, in quanto inserita all’interno di un cosmo sconfinato dal quale provengono meraviglie e orrori fuori da ogni comprensione. Questo concetto si differenza dal Nichilismo dei grandi Schopenhauer e Nietzsche, in quanto non verte sulla mancanza di senso nell’esistenza stessa dell’universo, ma piuttosto sull’insignificanza umana; insomma potrebbe anche esserci un senso ma è una cosa che non ci riguarda e che non possiamo neppure azzardarsi a comprendere.1

Purtroppo io faccia fatica a seguire una narrativa molto descrittiva, soprattutto se di una dimensione astratta. Tendo a distrarmi, imboccando tangenti mentali che hanno poco a che fare con quello che sto leggendo.
E’ andata meglio nelle parti successive, dove ho trovato per me i migliori racconti, a volte veri e propri romanzi. Si va da Il Terribile Vecchio (1921) in cui si narra di un misterioso uomo anziamo alle prese con tre ladri, a Orrore a Red Hook (1927) dove verranno raccontate i deliranti esaurimenti del poliziotto Thomas Malone, passando per la continua suspense di Nella cripta (1925), dove un becchino dovrà fare i conti con la sua disonestà, a L’abbraccio di Medusa (1930) dove si rilegge il mito di Medusa fino ai miei due preferiti, ovvero Herbert West, rianimatore (1921) e Aria fredda (1926). Il primo narra le vicende e tutte le peripezie ad esse collegate, di due giovani universitari intenzionati a sperimentare un modo per rianimare i defunti. Il secondo racconto narra il soggiorno di un uomo in un decrepito palazzo di New York abitato dal misterioso Dr. Munoz, avvolto in una inusuale quanto sinistra e, a quanto pare necessaria, aria gelida.
I racconti seguono sempre più o meno il medesimo schema in cui vi è un narratore protagonista delle vicende in questione o semplicemente un sopravvissuto (nella narrativa lovecraftiana, chi ha assistito all’indescrivibile non sarà più quello di prima) che pur conoscendo il pericolo a cui andrà incontro, per un modo o per un altro, non riesce a sottrarvisi. I personaggi umani non sono degli sprovveduti, spesso sono accademici o figli di importanti famiglie dove spesso ataviche colpe ricadono sui protagonisti, quindi non si può dire che siano persone di poca cultura o facilmente manipolabili.

Enorme è l’influenza del Solitario di Providence nella cultura di massa. Anche se non vi sono trasposizioni dirette, il cinema ha attinto a piene mani dalle sue storie, basti ricordare La Casa, L’Armata delle Tenebre, Re-animator, Jason va all’inferno ed Il Seme della Follia. Anche nei fumetti hanno ottenuto notevoli trasposizioni, dove celebri illustratori (a esempio Alberto Breccia) hanno dato forme e colori ai Miti di Lovecraft dove anche Zagor, Martin Mystère e Magico Vento si sono scontrati con i Grandi Antichi. Il celebre manicomio di Gotham, l’Arkham Asylum, proviene dalla cittadina di Arkham citata nei racconti di Lovecraft. Non da meno anche il campo musicale soprattutto lato heavy metal, dove sin dall’esordio dei Black Sabbath del 1970 compare una canzone dal titolo Behind Of The Wall Of Sleep. Altri gruppi come Metallica, Mercyful Fate, Electric Wizard, Morbid Angel e Celtic Frost sono stati influenzati dalle opere del Necronomicon.
Lo scrittore visse in un periodo storico fatto di profondi cambiamenti sia sociali che economici, a cavallo di due guerre mondiali e con l’avvento sia del nazismo che del comunismo. Mutevoli erano anche le sue opinioni politiche e filosofiche che non furono mai organizzate in maniera organica ma vennero a galla dai rapporti epistolari che Lovecraft teneva con le persone che lo circondavano.
Ho trovato una interessante chiave di interpretazione delle opere e soprattutto del pensiero di Lovecraft, che analizza due aspetti molto discussi dell’autore, ovvero quella della misoginia e del razzismo.
“Lovecraft è un uomo triste, malato, oppresso dall’ossessiva presenza della madre e spaventato da tutti gli altri. Lovecraft è un ateo materialista che ammette tutte le implicazioni esistenziali di una posizione filosofica così pesante. Per la teologia manichea dei buoni, un razzista è un razzista e basta. Per chi invece pensa, il razzismo di Lovecraft appare lontanissimo da quello, delirante e mistico, di Alfred Rosenberg, l’ideologo di Hitler che ha scritto Il Mito del XX secolo. A Providence non resta, infine, niente da salvare, nessuna gloriosa palingenesi ariana che libererà il mondo dalle razze inferiori: ci sono solo gradazioni di orrore. La mitologia di Lovecraft è meno pericolosa di quella nazista, ma anche più disperante. Il pensiero di Lovecraft è, infine, soltanto disperazione. Ed è il nostro pensiero, anche se non lo sappiamo. Azathoth, il caos nucleare, è l’immotivata esplosione del Big Bang; Shub-Niggurath, il capro nero dai mille cuccioli, è l’istinto di procreazione che spinge gli esseri viventi a “moltiplicarsi per morire innumerevoli”; Cthulhu è la gelida lontananza dello spazio, Yog-Sothoth l’inaccessibile assurdità del tempo. Sono tutte incarnazioni del nostro scientismo ateo, che domina il dibattito culturale, che insegniamo ai bambini, che spacciamo per progresso. Se in Cristo incarna la millenaria storia ebraica, allora i mostri di Lovecraft scrivono coi loro tentacoli la Bibbia della civiltà occidentale contemporanea. Il fatto è che Lovecraft potrebbe avere ragione. È persino probabile che abbia ragione: vivere non ha senso, non c’è niente dopo la morte, siamo soltanto elettricità che corre cieca nel labirinto dei neuroni. L’orrore lovecraftiano sta tutto qui, in ciò che è vero e al tempo stesso inaccettabile. I personaggi di Lovecraft, spesso professori e accademici, scoprono che l’uomo non conta nulla di fronte a potenze primordiali e invincibili, che la ragione non può rendere conto di una realtà senza logica, che l’intero universo è “invenzione di un non-dio la cui malvagità supera l’immaginazione”, come scrive Agota Kristof. La conseguenza è la follia, o il silenzio”.2

In definitiva il Necronomicon è una raccolta di valore in cui si cerca di descrivere l’ignoto, l’innaturale, suggerendo il Male, slabbrando la realtà facendoci scivolare dentro lentamente l’impossibile, evidenziando anche l’inettitudine del genere umano nei confronti dell’immensità di elementi situati dietro alla realtà (o quella dimensione che pensiamo essa sia). Capace di aprire “di lato” il presente per dare uno sguardo al futuro.
Howard Phillips Lovecraft – Necronomicon (Oscar Mondadori, 2017, 648 p.)




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