Pur cercando di tenere tutto in linea, l’estate è il momento della parte live dell’anno quindi è andato Tutto in secondo piano per i concerti estivi visti (Korn, Bonamssa) quelli che avrei voluto vedere (Iron Maiden), quelli purtroppo annullati (Beth Hart) e quelli che hanno monopolizzato l’attenzione (Back To The Beginning). Doveroso anche l’aver dedicato più di un momento al nostro Madman di fiducia, Ozzy Osbourne, scomparso il 22 di Luglio.
Devo anche cambiare la tempistica di come scrivo questi articoli perchè quando ho l’ispirazione non ho il tempo e viceversa. Questo però è un problema tutto e solo mio.
Ma andiamo con ordine. Come guys!
Pentagram – Lightning In A Bottle (2025)

E fu così che, nei primi mesi del 2025, il mondo moderno scoprì Bobby Liebling, i Pentagram e il doom. Grazie a una clip pubblicata su TikTok, diventata virale, in cui la band suona The Ghoul il 12 febbraio al Brick by Brick di San Diego, si vede lo storico frontman nella sua classica posa da “posseduto”: un piede su una cassa, i capelli al vento e gli occhi letteralmente fuori dalle orbite. Di stranezze, al giorno d’oggi, se ne vedono tante, ma questa per molti era una novità assoluta.
Lode al potere dei mezzi moderni, ma la band e tutto ciò che la circonda non nascono certo adesso. Formatisi nel lontano 1971, dove l’unico membro fisso è sempre stato Robert Harold “Bobby” Liebling, i Pentagram sono diventati presto un piccolo oggetto di culto per chi frequenta l’ambiente del doom e della musica heavy in generale. Il tutto anche a causa delle poche uscite discografiche, dei continui cambi di formazione e delle vicissitudini al limite dell’autodistruzione (e spesso anche della legge) del proprio cantante.
Il primo disco della band risale all’omonimo del 1985 (registrato tra il 1981 e il 1984 e ristampato dalla Peaceville Records nel 1993 con il nome di Relentless), bissato dal successivo Day of Reckoning del 1987. Lo stile è quello del doom più intransigente, con riff ipnotici e monolitici, un andamento pachidermico immerso in un groove proveniente dall’oltretomba e una produzione marcatamente lo-fi. Bastano un paio di dischi per dettare la cifra stilistica di un genere che parte dai Sabbath di Master Of Reality, prosegue poi con i vari Saint Vitus e Candlemass, per arrivare, tramite variazioni sul tema, a nomi come Electric Wizard e Sleep (ma questa è un’altra storia che varrebbe la pena raccontare).
Bobby Liebling, classe 1953, era già tornato alla ribalta grazie al documentario Last Days Here del 2010. Il co-regista Demian Fenton ha conosciuto Liebling dopo aver ascoltato le registrazioni degli anni ’70 dei Pentagram su cassetta e la compilation First Daze Here del 2001, apprezzando il materiale dei primi Pentagram. Sentendo delle voci su Liebling, tra cui quella che viveva nel seminterrato dei suoi genitori e che faceva uso smodato di droghe, Fenton e un altro filmmaker, Don Argott, hanno iniziato a filmarlo. Ottenendo molto materiale e complice il cambiamento nello stile di vita di Liebling, hanno deciso di farci un documentario. La musica dei Pentagram verrà via via riscoperta, anche se i comportamenti alquanto discutibili di Liebling non cesseranno del tutto. La sua dipendenza dagli oppiacei dura da una vita ed è diventata una parte inestricabile della storia della band.
Considerando che c’è gente che è morta per molto meno, avere un disco dei Pentagram nel 2025 è da considerarsi un miracolo. Dei membri degli anni ’80 non è rimasto più nessuno, compreso il chitarrista Victor Griffin, principale artefice del suono Pentagram, sostituito da Tony Reed, che qui riveste anche il ruolo di produttore. Ma la band se la cava bene, il disco è ben ispirato e toglie, per forza di cose, la parte più polverosa del proprio sound, in cambio di torsioni più hard rock (In The Panic Room, Lighting In A Bottle, Thundercrest). Non mancano, tuttavia, momenti in cui la band tira fuori un passato aggiornato al presente senza ruffianerie di sorta (I Spoke To Death, Walk The Sociopath). Un applauso va solo per i titoli delle canzoni (Lady Heroin, Live Again), dai quali è possibile capire i temi affrontati nel disco.
Sono anche passati dalle mie parti qualche anno fa, ma, complice il solito “ah, te cosa c’avevi da fare?”, non ci sono potuto andare.
Sumac, Moor Mother – The Film (2025)

Continuano i lavori “imperscrutabili” del trio capitanato da Aaron Turner e soci. Questa volta si mettono al servizio di Moor Mother, della quale ho già parlato in un altro articolo. Se la musica di queste due entità è difficile da sola, figuriamoci insieme!
L’idea è di concepire il lavoro come un film, un lungo flusso con una narrazione ben precisa, dall’inizio alla fine, e non una semplice raccolta di canzoni. Come nei lavori precedenti, i temi che ispirano le invettive declamate da Moor Mother sono di natura universale: l’appartenenza alla propria terra, lo spostamento forzato, il clima, i diritti umani, le libertà e “l’idea di fuggire dalle molte forze violente e dagli orribili sistemi dell’uomo e dell’impero”.
Moor Mother, al secolo Camae Ayewa, cerca di racchiudere tutto in un calderone sonoro che parte dal doom e arriva allo sludge, passando per death e black metal. Il tutto è sapientemente mescolato dalla batteria tribale di Nick Yacyshyn, dal basso di Brian Cook e incendiato dai ruggiti chitarristici e vocali di Aaron Turner. A volte il risultato è materiale per veri amatori, ma in altri momenti l’effetto è unico. Basti ascoltare brani come Scene 2: The Run, Camer o la lunga e conclusiva Scene 5: Breathing Fire.
È una musica non facile, ma sicuramente coraggiosa e lontana da tutti gli schemi.
Steve Von Till – Alone in a World Of Wounds (2025)

Con i Neurosis in pausa (ahimè, probabilmente definitiva, vista la vicenda legata a Scott Kelly), l’amato maestro dell’Idaho continua a dedicarsi alla sua musica. Lo scorso anno lo aveva fatto con il moniker Harvestman, pubblicando il concept Triptych, basato sulle fasi lunari, uscito in tre parti. (Per chi non lo conoscesse, consiglio di recuperare anche il suo disco del 2009, In A Dark Tongue).
Questa primavera, Steve Von Till torna con un nuovo lavoro a suo nome, a cinque anni di distanza dal precedente No Wilderness Deep Enough del 2020. Fin dallo straordinario A Life Unto Itself (2015), il suo percorso musicale si è evoluto, e in Alone in a World of Wounds l’artista mette ancora più in risalto le strutture tipiche del folk americano. L’album è arricchito dall’armonia del pianoforte e da un crescendo di arrangiamenti di violoncello, il tutto immerso in una bruma di droni dal sapore ancestrale. Ma la vera particolarità rimane la voce di Von Till: decadente e segnata dal tempo come non mai, è il vero fulcro dell’opera.
Il centro dell’opera è anche ciò su cui Von Till si interroga: il distacco dell’uomo dalla natura per poterla dominare, una dinamica che, secondo l’artista, è alla base di molti dei problemi nelle nostre relazioni sociali. Questo è il tema che traspare dallo spoken word di The Dawning of the Day (Insomnia), dall’elettronica di Old Bent Pine — che diventa via via sempre più torbida grazie al sintetizzatore di Randall Dunn e alle tastiere di Dave French — e dalla struggente coda finale di Calling Down the Darkness, affidata al violoncello di Brent Arnold.
Von Till si prende tutto il tempo necessario, confezionando un prodotto ben ispirato nei suoni e capace di tenere in equilibrio tutte le sue parti, da quelle vocali a quelle strumentali ed elettroniche (Watch Them Fade e Horizons Undone su tutti).
Registrato per lo più nel suo studio nel fienile di casa in Idaho e mixato al Circular Ruin di Brooklyn (NY), l’album vede al fianco di Von Till lo storico produttore Randall Dunn, che ha lavorato anche con il compianto Jóhann Jóhannsson, a cui Von Till ha dichiarato di ispirarsi.
“Siamo esseri selvatici, ma lo abbiamo dimenticato. Senza questo cambiamento di coscienza siamo fregati. Questo è il tema generale. E quando guardo indietro alla mia vita, diventa sempre più esplicito e chiaro che è sempre stato questo il tema di cui ho cantato”.
Gaia Banfi – La Maccaia (2025)

Gaia Banfi, nata a Milano e residente a Bologna, è figlia di Giuseppe “Banfo” Banfi, storico tastierista del Biglietto dell’Inferno. Tuttavia, le sue origini materne sono genovesi, ed è proprio per questo che ha deciso di ambientare il suo esordio discografico nella città ligure, intitolandolo “La Maccaia”. Il termine indica quel tipico tempo umido e afoso, con cielo coperto e vento di scirocco, caratteristico del golfo genovese.
Nel solco tracciato da artisti come Iosonouncane e Daniela Pes, il disco si distingue per un art pop intimista attraversato da un’elettronica “stropicciata”. Questa sonorità tratteggia temi come la memoria e l’innocenza, ponendoli davanti a un presente in continua disgregazione. Ne è un esempio la struggente Piazza Centrale, vero fulcro stilistico dell’album, dove emerge il concetto del tempo che scorre e trasforma ogni cosa (“il cielo che diventa petrolio, cioè il giorno che diventa notte, l’argento che diventa nero, la pelle che invecchia”).
Nella seconda parte, il disco scivola verso un elettro pop che, pur non essendo particolarmente originale, non risulta scontato. Le sonorità ricordano i territori già esplorati da artisti come BANKS o Sevdaliza.
Si tratta di un esordio che merita più di un ascolto e che non va dimenticato.
The Ossuary – Requiem For The Sun (2025)

Fondati nell’ottobre 2014 dall’unione di tre componenti della band death metal Natron (Domenico Mele alla chitarra, Dario “Captain” De Falco al basso e Max Marzocca alla batteria) con alla voce Stefano “Stiv” Fiore, il gruppo è alla quarta prova in studio, dopo il precedente Oltretomba (2021).
Il lavoro si concentra su un heavy metal classico, evidente sin dalla potente Sacrifice, brano d’apertura che presenta un ottimo intreccio di chitarre e linee vocali eccellenti e pulite. Man mano che il disco procede, la band inserisce elementi di hard rock, psichedelia, una cupa vena di southern blues e quel groove pachidermico tipico del doom, sia americano che inglese.
È facile, infatti, ritrovare l’influenza dei migliori Cathedral in brani come From The Tree, Wishing Well e Altar In Black, che nei testi ricorda perfino i Pink Floyd di Another Brick In The Wall. La vena psichedelica è ben riconoscibile in Requiem For The Sun, mentre l’incessante ritmo di The Others ha più di una reminiscenza seventies. Il disco si chiude con la lunga e ipnotica marcia di Eloise (9 minuti), che guarda apertamente agli ultimi Mastodon.
Si tratta di un disco sì “cimiteriale”, ma profondamente rock, sia nella sua componente più hard che nelle venature psichedeliche, con il quale la band pugliese fa un centro meritato.
Cercherò anch’io di recuperare i dischi precedenti.
Wicked Lady – The Axeman Cometh (1969)

Non volendo giocare con la solita frase “le cose stanno nell’aria, ma la differenza la fa…”, ho optato per la classica teoria “è nato prima l’uovo o la gallina”, che ha come corollario il perché alcune band abbiano successo più di altre. Forse perché hanno saputo cogliere l’occasione giusta, magari tra una bevuta e l’altra.
Mi riferisco ai Wicked Lady, una band inglese attiva dal 1968 al 1972 di cui non si trova quasi traccia, nemmeno su Google. Composta dal chitarrista e cantante Martin Weaver, con ‘Mad’ Dick Smith alla batteria e Bob ‘Motorist’ Jeffries al basso (sostituito nel 1972 da Del ‘German Head’ Morley), la band ha registrato solo due album: The Axeman Cometh nel 1969 e Psychotic Overkill nel 1972.
Ispirato da Jimi Hendrix, Martin Weaver voleva esplorare ogni limite della chitarra. Iniziò a suonare un hard rock con riff sempre più duri, un vero caleidoscopio di fuzz e wah-wah unito a lunghe jam session. Il tutto era immerso in un’atmosfera “particolare” che ha più di un punto in comune con il doom che sarebbe arrivato in seguito. Anche la registrazione di questi dischi è poco chiara: probabilmente sono il frutto di un assemblaggio di registrazioni fatte durante gli anni di attività della band, pubblicato dalla casa discografica spagnola Guerssen Records nei primi anni ’90.
I Wicked Lady anticiparono di poco l’hard rock dei Led Zeppelin e le atmosfere dei Black Sabbath, rimanendo però sempre ancorati a uno psych rock di stampo seventies, sulla scia di band come The 13th Floor Elevators o i Grateful Dead. La band non raggiunse mai un alto status, perché a quei tempi ci si faceva le ossa suonando, spesso gratis, nei locali. Tuttavia, ogni locale che offriva un concerto ai Wicked Lady veniva rovinato da bande di motociclisti che volevano vederli solo ubriachi.
Onestamente, non ricordo come sono venuto a conoscenza di questo disco. Ringrazio comunque il caso che mi ha permesso di recuperare una perla di questo power trio underground inglese.




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