“Ma perché, mio Dio, mi sono sposata?”

Alla fine di Settembre ho avuto il piacere di assistere ad un “open day” proposto dalla scuola Carver, la quale, oltre a presentare la propria offerta formativa per il nuovo anno, ha formulato a noi presenti la seguente domanda: a cosa serve la letteratura? La mia risposta ve la dirò in un altro momento ma per solleticare ancora di più il dibattito tra il pubblico sono stati letti dei brevi passaggi di alcuni romanzi e in quel preciso momento mi si è accesa la lampadina, ovvero mi son detto che spesso dovrei leggere anche qualche “grande classico”.

Per la cronaca, per definire “libro classico” sposo la definizione di Italo Calvino: un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire. Purtroppo difficilmente rileggo libri, ma potrei applicare questa definizione ai film e soprattutto alla musica. Se una canzone “vintage” mi continua a dire qualcosa può essere annoverata in un grande classico, altrimenti è un tormentone.

Ecco spiegato il perché ho letto Madame Bovary. In realtà, alla scuola Carver, lo stralcio del romanzo letto era il Conte di Montecristo, ma devo ringraziare questo piccolo equivoco se mi sono posto delle domande abbastanza interessanti.

Ma andiamo con ordine. Come on guys!

Nella Francia della prima metà del 1800, l’ufficiale sanitario (oggi forse si sarebbe chiamato medico di famiglia) Charles Bovary, dopo esser rimasto prematuramente vedovo, decide di sposare la giovane Emma, figlia di Rouault, un fattore piuttosto abbiente. Con una vita matrimoniale ben al di sotto delle sue aspettative e l’arrivo quasi a sorpresa di una figlia (Berthe), Emma finirà per avere altre relazioni, spendendo grosse somme di denaro per poi finire sotto una montagna di debiti.

Mentre leggevo il libro, mi domandavo spesso a cosa ambisse nella vita e a quale titolo. Non una famiglia, visto che la sola presenza della figlia la infastidisce, affidandola praticamente sempre alla balia. Non ha nemmeno particolari ambizioni professionali ed anche l’unica sua passione, il pianoforte, viene alla fine utilizzata come scusa per le sue dolci evasioni.

Però poi ho capito che Emma, pur partendo da una astrattezza di sottofondo, punta alla bellezza contro la banalità puerile degli abitanti del posto. Tale contrasto, molto in voga nella metà del diciannovesimo secolo, non è altro che lo scontro tra l’aristocrazia e la borghesia, la cosiddetta classe media, persone che non avevano né l’agiatezza né la genealogia della nobiltà ma che comunque esercitano professioni tali da permettergli un discreto ritorno economico. Emma, e quindi l’autore, criticano il freddo materialismo della borghesia, la loro tecnica che essi stessi adorano ma che non sono in grado di maneggiare, il pavoneggiarsi nei modi e nel parlare; si prenda ad esempio l’ingresso del dottore Canevet, con il suo calesse e tutto il suo armamentario, tra cappotti e sigari, condito dal servilismo del farmacista Homais.

Parallelamente, inizia in Emma una profonda ribellione interiore, lei che, orfana di mamma, era stata educata in un collegio di suore, dove aveva letto un gran numero di romanzi sentimentali, i quali avevano plasmato la sua immaginazione e la sua sensibilità. E’ una sognatrice (“Si chiedeva se non avrebbe potuto, per una diversa combinazione del caso, incontrare un altro uomo; e cercava di immaginare come sarebbero stati quegli eventi mai accaduti, quella vita differente, quel marito sconosciuto. Nemmeno uno, tra quelli che si inventava, somigliava all’attuale marito”) che cerca con tutte le forze di fuggire dalla morale pubblica (“[…] di morali ce ne sono due, […] Quella piccola, convenzionale, la morale della gente da nulla, quella che varia continuamente e che sbraita a più non posso, si agita in basso, terra terra, come questa accozzaglia di imbecilli che state vedendo. Ma ľ’altra, quella eterna, sta tutt’intorno e al di sopra, come il paesaggio che ci circonda e il cielo azzurro che ci rischiara).

Emma mette a disposizione anima e corpo, con quest’ultimo utilizzato solo ed esclusivamente come suo unico strumento di potere e abilmente si fermerà un attimo prima di cadere nella prostituzione, innescando un esplosivo vortice emotivo (“II suo amore cresceva di giorno in giorno, insieme con la ripugnanza per il marito. Più si abbandonava all’uno, più disprezzava l’altro; Charles non le era mai parso tanto sgradevole, con le dita altrettanto tozze, mai così tardo d’intelligenza e ordinario nei modi, come quando se lo trovava davanti dopo gli incontri con Rodolphe. Allora, mentre assumeva atteggiamenti da sposa e da virtuosa, si infiammava al pensiero di quella testa dai neri capelli che cadevano ondulati sulla fronte abbronzata, di quel corpo robusto e al tempo stesso così elegante, insomma di quell’uomo che possedeva tanta esperienza se c’era da ragionare, altrettanta foga quando c’era da amare!”). A questo punto dovrà fare i conti con la cruda realtà, lei che non ne voleva mai troppa: Rodolphe era puramente un donnaiolo che non aveva mai avuto un profondo interesse verso di lei, mentre Leon se l’era data a gambe su consiglio della madre, dopo aver pesato pro e contro in una eventuale relazione. 

Vien da sé che il metro di paragone era suo marito Charles (“Emma gli stava di fronte e lo guardava. Lei non divideva la sua umiliazione, ne provava un’altra, quella di avere creduto che un simile omuncolo potesse valere qualche cosa, come se non avesse avuto sufficienti prove della sua mediocrità”) ma fino alla fine non sapremmo veramente se lui era ciò che lei vedeva oppure se era proprio la sua incapacità di scrollarsi una attanagliante mediocrità, di fare un passo in avanti, a forze il suo giudizio al ribasso?

Perché la prima parte del racconto è visto dalla parte di Charles: una volta sposato Emma lei entrerà definitivamente in scena per poi non uscirci più. A Charles viene sono ritagliata la scena in cui, per cercare di “far carriera”, spinto dalla meschinità del farmacista, si ostina nel voler operare un cameriere con il piede torto, ma il suo tentativo fallisce ed il paziente perderà una gamba.

Con una scrittura volutamente asettica, sempre precisa nelle descrizioni, alla ricerca dalla famosa mot juste (parola giusta), mai critica nei confronti della protagonista, Flaubert ci regala un personaggio femminile che sin dall’inizio si assume tutte le responsabilità delle sue azioni, scelte liberamente senza l’imposizione di nessuno. Il suicidio di Emma è da intendere non come la più facile via di fuga verso ciò che essa stessa ha creato ma rappresenta la definitiva consapevolezza di aver perso la propria battaglia.

Labile è il confine su ciò che si potrebbe o si vorrebbe avere. In una società che ha preso per buono l’usanza del termine normalità come sinonimo di banalità, ci ritroviamo ad inseguire facili apparenze, con una bulimica ricerca verso un’originalità a cui tutti aspiriamo, per poi ritrovarsi malamente ad essere tutti uguali. Adottando una morale che in fondo non ci appartiene e che non riusciamo a comprendere, svuotando sentimenti e contenuti, vi è anche l’incapacità di vedere fino in fondo ciò che si ha (“Emma ritrovava nell’adulterio tutte le piattezze del matrimonio”). Perché in fondo chi troppo vuole nulla stringe.

Gustave Flaubert – Madame Bovary (Feltrinelli, 2014, numero di pagine p. 384)


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