Iniziamo subito con delle premesse.

La prima. Se avessi saputo che i Rival Sons fossero stati la spalla dei Guns N’ Roses, avrei preso un bel biglietto per il giorno precedente. Sarei andato a vedere la band di Jay Buchanan e Scott Holiday e poi magari me ne sarei anche allegramente andato via, fregandomene altamente di Axl e soci (forse questa no, dai, sarei rimasto). Considero, almeno per l’attuale produzione discografica, la band americana una delle migliori sulla piazza e una delle più in forma tra tutti i partecipanti al Firenze Rocks.

La seconda. Ogni anno, io e il fidato bro diciamo: “Basta con il Firenze Rocks, basta con la Visarno Arena, basta con l’impossibilità di trovare parcheggio, basta con il lungo serpentone che non sa dove andare (al ritorno è pure peggio), dei tornelli, dei tappi delle bottiglie buttate, del pit, dei token che ti portano a fare la combinazione “panino + bevuta + pisciata ma mi manca un euro!”. Purtroppo, però, ci siamo resi conto che è l’unico evento in cui ci possono venire band di rilievo, in un panorama musicale sempre più esiguo, a un’ora da casa. Questa è la quarta volta che andiamo, dopo i Tool nel 2019, i Metallica nel 2022 e di nuovo i Tool lo scorso anno.

Abbiamo fatto il callo a tutte le sue problematiche, tanto abbiamo capito che le modalità dei grandi eventi oramai sono tutte uguali, con la qualità dei servizi dell’Eurospin ai prezzi di Natura Sì. Quindi, a questo giro non ci siamo tirati indietro e abbiamo messo la nostra personale fiche sulla serata in cui gli headliner erano un quintetto originario di Bakersfield capitanati da un ex-ragazzo dall’infanzia tormentata di nome Jonathan Davis: i Korn.

Ma andiamo con ordine. Come on, guys!

La storia dei Korn ormai la conoscono tutti. Gruppo simbolo di un’intera scena alternativa nata sotto le ceneri del grunge ma non per questo meno mainstream, molto spesso dibattuti tra chi li bocciava in quanto troppo derivativi e non convenzionali ai dettami del metal, e da chi li venerava tanto da averne il poster da cameretta.

Come spesso mi è capitato per altri gruppi, non ho mai vissuto il movimento nu-metal nei suoi dettami, nei suoi stili e nei suoi modi, in quanto all’epoca ero un fervente discotecaro. L’ho conosciuto solo di scarto per via del bro e di qualche amico che a quel tempo mangiava pane, Korn, Slipknot e Limp Bizkit, ma eravamo proprio su mondi diversi, in un periodo poco sereno della mia maggiore età. Era comunque un fenomeno musicale che nella sua coda finale molto radio friendly (siamo nei primi anni 2000) riusciva ad arrivare anche a chi ascoltava altro e, ammesso di non tenere la testa sotto la sabbia, una “Make Me Bad”, una “Wait and Bleed” o una “In The End” almeno di striscio su MTV poteva sentirla.

Io il quintetto di Bakersfield l’ho (ri)preso come si deve solo recentemente, ripulito da tutti i pregiudizi ed esaltazioni di cui sopra. E se sono stati comunque i capostipiti originali di un movimento capace di influenzare anche band successive come Deftones, Limp Bizkit, Coal Chamber, System Of A Down, Slipknot, Mudvayne, Papa Roach, i primi dischi dei Soulfly, ma anche gli stessi Machine Head di The Burning Red e in parte i Sepultura dell’album Roots, forse qualche merito lo avranno.

L’omonimo esordio del 1994 rappresenterà un terremoto assoluto nel panorama metal del tempo, riuscendo a mescolare la pesantezza del death metal con i suoni del funk, dell’hip hop, dell’industrial dove un giovane Jonathan Davis riuscirà a veicolare ed esorcizzare tutta la sua terribile infanzia in un canto che spesso si fatica a definirlo tale, essendo praticamente fatto spesso di urla atroci e strazianti.

Per il sottoscritto, se fissiamo in Untouchables (2002) l’ultimo disco degno della sufficienza, l’esordio e il successivo Life Is Peachy (1996, altra straordinaria copertina) restano dei masterpiece assoluti, mentre Follow The Leader (1998) è troppo hip hop per i miei gusti, e Issues (1999) rappresenta il ritorno su sonorità più convenzionali alla band ma, nonostante qualche pezzo di altissimo livello, senza la novità dei primi lavori (un po’ come Yield dei Pearl Jam, uscito l’anno prima).

La cronaca che segue è quella di una ormai consolidata giornata al Firenze Rocks. Nonostante i Korn inizino in tarda serata, con il bro e compagna siamo comunque costretti a partire nel primo pomeriggio perché è risaputo: il Firenze Rocks non ha un parcheggio proprio. Alle 17 siamo arrivati nella famosa “conca fiorentina” dove il caldo si sente già come se fossimo in una giornata di luglio inoltrato.

Fortunatamente riusciamo a trovare parcheggio subito prima della Passerella dell’Isolotto e, stranamente, non c’è molta gente. L’ingresso è il solito, l’arancio. Passati i controlli di routine (zaino, metal detector, tappi delle bottiglie) alle 17:30 mettiamo finalmente piede nella Visarno Arena che, per tutta una serie di fattori, non è più un prato ma un campo di terra.

Fa caldo, stanno suonando gli, a noi sconosciuti, Soft Play. Ce ne sbattiamo allegramente, cambiamo venti euro in dieci token, prendiamo due birre alla spina e ci avanza pure un token. Sì, esatto: una birra costa a spanne quasi 10 euro. Il token che avanza serve per chi vuole andare in un bagno di un certo livello.

Alle 18:30 suonano gli Enter Shikari, anche loro più che sconosciuti. Il loro post-hardcore e post-punk non ci incuriosisce più di tanto; al momento i problemi sono altri, ovvero quello di ripararsi un po’ dal caldo, cibarsi, dissetarsi per poi entrare nel pit dove, per forza di cose, siamo più che convinti non ne usciremo più fino alla fine del concerto.

Entriamo nel suddetto pit alla fine della loro esibizione e in concomitanza con l’arrivo sul palco del re dei poser, ovvero Ringo e tutto il gruppo di Virgin Radio. Tra qualche gadget sparato tra la folla e le solite tre o quattro canzoni da fomento (“Killing In My Name“, “Toxicity“) ci mostrano allegramente la Y del culo e poi se ne vanno. Credo che più di qualcuno nel pit gli abbia augurato indicibili sofferenze a suon di musica seria.

Cambio di palco e, con un sole ancora bello alto, alle ore 20:00 è il momento dei Public Enemy. Per carità, nel mondo dell’hip hop sono una band storica, sono in pista dal 1982 e tutte cose, ma al Firenze Rocks ci combinano come “un cazzo su un ginocchio” (cit.) e ben presto il tarantolato Flavor Flav e il sornione Chuck D. vengono a noia. All’ennesimo “check this out” qualcuno risponde con un sonoro “check sto cazzo!”, ma tutto sommato il pubblico si dimostra benevolo e li riesce a sopportare anche fin troppo bene sino alle 21:30.

Il resto è attesa. Mi guardo un po’ intorno in un’attenta analisi socioculturale. Se nei Tool il pubblico è in una sorta di trance tra l’adorazione e l’estasi e i Metallica riescono a intercettare persone di età e interessi abbastanza trasversali, a questo giro ho la sensazione che la maggior parte della gente abbia conosciuto i Korn in adolescenza al cambio di millennio, ne abbia interiorizzato il disagio e poi ognuno è cresciuto come più gli è parso. Quindi questa è l’occasione per la resa dei conti, una sorta di catarsi finale, ad accordatura ribassata.

Anche se non proprio in posizione centrale, sono abbastanza vicino al palco, forse anche troppo per i miei gusti, e vorrei andarmene da quella posizione. Perché dentro di me so cosa succederà, l’ho detto a mia moglie la sera prima facendole vedere l’inizio del concerto che si è tenuto qualche giorno prima in Ungheria. La cosa si rivela piuttosto impossibile perché tutti quelli che erano entrati nel pit prima o durante i Public Enemy non se ne andranno.

Quarantacinque minuti di attesa, in piedi, non sono pochi. Cerco di distrarmi continuando la mia antropologia culturale, dove i casi di certo non mancano: c’è il tizio accanto a me che parla di vaccini anti-Covid con la laurea presa alla Casa del Popolo; un gruppo di ragazzi più indietro sta cercando disperatamente di comprare una birra, ma il “birraiolo” le ha finite tutte; altri due ragazzi dagli occhi più chiusi che aperti stanno provando a pisciare in un bicchiere, aiutati da una loro amica (dava una mano…), ma erano troppo sbronzi per tenerlo e il bicchiere alla fine gli si è rovesciato, fortunatamente per terra.

Alle 22:15 il sole non c’è già più, ma non è che faccia meno caldo. All’improvviso, si spengono tutte le luci, violenti scariche sonore anticipano l’inconfondibile intro di Blind e appena si sentono pronunciare le parole “are you ready?” il sipario nero che copriva il palco si apre ed io sperimento la lievitazione come il mago di Segrate. Tutto il pit è un movimento tellurico di chi, in maniera più o meno civile, salta o poga. Perdo completamente la posizione e non riesco nemmeno più a guardare il palco, tant’è che devo spostarmi di lato per andare sotto a uno dei maxischermi. Fortunatamente è tutto ok, non vi sono zone completamente safe, ma era una cosa che mi aspettavo, che fa parte dello spettacolo e che comunque ricorderò a lungo.

Riesco finalmente a vedere la band. I due chitarristi se ne stanno come angeli neri ai lati del palco. James “Munky” Shaffer in rasta lunghi e camicia nera; Brian “Head” Welch, in felpa nera (Adidas, of course) con “Jesus” tatuato su una mano. Più in movimento il bassista, Robert “Ra” Diaz, che insieme al batterista Ray Luzier (era il suo compleanno) formano, già da qualche anno, la nuova sezione ritmica della band, al posto dei membri storici Reginald “Fieldy” Arvizu (uscito dalla band per motivi personali) e David Silveria. Aggrappato all’inconfondibile asta disegnata da H.R. Giger con il suo microfono rosso, kilt, rasta e piercing al sopracciglio, Jonathan Davis. Qualche capello l’ha perso anche lui, prendendo in compenso qualche chilo sul girovita.

Ma non ha di certo perso il carisma con cui riesce ad attaccare un trio di livello assoluto composto da “Twist“, “Here to Stay” e “Got the Life“. La polvere sollevata da chi è presente nel pit è ormai elemento di scena che si sposa perfettamente con i visual psichedelici proiettati alle spalle della band fatti strade perdute, nature morte e segnali distorti. Il quintetto californiano non ha ancora trovato la quadra sui volumi, ma è partito senza tentennamenti, spezzato solo dal briciolo di commozione nella voce di Davis nell’ultimo ritornello di “Clown”. Ma è solo un attimo prima di passare alla, a me poco conosciuta, “Did My Time” e alla cornamusa suonata dallo stesso Davis in “Shoots and Ladders” che termina, a sorpresa, con la cover di “One” dei Metallica.

I nostri hanno ormai definitivamente ingranato e il canovaccio sarà sempre il medesimo, con noi del pubblico stritolati dalle chitarre distorte di Head e Munky e martellati dalla sezione ritmica del duo Diaz-Luzier che, perso quel groove che era la vera cifra stilistica che i Korn avevano negli anni ’90, ha però acquistato potenza, soprattutto con Luzier alle pelli, veloce e martellante per tutta la durata del concerto. Davis si appoggia sopra alla band, ne è a tutti gli effetti il leader massimo, serra le file, si gestisce evitando di agitarsi inutilmente; avrà perso magari un po’ di freschezza nei cambi di timbro, ma si percepisce la maturità di un artista che ha ormai fatto il suo tempo, che è riuscito comunque a mettere, e a trasmettere, in musica quello che aveva dentro.

Arriva il momento dei violenti break sia di “Cold” che di “Ball Tongue”, per poi passare alla forse un po’ troppo catchy (mi verrebbe da dire mansoniana) “Twisted Transistor”. Il pubblico ne è comunque entusiasta e i Korn colgono questo entusiasmo per far cantare a squarciagola prima una magistrale “A.D.I.D.A.S.” e poi il binomio, da Issues, formato da “Dirty” e “Somebody Someone”. Si rimane per qualche minuto a cantare a cappella insieme a Davis “I need somebody (someone). Somebody (somebody). Someone.”

Chiude la prima parte “Y’All Want a Single”, canzone da Take A Look in A Mirror, un album che onestamente conosco poco.

Il rientro è affidato all’intermezzo emotivo di “4U” che ci permette di riprendere le forze prima di gettarsi nelle atmosfere oppressive con il cantato luciferino di Davis in “Falling Away From Me” e la martellante sezione ritmica, qua davvero al suo massimo, in “Divine”.

La chiusura è affidata a una delle canzoni più conosciute della band, tra muri di chitarre e quell’inconfondibile basso slappato, ovvero “Freak on a Leash”.

Al netto delle solite criticità del Firenze Rocks già dette in precedenza, alle quali aggiungo il vergognoso prezzo dell’acqua fissato a quattro euro, dei gruppi spalla non proprio memorabili per un festival che comunque vorrebbe (o almeno si pubblicizza) sempre in grande, lo show dei Korn è stato sicuramente di altissimo livello, sia sul fronte della resa visiva che emotivo. La scelta di suonare alle 22:15 penso sia stata dettata dalla necessità di suonare senza la luce del sole e si è dimostrata vincente per creare ciò che è stato l’inizio con “Blind”. In ogni caso, non avrebbero suonato più di un’ora e mezza, lunghezza massima sopportabile sia per chi è sul palco che per chi è sotto. Personalmente, avrei infilato nella scaletta una tra “Good God” e “Make Me Bad” o anche tutte e due, ma è solo un appunto personale.

Lasciamo la Visarno Arena alle 23:45, letteralmente coperti dalla polvere che si è sollevata incessantemente per tutta la durata del concerto ad ogni salto del pubblico, sudati e pieni di tutto ciò che ci è arrivato addosso, che sia birra o marijuana poco cambia.

Rimane comunque la sensazione di aver assistito a uno spettacolo potente oltre le nostre più rosee previsioni, per un concerto sì di musica generazionale ma dove i Korn, estremamente professionali e riconoscenti verso i loro fan, hanno avuto almeno il merito di mettere al centro i volumi degni di un festival rock. Il resto è birra in lattina a 10 €.


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