Mi ero ripromesso che avrei scritto in maniera continuativa di musica ma purtroppo non sempre è possibile. Gli ascolti, anche i più disparati, non mancano di certo, però mettere gli appunti in una forma che abbia un senso. Quindi mi ritrovo solo in piena estate a parlare di alcuni dischi usciti nel corso dell’anno (qualcuno già subito nei primi mesi), di altri se ne parlerà più avanti ma le pubblicazioni interessanti non mancano.

Ma andiamo con ordine. Come guys!

Dax Riggs – 7 Songs For Spider (2025)

Inaspettato ritorno, dopo ben 15 anni, per Dax Riggs, l’ex leader degli Acid Bath

Per chi non lo sapesse, gli Acid Bath sono stati una band seminale di sludge metal proveniente dal sud della Louisiana. Il gruppo era caratterizzato da un’insolita miscela di sludge, swamp blues, doom, hardcore e psichedelia, infarcita dal particolare canto di Dax Riggs capace di spaziare da un gutturale growl ad uno scream su testi che facevano spesso riferimento alla morte e alla droga. 

Il loro disco d’esordio, When the Kite String Pops, uscito l’8 Agosto del 1994, è un piccolo gioiello di musica cupa e pesante, capace di abbracciare e spaziare tra i generi di cui sopra grazie anche delle trame create dai due chitarristi Sammy Duet e Mike Sanchez

Tornando al nostro Dax, prima di arrivare agli Acid Bath, l’avevo appunto notato con il suo secondo disco solista, Say good night to the world. Anche in questo nuovo ritorno, seppur di soli trenta minuti, Dax ci propone il suo personalissimo funeral blues quasi ai limiti del doom, con evidenti influenze tra il gothic e il folk, come se Mark Lanegan si mettesse a cantare i Radiohead (ma vale anche il contrario).

Un inaspettato, quanto ben fatto, ritorno.

Lawrence English – Even The Horizon Knows Its Bounds (2025)

Otto movimenti per un solo titolo nel nuovo lavoro a firma Robert English, compositore e sound artist nato a Brisbane nonché fondatore della Room40. Rielaborando le registrazioni di un’installazione sonora del 2022 alla Art Gallery of NSW ad opera di elementi del calibro di Jim O’Rourke, Claire Rousay, Chris Abrahams (Necks), Norman Westberg e Stephen Vitiello, il disco si presenta come una texture ambient-drone eterea e profonda, fatta di bordoni, field recording e un decadente pianoforte riverberato.

L’intento è sempre quello di esplorare il rapporto che c’è tra l’esperienza umana, la memoria e la loro interazione con luoghi che ci circondano, sia naturali che artificiali. 

Utilizzando materiale già esistente, in questo nuovo lavoro English non stupisce per l’innovazione compositiva, ma si dimostra ancora una volta un artista premium della manipolazione sonora pura, dimostrando grande maestria nel creare texture di impeccabile eleganza in studio.

Damian Lazarus – Magickal (2025)

Quando nasci discotecaro, e io modestamente lo nacqui, certe cose le peschi al volo. E mi son bastati veramente pochi secondi per acchiappare l’hand clapping, quella bella cassa dritta e quel groove soulful house in Searchin’. Potrebbe essere un “disco per l’estate” o sicuramente uno dei miglior prodotti per il dancefloor questo Magickal, quinto lavoro in studio per Damian Lazarus, storico dj e produttore britannico. 

Un ritorno importante dopo un periodo particolare dovuto a qualche eccesso di troppo. Lazarus è padrone a casa propria, proponendo un sound elegantissimo (mi ha ricordato anche quello di Deniz Kurtel con la quale condivide la stessa casa discografica), attuale, cesellato nei minimi dettagli, intriso di quel giusto grado di soulfulness, sulla scia del maestro Robert Owens.

E con prodotti del genere che non mi pento di essere stato un discotecaro. 

God Of The Basement – Whatever, Disco Breve (2025)

Primo disco in lingua italica per i God Of The Basement, band fiorentina formata da Tommaso Tiranno, Enrico Giannini, Rebecca Lena e Alessio Giusti.

Anticipato dal singolo Misera in cui si rivendica il diritto di manifestare la propria frustrazione e disillusione quando le cose vanno “a scazzo” rifiutando il think positive attualmente imperante, in questo  “Whatever, disco breve” il gruppo toscano fabbrica una sorta di dub rock simile ad uno sclerotico pastone sonoro che spazia dal punk, all’alt-rock, al crossover, alla drum and bass fino al breakbeat e molto altro ancora. Le pulsazioni elettroniche di Serpe al suolo (che in alcuni passaggi ricordano la produzione di Godblesscomputer) o le percussioni tribali in Delirio ricordano certe produzioni monolitiche degli anni 90.

I testi si districano tra l’introspezione, la critica sociale e considerazioni esistenziali (mentre noi nasciamo morti e moriamo costantemente) all’insegna del less is more, ricordandoci di “come le persone tendono a etichettare le esperienze ma che in realtà ogni cosa esiste già con il suo nome e va semplicemente riconosciuta”.

Disco poco convenzionale ma che dimostra tutta la brillantezza compositiva e interpretativa di Tiranno e soci.

Combust – Belly of the Beast (2025)

Il secondo album della band, dopo l’esordio del 2022 con Another Life, mi fa entrare in un territorio da me poco esplorato, ovvero l’hardcore di stampo prettamente newyorkese.

Registrato con Zach Miller ai Landmine Studios, le dodici tracce sprizzano un notevole dinamismo grazie ad un groove particolare che riesce a pescare anche dal metal classico, spaziando tra crossover e breakdown, dove riff minacciosi e una voce dura e disperata creano un ritmo indiavolato dall’inizio alla fine. Il disco propone anche featuring con membri di band come Terror, Mindforce, Crown Of Thornz, Dmize, Imposter e del rapper Rome Streetz.

Ottimo prodotto che si rifà al passato pur non suonando affatto demodé, un ottimo gancio anche per recuperare dei capisaldi del genere come ad esempio One With The Underdogs (2004) degli stessi Terror.

Messa – The Spin (2025)

Detto francamente, i Messa ormai sono una delle miglior band italiane in circolazione, che piano piano si sta guadagnando anche un po’ di prestigio a livello internazionale aprendo i concerti di band di rilievo, come ad esempio i Paradise Lost nel loro attuale tour europeo.  

A distanza di tre anni dal precedente e super incensato Close (2022), la band veneta torna con un nuovo disco dal titolo The Spin. Ma i nostri non si siedono sugli allori di una formula collaudata e maneggiando sapientemente l’arte del metallo unendolo a generi, almeno sulla carta, differenti riescono a fabbricare un prodotto di altissimo livello che non farà fatica ad essere in uno dei migliori lavori di questo 2025.

Già nella prima parte (Voice Meridian, The Dress) vi è un distaccamento dalle sonorità dei primi dischi per andare da una parte verso i gruppi dark – new wave anni ’80 come i Killing Joke e con voce al femminile come i Siouxsie and the Banshees, mentre dall’altra si va verso le torsioni hard rock al là Led Zeppelin (Fire On The Roof). nella seconda parte del disco si vive di momenti più intimi (Immolation) grazie alla sempre ottima interpretazione di Sara Bianchin, anche se non mancano i numerosi climax prodotti dalla chitarra di Alberto Piccolo con i suoi assoli taglienti dalle chiare influenze blues (Reveal) o dal metal classico (sempre Immolation). La chiusura affidata a Thicker Blood, con la coda finale sulla scia degli OvO, riporta il disco sulle sonorità del doom dei dischi precedenti.

Con The Spin i Messa rinnovano ancora la loro proposta sonora senza di fatto snaturarsi, ma aggiungendo elementi all’insegna di un personalissimo “meno e più a fuoco meglio è”, diventando di fatto il capofila di un movimento musicale tutto nostrale che vede nelle sue file band come Fulci, Ponte Del Diavolo e The Ossuary.


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