
Ricordo che nella primavera del 2009, dopo averli conosciuti nel 2007 con l’uscita di In The Absence Of Truth e letteralmente divorati l’anno successivo dopo aver scoperto Panopticon (2004), mi apprestavo ad abbracciare anima e corpo la nuova fatica del combo di Boston. Mi volevo togliere la soddisfazione di ascoltare in presa diretta una band a cui tenevo molto, in quanto spesso è mia prassi arrivare sempre o a fine carriera o postumo. Talmente deciso da non voler ascoltare nulla prima, nemmeno un piccolo teaser o un singolo di lancio. (su che mezzo immaginatevelo voi, Spotify in Italia è arrivato solo nel 2013).
Erano gli anni in cui vivevo sui forum di musica, quando Internet aveva una funzione enciclopedica, a volte anche troppo. Ma non seppi resistere ma, per punizione divina, un driver fallato della scheda audio compromise in maniera netta il primo ascolto. Andò meglio nei successivi, anche grazie al disco originale.
Ascoltato una quantità indefinita di volte, vivisezionato in più parti sui forum sopra citati e lasciato decantare per ben sedici anni (con un’altra tonnellata di musica sopra), ad oggi questo disco mi appare nella sua forma più sincera.
Wavering Radiant è perfettamente in linea con l’evoluzione stilistica del gruppo, coerente con tutti i suoi predecessori, in particolare dal precedente lavoro, dal quale però per certi aspetti ne prende fortemente le distanze. In The Absence Of Truth è, in molti passaggi, indefinito, stagnate, più evocativo (vedi Over Roth And Torn, 1000 Shards e Holy Tears) mentre quest’ultimo album è più diretto, più completo, anche se la struttura delle varie canzoni è molto più complessa, specialmente se paragonata a primissimi lavori del gruppo, vedi Celestial e Panopticon. Le tastiere di Bryant Clifford Meyer che, con i connotati dell’organo Hammond richiamano gli antichi fasti del prog-rock, sono probabilmente lo strumento più rilevante e rappresentativo del nuovo capitolo, spesso evocative ed ambient, altre volte più enfatiche a livello ritmico ma comunque sempre come tappeto sonoro di ogni traccia.
Veniamo introdotti in queste nuove atmosfere da Hall of the Dead, in cui riff di chitarra e melodie mai banali richiamano un mix tra Celestial e Jambi dei Tool, proprio per via del contributo della chitarra di Adam Jones dei Tool stessi.
Rotto il ghiaccio, le tastiere prendo il largo nell’intro di Ghost Key, brano in cui si cerca come non mai di rinnovare il proprio sound, con quel contrasto che viene a crearsi tra intrecci melodici ed esplosioni di riff vagamente post metal.
L’apertura a là Porcupine Tree di Hand of the Host diventa poi un qualcosa di piuttosto simile ai brani di In The Absence of Truth ma in una nuova veste quasi prog, che pesca meno dal post rock e più dal lato emotivo dei Tool, dei Dredg e degli A Perfect Circle.
Nel centro perfetto dell’album si inserisce la strumentale title track, della durata di due minuti scarsi dai vaghi echi heckeriani, un loop di gingilli elettronici e tastiere stavolta suonate sempre da Adam Jones.
Stone to Wake a Serpent è la dimostrazione che l’evoluzione degli Isis è nella direzione del rock alternativo melodico ed emotivo, con una sua radice nel prog moderno psichedelico di scuola Tool, spingendo le chitarre a rileggere i Godspeed You! Black Emperor in un quasi assolo finale.
20 Minutes / 40 Years, primo singolo estratto con un video fantastico, affida al basso di Caxide una pulsante ed oscura introduzione, ricordando alcune atmosfere di In The Absence Of Truth, per poi smarcarsi con una irresistibile e di grande impatto coda finale.
Chiude l’album Threshold of Transformation, dell’imponente groove con un lungo finale psichedelico in stile Pink Floyd che avvolge e lascia senza fiato.
Nel complesso la band raggiunge innegabilmente il suo apice. Jeff Caxide si conferma l’elemento in più di questa band rispetto a tutte le altre (per l’apporto che da alla resa sonora della band è al pari di Justin Chancellor dei Tool), ed il suo lavoro in questo disco è semplicemente strepitoso, sia come suoni utilizzati che a livello di partiture. Aaron Harris è riuscito a sviluppare uno stile abbastanza personale e decisamente meno tribale rispetto a In The Absence Of Truth, pur evolvendosi soprattutto nei suoni per un drumming in definitiva meno statico.
Le chitarre di Gallagher costruiscono melodie mai provate prima, ma soprattutto gli intrecci sono curatissimi e molto più complessi che in passato; pulite e liquide quando lo devono essere, pesanti e sporche quando c’è bisogno di graffiare.
Infine un plauso anche alla prova vocale di Turner. Pur non trovando spesso il favore delle critica in quando non di certo il miglior cantante in circolazione, gli Isis senza la sua voce non riesco ad immaginarli; oltretutto stavolta graffia come poche volte con i suoi growls ed allo stesso tempo ha ulteriormente affinato le sue melodie sulle clean vocals, riuscendo più di una volta ed emozionare. Da rimarcare pure il lavoro svolto sulle backing vocals, aspetto mai curato in passato.
Tastiere così marcate, suoni più curati, tra chitarre più rotonde e batteria hi-fi, ma soprattutto un basso grande protagonista, fortemente debitore degli ultimi Tool (con cui condividono il produttore, Joe “Evil” Barresi), vanno stavolta a creare strutture più complesse, meno dispersive e più monolitiche.
Turner a questo giro si è rifiutato di dire quali fossero i temi alla base del disco (quelli di Oceanic e Panopticon furono chiari sin dall’inizio) ma notando una certa similitudine tra la cover del disco e Notte Stellata di Van Gogh, ci si può azzardare in alcuni ragionamenti sul profondo senso di dualità, tra vita e morte, calma e caos.
Si chiude qua l’attività della band di Boston fatta di 5 dischi nel giro di 8 anni: Celestial, Oceanic, Panopticon, In The Absence Of Truth, Wavering Radiant. 5 dischi diversi tra loro, tutti con il loro carico di sensazioni, di emozioni, di malinconia e tensione. Ognuno con un tema ben preciso fisso in mente, spesso strazianti, analizzato e vissuto a suon di riff di chitarra e urla, ora sparate in un microfono ora mitigate e sussurrate in un orecchio. E perchè no, anche con i vari difetti, comunque sempre portati a testa alta.
Hym, Grinning Mouths, Garden Of Light e Threshold of Transformation. Prego signori, accomodatevi, troverete ciò che volete.

Isis – Wavering Radiant (2009, Ipecac Records)




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