Anno 2009, ero da poco “fidanzato”. Relazione a distanza, figuriamoci. E le parole pronunciate da Pierpaolo Capovilla (Mi avevi detto / Ritorno a casa presto / Ma son le quattro del mattino / E non so quante sigarette / Il telefono non squilla mai) mi sembrarono scritte di proposito.

Nacque così un particolare feeling con la band dal nome ispirato al Teatro della crudeltà di Antonin Artaud. Particolare perché, pur ritenendo A sangue freddo, il disco uscito nel 2009, uno dei miglior album di quell’annata, non ho mai ascoltato i dischi successivi (Il Mondo Nuovo uscito nel 2012 e l’omonimo del 2015) senza ricordarmene il motivo preciso. Forse non ne avevo letto bene, oppure la sempre più ingombrante presenza di Capovilla mi aveva fatto scivolare via la voglia di ascoltarli. Poi la band, dopo aver stoppato in corsa il tour del 2016, si è messa in pausa per poi annunciare lo scioglimento nel 2020.

Seguendo un copione in voga negli ultimi anni, nel 2024 viene annunciata una reunion per l’anno successivo con un tour dal titolo “Mai dire mai“. Quindi, per rimediare al menefreghismo del passato (non ho mai nemmeno comprato il disco) ho deciso presenziare, con il fido brò, alla data di Firenze al Teatro Cartiere Carrara (fu Tuscany Hall, fu Obi Hall, fu Saschall, fu Teatro Tenda). Un concerto abbastanza inaspettato, devo dire la verità, per un gruppo che era uscito completamente dal mio radar.

In un locale oggettivamente dimesso con una scenografia pari a zero ma fatta solo di luci e un telo bianco dietro la batteria, alle 21.10 entra sul palco Capovilla, seguito da Mirai, Favero e Valente. Con la solita miscela esplosiva di noise e alt rock il gruppo propone un trittico d’apertura pescato dall’album d’esordio (Dell’impero delle tenebre) con Vita Mia, Dio Mio, E Lei Venne! Si cerca così di accorciare la distanza che c’è tra Il Teatro degli Orrori e il pubblico, creatasi per “le tante cose sono cambiate negli ultimi vent’anni” (cit. Capovilla).

La band sceglie di battere il ferro finché è caldo, andando ad attingere alle canzoni dai primi due album (quelli più riusciti, imho) come ad esempio Due con le sue scintillanti chitarre, una struggente esecuzione di La Canzone Di Tom (dedicata a Tom Dreyer, un amico scomparso del gruppo), la splendida ballata Direzioni Diverse, in cui convivono basi elettroniche, archi e potenti chitarre (ma che dal vivo nella prima parte risulta un po’ piatta) infilando subito Il Terzo Mondo.

Il pubblico, in un locale che alla fine si è riempito, spinto dal martellante drumming di Francesco Valente, molla definitivamente ogni remora, con qualche persona delle prime file volenterosa di cimentarsi anche in un po’ di  crowd surfing. Il duo Mirai – Favero si trova sempre a suo agio ma la resa sonora non è delle migliori, complice dei volumi troppo alti che tendono a coprire tutte le dinamiche degli strumenti, diventando spesso un blocco di  rumore puro.

La parte centrale dello spettacolo scorre veloce ormai su ritmi collaudati, con la band che srotola definitivamente tutto il proprio repertorio, mettendo in risalto anche qualche canzone dal loro ultimo lavoro come Lavorare Stanca, Io cerco te, Non vedo l’oraIl lungo sonno, oltre che all’immancabile E’ Colpa Mia o alla dissacrante Padre Nostro.

Ma tutto ciò non potrebbe essere possibile senza lui, Pierpaolo Capovilla: calato perfettamente nel personaggio d’antan, con la sua voce nasale e la sua impostazione estremamente teatrale, alternando cantato tradizionale e spoken word, torturando il filo del microfono, andando da una parte all’altra del palco senza mai risparmiarsi. Prova fin da subito ad avere un dialogo con il pubblico (nell’intro di Disinteressati E Indifferenti chiede se qualcuno ha dei figli ricevendo come risposta un forte e deciso “cor cazzo!”), mettendo bene in chiaro che “i concerti rock fighi si fanno due” quando cerca un po’ di silenzio in Majakovskij. Dispensa parole per unire senza mai andare oltre il lecito (“Su questo pianeta siamo tutti parenti”), cerca comunque sempre di legare bene le canzoni tra di loro. Anche qua il risultato non è sempre in bolla, perché cantare e fare tre o quattro cose insieme non è mai semplice, le canzoni sono per sua natura molto verbose ed anche qua il volume degli strumenti tende a coprire anche la voce. Se la canzone è conosciuta si riesce a canticchiarla, altrimenti si fa un po’ fatica a seguire le parti vocali.

La band rientra infine per un ultimo giro di giostra, pescando le due immancabili A sangue freddo, con Capovilla che chiede in sala se c’è un nigeriano o un abitante del Niger e di Mai dire mai, classica miscela di hard-rock, melodia pop e spoken word. Chiudono due canzoni da Dell’impero delle tenebre come Lezione di musica e Maria Maddalena.

Questa data fiorentina ci restituisce una piacevole serata con al centro  una band tutto sommato in forma, nonostante la lunga inattività, anacronistica nel suo modo di proporre musica, quasi da riserva indiana ma vogliosa di (ri)portare alla ribalta le proprie tematiche, tra musica, teatralità ed impegno politico. Non è dato da sapere quali saranno i loro prossimi impegni, se saranno solo delle date in qualche locale o se vi sarà anche un’altra prova in studio.

Alla fine, mai direi mai.


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