Lo ammetto, sono stato scettico e lo sarò ancora per un po’. Ma la presentazione di Hamilton in Ferrari, ovviamente creata ad arte visto le parti in gioco, ha avuto un fascino tutto particolare: la F40 (la Ferrari della mia adolescenza), il Re Nero nel suo bel cappotto, quel clima piovigginoso tipico della provincia emiliana. La Ferrari in Formula 1 non tocca palla da una vita, dal post Kaiser ha collezionato fior di piloti, tecnici ed sonore figuracce. Ma vende un sacco di vetture lo stesso, il Mito non ne ha risentito. Infatti, mentre scrivevo queste righe, sono stati resi noti i dati di vendita del 2024: 13.752 unità per ricavi netti di 6.677 milioni di euro, in crescita dell’11,8% rispetto all’anno precedente. Quindi, pur nella mia scetticità, non credo che Hamilton venga per “sporcare” il suo di Mito, al fianco di un pilota che ha vinto 2 gare meno di Bottas. Lewis, dalla batosta presa dopo aver perso il Mondiale contro Rosberg, ha cercato di darsi sempre di più un volto molto umano, ricordando ad ogni occasione le sue origini, i sacrifici del padre, omaggiando sempre il suo idolo Senna o appoggiando le battaglie per il Black Lives Matter. Il resto lo ha fatto Micheal Masi, con il mondiale del 2021 finito in maniera abbastanza ad minchiam.

Chi vince il prossimo mondiale? Visto le coppie dei piloti credo che tutto dipenda dalla macchina. Se la McLaren parte come ha finito ci sono buone possibilità per entrambi i suoi piloti. Idem per la Ferrari, se riesce a colmare ancora quel gap che le era rimasto la scorsa stagione. Un mondiale così lungo può aiutare Hamilton ad ambientarsi nella nuova squadra e lui nei finali di stagione è sempre andato meglio che all’inizio. I bibitari non saprei, le voci sono apocalittiche ma mai dare per battuto Max. Se poi non ci sono macchine dominati, anche altri piloti possono inserirsi nella lotta, spagnoli o inglesi fa lo stesso.

Di sicuro non sarà un mondiale vinto o perso già alla prima gara. Come dice il Maestro, wait and see.

Cambiando settore, ma non l’hype, anche la presentazione delle Nvidia della serie 5000 non è stata da meno. In realtà i modelli di punta, ovvero RTX 5090, 5080, 5070ti e 5070 furono già presentati al CES subito dopo befana, ma la vendita dei primi tre modelli è partita dal 30 di Gennaio. Io a volte stento a capire, in questo maledetto mondo moderno così schizzofrenico, come le cose possano cambiare in maniera repentina. Quando sono state presentate le schede Jensen “Er Giacchetta” Huang aveva fatto la classica affermazione alla “io sono Iron Man” dicendo che una 5070 sarebbe andata come una 4090 costano un terzo, dove il gap hardware veniva recuperato tramite appositi software come il multi frame generator (da un fotogramma generato dall’AI intermedio tra due reali ad tre fotogrammi contro uno reale), nuova applicazione esclusiva della serie 5000. Vi lascio immaginare la gioia di tutto il mondo tech, dove è stato un susseguirsi di sbrodolamenti onanistici vari, tra video di reaction e contro reaction.

Finalmente escono le due schede principali, ovvero 5090 e 5080 e si scopre che il salto generazionale a livello di hardware (vedi forza bruta in raster) è tutto sommato contenuto, le schede consumano di più e l’applicativo su cui puntano, il su citato multi frame generator, ancora non ha giochi concreti su cui poggiarsi. Il tutto a prezzi di gran lunga superiori alla generazione precedente, complice anche un’offerta estremamente ridotta. Al momento in cui sto scrivendo (primi di febbraio) la 5080 custom (con sempre 16 giga di Vram però DDR7) parte dai 1.600 euro mentre la sorella maggiore dai 2.400 spicciolo più spicciolo meno. Ovviamente tutto ciò non ha scalfito minimamente Nvidia: in ambito gaming ha sostanzialmente il monopolio, può fare quello che vuole. Però ha perso 600 miliardi di valore di mercato solo perchè un app cinese di intelligenza artificiale ha affermato di essere meno avara di risorse hardware, quindi sostanzialmente più economica da gestire. Considerando che il core business della casa verde è anche la produzione di schede dedicate alla AI per i data center è facile immaginarsi il perchè del crollo.

Come sempre la verità sta nel mezzo. Nvidia forza sempre la mano a livello di marketing in virtù della sua posizione dominante (per fare un paragone AMD non ha presentato la sua 9070 perchè non sapeva il prezzo a cui sarebbe uscita la concorrenza), in tutti i suoi campi. La app cinese in qualche modo verrà ridimensionata (già si parla di falle nella sicurezza e nella gestione dei dati personali) e le schede della serie 5000 verranno regolarmente acquistate quando i prezzi si saranno stabilizzati e usciranno modelli di fascia media come ad esempio la 5070. Chi come me ha una scheda della generazione 4000 (io ho una TUF 4070 Super) può tranquillamente passare la mano. Basta aggiornare i driver in modo da sfruttare l’ultima versione del DLSS e stop. Si vive bene anche senza il multi frame generator.

Ho recentemente scoperto che i Sumac, band post metal formata da Aaron Turner (ex Isis al quale, si sa, io pagherei anche le bollette di casa) affiancato da Brian Cook dei Russian Circle e Nick Yacyshyn dei Baptists, hanno realizzato un nuovo disco in collaborazione con Moor Mother dal titolo The Film, in uscita il 25 aprile. Insieme all’annuncio dell’album, il gruppo ha condiviso il primo singolo e traccia di apertura dell’album, Scene 1. Non l’ho ancora ascolta, sulla carta sembra un progetto interessante anche se parecchio estremo.

Un paio di settimane prima, per l’esattezza il giorno 11 aprile, uscirà il nuovo disco dei Messa, dal titolo The Spin. È il quarto album in studio per la band veneta, sicuramente da tenere in considerazione dopo l’ottimo Close, disco uscito nel 2022 andato a mano basse nella top 20 di quell’anno (ancora devo completarla).

Sul fronte live ho messo un pin sulla data di Beth Hart in Italia, il 27 giugno al Pistoia Blues. L’ho conosciuta con i dischi insieme a Bonamassa, i suoi da solista non mi fanno impazzire ma credo che comunque dal vivo abbia una bella resa e un bel repertorio.

E’ stato annunciato anche la data italiana del tuor degli Ac/Dc, il 20 Luglio ad Imola, ma purtroppo il 19 è già occupato dal succitato Bonamassa.

A me piacerebbe vedere ogni tanto qualche film. Se proprio devo essere sincero, prima della musica e della lettura c’era il cinema. Il problema è che finisce che non sono io a guardare i film ma loro che guardano me, mentre dormo. Al netto di una proposta sempre più scadente, discorso quanto mai banale perché come ben so le cose ci sono, vanno solo sapute trovare. Fatta come al solito una pallossissima premessa, l’ultimo dell’anno sono riuscito a vedere Regalo di Natale, film del 1986 per la regia di Pupi Avati. Era un po’ che volevo vederlo come si deve, forse sarà stata l’atmosfera natalizia.

Tre vecchi amici, Ugo, Lele e Stefano, organizzano per la vigilia di Natale, una partita a poker con un misterioso industriale, l’avvocato Antonio Santelia, della cui vita privata poco si conosce tranne il fatto che ama giocare ed è noto nel giro per le ingenti perdite.

Lele (Alessandro Haber) è un ingenuo giornalista che scrive su un quotidiano di film di terza o quarta categoria. Stefano (George Eastman) possiede una palestra e pur avendo una compagna, si vocifera con insistenza della presunta sua omosessualità. Ugo (Gianni Cavina) lavora poco fortunate televendite presso una piccola televisione privata, è divorziato da anni, ha quattro figli che non vuole vedere, oltre ad essere sommerso da una marea di debiti. Per l’occasione viene anche chiamato Franco (Diego Abatantuono), proprietario di un cinema a Milano, l’unico che abbia le capacità economiche per stare al tavolo con Santelia (Carlo Delle Piane). Ma i rapporti al tavolo tra Franco e Ugo sono un po’ tesi, per via di alcuni screzi avuti in passato.

Sono uomini adulti ma ancora giovani, alla ricerca di se stessi, prigionieri della vita che fanno, incapaci di tirarsi indietro anche di fronte all’evidenza di andare a sbattere. Così come Lele si illude di poter pubblicare un libro su John Ford e si lascia abbindolare da un piccola attricetta da i dubbi intenti, Franco non riuscirà a resistere alla proposta di Santelia, fatta di proposito proprio sapendo che l’avrebbe rifiutata per non avere rimpianti.

La partita di poker rappresenterà la chiusura del cerchio nel rapporto tra i quattro amici, in quanto lo stare davanti al tappeto verde metterà a nudo tutte le crepe dei protagonisti, interpretati magistralmente da un cast di prim’ordine.

Un giovanissimo Abatantuono azzecca il personaggio alla grande, così come Carlo delle Piane, che con i suoi modi e la sua faccia particolare ci regala un personaggio inquietante fino all’ultima scena.

A questo punto non mi resta che guardare il seguito.


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