Spesso è difficile estrapolare un componente dalla sua band di riferimento ed andarlo ad apprezzare anche in un altro contesto. La musica ne è piena di casi del genere, le porte girevoli (soprattutto nel metal più estremo) non sono mai ferme. Per me John Michael “Ozzy” Osbourne è sempre stato il cantante dei Black Sabbath, c’è poco da fare. Fino ad ora il suo periodo solista l’aveva ascoltato molto vagamente, anche demoralizzato da quei due prodotti immondi (il secondo un filo meglio del primo) come Ordinary Man (2020) e Patient Number 9 (2022). Ma ad Ozzy si può perdonare tutto, visto anche il suo recente stato di salute non decisamente dei migliori. Così, spinto dall’aver utilizzato Bark At The Moon per una storia su Instagram, lascio andare il disco da sé.

Ma andiamo con ordine. Come on guys!

Nel 1979, a causa di conflitti irreversibili con gli altri membri della band, Osbourne venne licenziato dai Black Sabbath per la sua tendenza ad abusare di stupefacenti e alcool (come se gli altri tre fossero dei salutisti). Ozzy quindi si cimenta nella propria carriera solista, realizzando due ottimi dischi, Blizzard of Ozz (1980) e Diary Of a Madman (1981) con alla chitarra Randy Rhoads che, seppur ancora giovanissimo, è già considerato un vero e proprio guitar hero, firmando una buona parte dei brani presenti in quei due album. Randy nel 1982 perde la vita in uno sfortunato incidente aereo, gettando nel più completo sconforto Ozzy che perde un amico e un ottimo membro della propria band.

Dopo aver metabolizzato quanto accaduto, Ozzy si rimbocca le maniche, scrive e compone nuova musica (anche se successivamente dirà che l’album sia stato composto anche dagli altri membri della band senza però ricevere un compenso adeguato) e ingaggia un nuovo chitarrista: Jake E. Lee. Anche lui è molto giovane ma ha uno stile diverso rispetto a quello di Rhoads, meno tagliente e più glam, il che, insieme al ritorno del tastierista Don Airey (con Bob Daisley confermato al basso e Tommy Aldridge alle pelli), portano ad usare suoni maggiormente sintetizzati, in scia anche a cosa facevano le altre band in quel periodo, vedi gli Iron Maiden con Somewhere in Time, Crazy Nights dei Kiss e Turbo dei Judas Priest.

Nonostante ciò, l’album parte a bomba con Bark at the Moon, singolo trascinante con il serratissimo riff di Lee, sulla scia dei precedenti Crazy Train e Over the Mountain. Ma è già nella successiva struggente You’re No Different in cui si sente il bel lavoro di Airey. L’ottimo intreccio della band, tra sezione ritmica, tastiera ed assoli di chitarra, viene fuori in Now You See It (Now You Don’t), brano composto da Daisley e rivolto alla moglie e manager di Osbourne Sharon che lo aveva licenziato dalla band nel 1981. La parte centrale del disco è lasciata alle scorribande dark rock di Rock ‘n’ Roll Rebel e Centre of Eternity mentre il secondo singolo So Tired e la successiva Slow Down rappresentano la parte del nuovo sound, per chi scrive, meno riuscita. Per fortuna c’è spazio per un’ultima chicca, Waiting for Darkness dove si riescono a conciliare tutte le anime del disco come in Now You See It , dove Ozzy azzecca un’interpretazione da favola per una delle migliori del canzoni lotto.

Nell’attuale edizione del disco (2002) vi sono state inserite due ottime extra, ovvero Spiders, hard blues dall’ottimo groove e la scanzonata One Up the “B” Side.

Si chiude così un album molto interessante, in cui si privilegia un sound più orizzontale e corale, che riesce comunque ad infilare un paio di canzoni maiuscole nella discografia del nostro Madman preferito.

Ozzy Osbourne – Bark At The Moon (Epic, 1983/2002)


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