“L’Incal? Potrei dire che è il ” Maestro interiore” che ciascuno porta in sé”.
Alejandro Jodorowsky

Mia madre era solita farsi un nodo al fazzoletto o cambiare dito alla fede per tenersi a mente qualcosa. Dopo un po’ capiva che doveva ricordarsi qualcosa, ma si dimenticava cosa. Anche per questa graphic novel è andata un così; l’ho trovata nella mia lista Fumetti ma non ricordo il momento in cui vi è entrata e chi me l’ha suggerito. Visto i tempi, credo che il colpevole sia stato un articolo in cui si trattava, in tutte le sue forme, della fantascienza oltre Dune, visto l’uscita al cinema della seconda parte nei primi mesi dell’anno. 

Come vedremo più avanti, la storia ha cancellato Jodorowsky e Dune dalla solita frase ed io, che non sapevo altro, quando ho letto chi avesse scritto questo Incal ho pensato subito a quello che voleva fare Dune

A posteriori, che piaccia o no, per l’Incal (al pieno dei suoi volumi prima e dopo) può essere utilizzata la parola seminale, vale a dire quelle produzioni che lasciano tracce sparse di esse e che prontamente vengono raccolte da altri e che finiscono per far germogliare altre opere e così via. A volte rimangono nell’ombra, per demeriti proprio o per motivi puramente commerciali (in musica mi vengono a mente i Melvins) ma se uniamo tutti i punti, il loro contributo è innegabile.

Prima di parlare di cos’è L’Incal, è doveroso spendere due parole sul suo autore e sulla sua particolare genesi. 

Quindi andiamo con ordine, come on guys!

Alejandro Jodorowsky nasce a Tocopilla (detta “l’angolo del Diavolo”) nel 1929. Figlio di immigrati ucraini di origine ebraica, ha un padre violento ed una madre vittima delle sue violenze. Tutta la famiglia (ha anche una sorella) non è ben vista dalla comunità in cui vivono in quanto immigrati e quindi, all’età di nove anni, decidono di trasferirsi a Santiago del Cile. Qua si immerge nella lettura e inizia a scrivere poesie, pubblicando la sua prima poesia a sedici anni e frequentando poeti cileni come Nicanor Parra, Stella Díaz Varín ed Enrique Lihn. Interessato all’ideologia politica dell’anarchismo, inizia a frequentare l’università, studiando psicologia e filosofia, ma vi rimane solo due anni. Dopo aver abbandonato gli studi, interessato al teatro e in particolare al mimo, assume l’impiego di clown in un circo e inizia la carriera di regista teatrale.

Nel frattempo, nel 1947 fonda una propria compagnia teatrale, Il Teatro Mimico, che nel 1952 conta cinquanta membri, e l’anno successivo scrive la sua prima opera, El Minotaura (Il Minotauro). A Jodorowsky il Cile sta stretto, così decise, nel 1953 di trasferirsi a Parigi. Diventa così allievo ed assistente di Marcel Marceau, fino a diventare uno dei suoi più stretti collaboratori. Nel 1957 Jodorowsky si dedica al cinema, realizzando Les têtes interverties (Le teste mozzate), un adattamento di 20 minuti della novella di Thomas Mann, un film quasi interamente composto da mimi.

Nel 1960 si trasferisce in Messico, a Città del Messico. Interessandosi ancora al surrealismo, fa comunque spesso ritorno a Parigi. Nel 1962 fondò il Movimento Panico insieme a Fernando Arrabal e Roland Topor. Il movimento mirava a superare le idee surrealiste convenzionali abbracciando l’assurdismo. I suoi membri rifiutano di prendersi sul serio e ridono dei critici che lo fanno. Nel 1966 realizza il suo primo fumetto, Anibal 5, legato al Movimento Panico. L’anno successivo crea un nuovo lungometraggio, Fando y Lis (Il paese incantato), basato su un’opera teatrale scritta da Fernando Arrabal, che all’epoca collaborava con Jodorowsky nell’ambito dell’arte performativa. Fando y Lis fu presentato in anteprima al Festival di Acapulco del 1968, dove provocò una rivolta tra coloro che si opponevano al contenuto del film e successivamente fu vietato in Messico.

Insomma, un gran bel personaggio. Ma sono gli anni successivi che daranno a Jodorowsky la maggiore notorietà, che arriverà nel 1971 con El Topo e La Montagna Sacra (1973). In entrambi figurò anche come attore protagonista, opere caratterizzate da un surrealismo provocatorio, grondante di orrori e magia. 

Mentre stava lavorando a La Montagna Sacra, Jodorowsky venne a contatto con il  già conclamato capolavoro della fantascienza Dune di Frank Herbert. Va così in fissa che nel 1975 annuncia l’ ambizioso progetto di portare l’opera di Herbert su pellicola. Nel giro di pochi mesi riesce a raccogliere la miracolosa cifra di dieci milioni dollari su un totale stimato di oltre trenta milioni. Nel mentre batte cassa, la macchina produttiva è in moto e si avviano i primi contatti con alcune vere e proprie star, come Mick Jagger, David Carradine, Salvador Dalí e Orson Welles. Le musiche, rigorosamente originali, sarebbero dovute essere composte da Pink Floyd e Tangerine Dream. Ma è ciò che viene adesso ad essere la parte più interessante.

La leggenda narra che, al ritorno dal Festival del Cinema di Cannes, dove fu annunciato l’inizio della produzione del monumentale kolossal (nelle intenzione di Jodorowsky il film doveva durare 12 ore), il regista e il produttore Michel Seydoux si fermarono a prendere un caffè in una stazione di servizio. Jodorowsky si mise a dare un’occhiata a dei fumetti in vendita e fu colpito principalmente da due volumi. Il primo, pieno di astronavi e strane tecnologie, era firmato da un certo Moebius. L’autore del secondo era Jean Giraud (con lo pseudonimo di Gir), interprete grafico del popolare personaggio western Blueberry. Nel flusso mistico di come concepiva la vita, capì che queste due persone avevano l’estetica adatta per poter realizzare scenografia, costumi, effetti speciali e gran parte della sceneggiatura del film. In realtà, Moebius è l’alter ego di Jean Giraud, nato a Nogent-sur-Marne nel 1938 e scomparso nel 2012, considerato uno dei maestri del fumetto e dell’illustrazione di genere fantastico e fantascientifico. Nel 1974, insieme ad altri esponenti del fumetto francese, aveva fondato la Les Humanoïdes Associés, una casa editrice a cui fu affidata la pubblicazione di Metal Hurlant, una rivista di fumetti francese di genere fantastico, fantascientifico e horror. Nel 1977 verrà pubblicata negli Stati Uniti dalla National Lampoon con il titolo di Heavy Metal, diventando famosa in tutto il mondo.

Il resto della squadra (i “guerrieri” come Jodorowsky chiamava i suoi collaboratori) era composta dal veterano britannico Chris Foss (classe 1946), un giovane pittore svizzero alla sua prima grossa esperienza, H.R. Giger e Dan O’Bannon (in origine doveva essere Douglas Trumbull che aveva già collaborato con Kubrick per 2001: Odissea nello Spazio) esperto di effetti speciali ma anche abile illustratore e sceneggiatore.

Furono prodotti, da Jodorowsky, Jean Giraud e tutta la squadra, oltre 3000 tavole, bruciando quasi 2 milioni di dollari in pre-produzione. I finanziatori capirono l’impresa mastodontica in cui, con slancio eroico, i nostri si era buttati in questa avventura, fecero due conti e decisero di ritirarsi. Il Dune di Jodorowsky e Moebius non vide mai la luce. Alla travagliata vicenda venne dedicato il documentario del 2013 Jodorowsky’s Dune diretto da Frank Pavich.

Non tutto fu sprecato e andando avanti con la storia, si può capire quanto abbiano inciso le idee che, anche se in forma embrionale, avevano in mente Jodorowsky e la sua banda.

Si prenda ad esempio la genesi di The Long Tomorrow. Mentre il team lavorava alla preparazione di Dune, Dan O’Bannon, ingaggiato come curatore degli effetti speciali fino a quel momento ancora poco coinvolto nel film, si dilettava nel tempo libero a disegnare alcune storyboard di sua stessa creazione. Era lo storyboard di The Long Tomorrow, un racconto poliziesco classico, ma ambientato nel futuro. Moebius ne fu entusiasta e decise di disegnarla seguendo la sceneggiatura scritta da O’Bannon. Lo stile narrativo di The Long Tomorrow è ispirato ai film noir e alla letteratura poliziesca hardboiled, ma la storia è ambientata in un lontano futuro fantascientifico. La fusione di elementi fantascientifici e polizieschi avvicinano questa storia al tipo di narrativa che nei primi anni ottanta sarebbe emersa con il nome di cyberpunk. 

Il cerchio si chiuderà con l’Alien (1979) di Ridley Scott, scritto dallo stesso O’Bannon in cui vi confluirono numerosi concept sviluppati da Giger per Dune. Lo stesso William Gibson, padre del genere cyberpunk con il suo Negromante, disse di The Long Tomorrow:

È giusto dire, e l’ho già detto in precedenza, che l’”aspetto” del romanzo Neuromante era influenzato in buona parte da alcuni lavori grafici pubblicati su Heavy Metal. Suppongo che questo valga anche per Fuga da New York di John Carpenter, Blade Runner di Ridley Scott e tutti gli altri prodotti caratterizzati dallo stile a volte denominato cyberpunk.

Le scenografie realizzate per il film furono in parte utilizzate per il successivo tentativo di adattare l’opera di Herbert da parte di Lynch nel 1984 (definito da Jodorowsky “una schifezza”). 

Non tutto il lavoro fu dunque vano e il sodalizio tra Jodorowsky e Moebius era più saldo che mai. Le tavole realizzate per il film furono lo spunto per creare, e qua siamo arrivati ai giorni nostri, L’Incal: una space opera a fumetti, realizzata tra il 1981 ed il 1988, pubblicata sulla rivista Métal Hurlant (e successivamente edita da Les Humanoïdes Associés), con il titolo originario Une aventure de John Difool (Un’avventura di John Difool). È stata poi ribattezzata L’Incal nella successiva ristampa del 1998.

In un futuro distopico, John Difool, un misero detective privato di classe R, dopo aver accettato di scortare una aristos in un locale, finisce per inimicarsi Kill Testa-di-cane e, nel tentativo di sfuggire alle sue grinfie si imbatte in un mutante morente, che gli consegna un misterioso oggetto, L’Incal. Ben presto, Difool si accorge degli straordinari poteri che l’Incal cela: il suo animale domestico, una sorta di uccello di pietra chiamato Deepo, ottiene infatti il dono della parola, mentre John stesso, ingoiando l’Incal per nasconderlo, riceve straordinari poteri. Attorno a tale oggetto, tuttavia si crea ben presto una grande contesa: ad ambire all’Incal sono infatti in molti, a partire dall’Amok, un’organizzazione ribelle contro il governo filoimperiale. Ad essi si aggiungono i mutanti Berg, gli scienziati Tecno e il Presidente del governo filoimperiale stesso. In particolare, la Madrina dell’Amok Tanatah, con l’aiuto del braccio destro Kill Testa-di-cane, deciderà di assoldare il Meta-Barone per catturare Difool e recuperare l’Incal, ricattandolo tenendo in ostaggio Solune, che verrà dichiarato essere il figlio del Meta-Barone.

Premetto che L’Incal non mi ha affascinato fin troppo ed anche scrivere queste righe mi sono costate una discreta fatica. Il mio non è un giudizio critico sull’opera, nessuno me lo ha chiesto né tanto meno ho le competenze adeguate per poterlo esprimere, ma è semplicemente una riflessione “a gusto”. Ho voluto però lo stesso capire a fondo l’opera di  Jodorowsky e i disegni di Moebius.

In ciò mi è viene in aiuto tutta la parte finale del libro presente in questa edizione integrale, chiamata I misteri de L’Incal, una sorta di glossario in cui si affrontano in ordine alfabetico la maggior parte dei temi trattati. Leggendoli, e prendo spunto anche per scrivere queste righe, mi sono accorto di come la storia dell’Incal non si concluda solo con questo volume ma che siano importanti anche gli altri, come ad esempio Prima dell’Incal (disegnata da Zoran Janjetov e pubblicata tra il 1988 e il 1995), Dopo L’Incal (2000), L’Incal finale (disegnata da José Omar Ladrönn e pubblicata in tre volumi fra il 2008 e il 2014) e la Casata del Meta Barone (disegnata da Juan Giménez e pubblicata tra il 1992 e il 2003).

Per prima cosa bisogna chiarire chi è John Difool, personaggio che nel corso del tempo cambierà più e più volte. Inizialmente è un individuo che non vale nulla, un idiota in un universo di completi idioti, pigri ed egoisti, sempre alla ricerca di una guida suprema perchè incapaci di autoregolarsi. Difool non è un eroe, cade da un evento orribile all’altro, inciampando dentro e fuori da macchinazioni diaboliche di corporazioni e imperi così potenti e onnicomprensivi da trascendere l’umanità nel regno degli dei. 

Il suo alter ego è il Meta Barone: personaggio serio, l’umano che è senza rivali nel potere, colui che sa fin dal principio cosa vuole e come poterlo ottenere, anche in capo all’Universo. Entrambi però sono accomunati da un unico destino, cioè quello di combattere. Se il Meta Barone lo fa con spirito eroico quasi militaresco, Difool è sciocco ed ignaro, corre urlando e piangendo per la sua cara vita nel ruolo di salvatore dell’universo.

Pur scritto nella prima metà degli anni ‘80, L’Incal risente delle teorie esoteriche degli anni ‘70: ciascuno di noi, pur mediocre che sia, porta il seme della divinità nel proprio spirito, nella propria anima, nel proprio inconscio. Questo seme coincide con il rebis (rebis: la cosa doppia) degli alchimisti. L’alchimia è una delle tante fonti imbevute di esoterismo che attraversano la saga de L’Incal, a partire dai titoli dei diversi volumi. L’Incal Nero e L’Incal luce rimandano infatti al Nigredo e all’Albedo, le due prime fasi della Grande Opera, ovvero la fabbricazione della pietra filosofale. Questa sostanza, secondo gli alchimisti, è in grado di trasformare il metallo più vile in metallo prezioso, ma anche di curare le malattie e di prolungare la vita umana.

Ne L’Incal, la storia si sviluppa e procede tramite una serie di sdoppiamenti e di ripetizioni. Ogni personaggio si sdoppia e ha un suo doppione, secondo il principio della simmetria (a ciascun personaggio corrisponde un gemello o un opposto) e dell’ambivalenza (due valori o due ruoli coesistenti nello stesso personaggio). 

Da questo doppio nasce un’altra teoria interessante proveniente dalla Tavola di Smeraldo, celebre testo sapienziale della letteratura alchemica: ciò che è in basso è come ciò che è in alto, ciò che è in alto è come ciò che e in basso.

Sempre ad una dualità si riferiscono le due figure fondamentali come Animah e Tanatah.

La prima è la custode dell’Incal luce, la quale regna su Centro-Terra, che percorre cavalcando giganteschi psicoratti da quando quel paradiso è stato trasformato in discarica. Animah è una reincarnazione della madre di John Difool, associata spesso alla Vergine Maria

Tanatah invece è l’altra faccia della medaglia. Cattura Solune per garantirsi i servizi del Meta-Barone. Regina dell’Amok (una società segreta), brama di dominare la Città-Pozzo. E’ la custode dell’Incal Nero, che ha consegnato ai Tecnici Techno. Il nome Tanatah deriva dal greco Thanatos, personificazione della morte nella mitologia greca.

L’Incal non sarebbe lo stesso se non fosse immerso in luoghi con un significato ben preciso. La vita di John Difool si svolge nella Citta Pozzo, governata da Cervello Centrale, un’immensa massa cerebrale priva di umanità inserita in un struttura, improbabile incrocio tra biologia e meccanica. La Città Pozzo è una città scavata nel sottosuolo a partire dalla superficie del pianeta ormai desertico che è diventato Terra 2014. Di fatto una città verticale di forma sferica, con i privilegiati che occupano i livelli superiori mentre quelli inferiori sono affollati da una popolazione dalla nomea a dir poco dubbiosa. Questi ultimi sono i grandi frequentatori dell’Anello Rosso, un quartiere in grado di assicurare emozioni forti in torride notti. Ma qua non si sale di livello nella società, il solo percorso possibile è quello inverso, scandito dai disperati che si suicidano dall’alto di Suicide-Alley, un enorme buco circondato da alti grattacieli, con il Grande Lago Acido in fondo. Era un posto popolare per chi voleva suicidarsi saltando giù dal vicolo, da cui il nome. Anche qua è facile intuire come centrale sia la Teoria della Tavola di Smeraldo, ben rappresentati nei due capitoli Ciò che è in basso (1983) e Ciò che è in alto (1985).

Così come i luoghi, anche i personaggi hanno un tratto particolare e ampiamente sui generis. Di Difool e il Meta Barone ne abbiamo già parlato qualche riga sopra. 

Uno dei primissimi antagonisti di cui facciamo la conoscenza è Kill-testa-di-cane, un mercenario mutante, originariamente presentato come uno dei guerrieri Amok di Tanatah e un leader ribelle, con una forte antipatia per John DiFool. Alla fine, però, avrebbe aiutato John nella sua guerra contro esseri pericolosi come l’Oscurità. Nel corso del racconto diventerà una figura familiare e, tutto sommato, simpatica, un compagno fedele e un personaggio pittoresco perfetto per la parte di spalla comica.

Altro personaggio importante è Barbara, la Proto Regina rappresentata da un occhio ed una bocca galleggiante in un liquido di dubbia composizione. Diffol sarà il vincitore dei Giochi della Fecondazione (!) e Barbara sarà costretta ad assumere le sembianze di Animah per poter esser più invitante. La tradizione della religione Berg è molto rigorosa ed ogni cinque anni si svolgono i Grandi Giochi della Fecondazione su Urgar-Gan, il pianeta madre della galassia Berg. Il sopravvissuto ad una rigorosa selezione si aggiudicherà il diritto, al termine di uno spietato massacro, di fecondare la Proto Regina. Dopo 24.000 fecondazioni, la razza Berg conoscerà finalmente, leggenda vuole, la sua grande età dell’oro.

Nel popolo Berg troviamo Gorgo Lo Zozzo. Tra i partecipanti ai Grandi Giochi della Fecondazione quinquennale Gorgo sarà sorpassato in extremis da un John Difool super preparato e animato da un furore che nessuno gli attribuiva, aiutato dai poteri parapsichici che gli ha trasmesso il Meta Barone. Personaggio pittoresco e simpatico, Gorgo resta nondimeno un soldataccio dai modi alquanto spicci e sommari. 

Ultimo ma non meno importante è Solune, il figlio di John Difool e Animah. La sua nascita faceva parte del disegno supremo dell’Incal, che assicurava il codice genetico necessario a far nascere Solune con il cuore dell’androgino perfetto. Perché Solune è figlio proprio di John Difool? Perché ciascuno di noi porta, per mediocre che possa essere, una gemma divina nell’intimo del proprio spirito, della propria anima, del proprio inconscio. Un seme che ritroviamo anche nel Rebis (la cosa doppia) degli alchimisti.

L’Incal, in tutti suoi volumi, rappresenta in definitiva una delle più mirabolanti saghe della nona arte. Un’opera dai mille volti, ampiamente stratificata, che si dipana su più livelli da leggere come atto di fede verso i suoi autori. L’Incal irruppe come un astronave aliena nel panorama fumettistico degli anni “8o”, ricca di un immaginario senza precedenti, alimentato da una pletora di referenze. La sintesi miracolosa tra la fantascienza più moderna, il tratto ammaliante di Mœbius e il talento narrativo di Jodorowsky  intriso del realismo magico sudamericano. Un pugno al volto estetico e tematico che spostava ancora più in là i limiti tradizionalmente assegnati al fumetto europeo, unita ad una feroce critica alle nascenti corporazioni moderne, ed alle forme di potere, sia di natura politica o di natura religiosa.

Pubblicato a puntate tra il 1981 e il 1988, bestseller tradotto in oltre venti lingue, L’Incal si compone di 291 tavole che formano una continuità narrativa incorniciata da un inizio e un finale sovrapponibili: la caduta dell’eroe ritornato in eterno al suo punto di partenza, come in uno di quei sogni in cui si continua a precipitare in preda a un terrore infantile. 

Qualche mese fa, Edizioni BD ha pubblicato Diventare Moebius, un volume antologico che esplora l’arte del disegnatore francese.

Jodorowsky, Moebius – L’Incal (Oscar Mondadori Ink, 2019)


Lascia un commento

In voga