Quando mi capita di andare in libreria (ora me la tiro, ma nella vita precedente ci passavo quasi tutti i sabato pomeriggio) la esploro tutta, così come faccio con il supermercato. Con la stessa decisione con cui lì salto il reparto del pesce, in libreria passo alla grande quello che comprende i libri di attualità. Non che non mi interessi il tema, anzi tutt’altro, ma trovo che sia un settore attualmente posizionato male e che abbia preso una piega sbagliata. Tutte le copertine sono uguali, con roboanti titoli come “le cose che non ti hanno mai detto su” oppure “il libro nero del” e così via. Spesso sono scritti da politici o membri di qualche partito, persone a cui forse non è mai stato chiesto nulla ma che alla fine si ritrovano a parlare di tutto lo scibile umano. Ma il difetto principale è che i libri che trattano il presente invecchiano molto presto, visto l’attuale velocità con cui il mondo cambia e, se scritti in fretta e furia per cavalcare l’argomento del momento, lo fanno pure male. Quindi, preferisco un bell’articolo su qualche quotidiano (ma anche qui ci sarebbe da fare qualche precisazione) o su un sito della mia ristretta cerchia dei preferiti. 

Per carità ci sono qualche lodevole eccezione (presenti anche nella mia libreria), penso ai libri di Deaglio, Ceccarelli, Massimo Fini e ci metto dentro anche il primo Travaglio.

Qualche settimana prima di Natale, mi è arrivata una email da Hoepli in cui si elencavano le principali uscite del settore, email che ho letto con scarsa attenzione, sufficiente però per farmi notare questo libro e il ricordo a cui è legato il suo autore.

Non avevo la benché minima idea di chi fosse Enrico Verga, poi un giorno, nel tragitto lavoro – casa nella pausa pranzo, mi è capitato di sentirlo intervenire in Melog, la trasmissione creata e condotta da Gianluca Nicoletti su Radio24. Non ricordo l’argomento dell’intervento, credo fosse su cosa stesse accadendo nel mondo a livello geopolitico, il solito intreccio tra guerre e capitale per capirsi. Ma fui così rapito dalla sua narrazione che andai anche a recuperare il podcast della puntata per poterla ascoltare per intero. Enrico Verga, master in Relazioni Internazionali UCSC, è stratega geopolitico per aziende e family office. Scrive su diversi quotidiani come Il Sole 24 Ore, Forbes e Fortune. Dal 2023 è Senior Lecturer in geopolitica al POLIMI Graduate School of Management. Non proprio l’ultimo arrivato.

Per farla breve, ho comprato questo libro ed ho fatto un’eccezione a tutto quanto scritto fino adesso.

Ma andiamo con ordine. Come on guys!

Spiegando cos’è la geopolitica e chiarendo che alla base di ogni evento geopolitico vi sono sempre i medesimi tre elementi, ovvero sogni, soldi e sangue in tutte le più disparate sfaccettature, l’autore ci pone delle interessanti domande sull’andamento futuro di alcuni elementi. Ad esempio, su come evolverà la democrazia nei prossimi decenni, se i media saranno sempre più influenzati dal potere finanziario che già da oggi li controlla, se la transizione energetica non sarà solo un uscita da una dipendenza per rientrare in un altra, se le guerre sono in realtà ancora una grande opportunità di business e se la sovranità digitale, aiutata dagli algoritmi generativi, sarà solo uno strumento di controllo remoto per aziende e cittadini.

Ovviamente non poteva mancare la “domanda delle domande”: chi comanda il mondo? Una risposta vera e propria non c’è, ma sin dalla prefazione, a cura di Angelo Deiana, presidente di Confassociazioni, si può affermare che vi sia attualmente una triade di elementi, formata da tecnologia, globalizzazione e finanza, diventata una sorta di triangolo magico finalmente compiuto nell’evoluzione delle società avanzate, su cui di conseguenza poggia il mondo moderno. Questa triade è intrinsecamente orientata sempre e solo al risultato, qualunque esso sia, spesso valutato in modo autonomo e autoreferenziale: conta quello che si ottiene in concreto (il profitto, lo scopo, il budget, la vendita, il lusso, la visibilità, la ricchezza, il potere) e, per raggiungere tale pragmatica concretezza, conta il massimo utilizzo di tutti, persone e mezzi, in modo da rendere superfluo il rapporto tra rendita e rischio, rapporto che è alla base di ogni forma di capitalismo. 

Visto che non si parla di rettiliani e altre stupidate simili ma bensì di fatti concreti, per rispondere a tutti questi quesiti Verga ha diviso il libro in dieci piccoli capitoli, ognuno riguardante un argomento diverso, dove, grazie anche al racconto di fatti storici realmente accaduti, ci permette di a capire il perché “siamo arrivati a questo punto”. 

Per citare i più interessanti, vi è quello sull’importanza della morfologia dove montagne, fiumi, deserti, steppe e terreni fertili definiscono, se non in toto, almeno in parte le scelte strategiche di politici e aziende (si prenda per esempio l’Afghanistan, in cui l’influenza dell’ambiente è sempre risultata prevalente e condizionante degli esiti di un conflitto negli ultimi cinquant’anni). Alle commodity, ossia un prodotto sotto forma di materia prima la cui produzione e vendita è regolata dai meccanismi di mercato, si è affiancata, oltreché da eventi naturali come il meteo avverso, anche la speculazione finanziaria che determinata l’arricchimento dei pochi a discapito dei molti (si veda l’andamento del costo del gas e del grano). Strettamente collegato ed esso è la transizione energetica, che sta comportando il passaggio dai combustibili fossili (carbone, petrolio) alle fonti rinnovabili ed il suo relativo immagazzinamento, dove ciò comporta l’estrazione e l’utilizzo di particolari minerali (rame, litio, nickel, terre rare) presenti solo in alcune regioni del mondo il cui mercato è di fatto in mano ad un paio di nazioni come ad esempio la Cina.

Un altro binomio interessante è l’evoluzione tecnologica e la sovranità digitale. Se il primo ha compiuto grandi passi soprattutto nelle sempre laute e poco trasparenti commesse militari, con la possibilità di usare droni senza pilota ad un costo minore ed esoscheletri per le truppe di terra, la seconda guarda sempre di più ad infrastrutture, risorse e soprattutto ai dati. Tramontato il sogno di una rete che unisce i popoli a cui i cittadini possono attingere per informarsi liberamente, la partita tra le aziende e i Governi si sta giocando sulla spinosa raccolta dei dati soprattutto quelli biomedici e quelli derivanti dal riconoscimento facciale.

Ultimo ma non meno importante, è il mondo dei media e soprattutto quello dei giornali. Sono in crisi da anni, vuoi per l’avvento di Internet, la crisi finanziaria del 2008-10, l’esplosione dei social media, la pandemia e per la nascita degli algoritmi generativi (volgarmente chiamata AI), ma continuano a fare gola a chi può permetterseli di comprarli, si veda per ultimo Jeff Bezos con il Washington Post. Ne viene fuori un’influenza indiretta, dove chi dovrebbe essere il famoso “cane da guardia della democrazia” diventa, visto i suoi molteplici interessi,  il “cane da riporto del padrone”, complice anche il declino di una utenza che ha un soglia di attenzione non oltre la storia su Instagram.  

In conclusione, un libro molto interessante e godibile nel suo sviluppo, grazie anche alla riproposizione di casi storici e approfondimenti in calce. Ma il suo punto di forza maggiore non è la pretesa di essere un manuale di geopolitica (anche se è richiesta un minimo di infarinatura generale) bensì uno piccolo focus su ciò che ci circonda, sempre in perpetuo mutamento.

Enrico Verga – Geopolitica e finanza globale (Hoepli, 2024, pag. XXVIII-164)



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