Mentirei se vi dicessi di aver sempre sognato di percorrere la Strada Romantica o di rimanere estasiato davanti alla vista bucolica della Foresta Nera. La verità è che non abbiamo inventato nulla di nuovo; l’itinerario, o almeno alcune sue località, è molto turistico, anche se obiettivamente non del tutto inflazionato. Non siamo certo andati a scalare la Montagna del Velino o ad avventurarci nel Sahara.
Ciò che cerchiamo di fare noi è bilanciare le tappe all’interno di un percorso e integrarle con qualcosa di alternativo, in base ai nostri gusti o alle nostre esigenze. Questo tipo di viaggio nasce anche dal fatto che le nostre figlie sono ancora troppo piccole per essere “buttate a pascolare” in una grande città. Per questo preferiamo itinerari con borghi e città medio-piccole, anche considerando il fatto che le nostre figlie entrano più volentieri nelle chiese e nei musei rispetto al semplice passeggiare per una via.
Rispetto all’esperimento dello scorso anno (Provenza e Camargue), a questo giro abbiamo alzato l’asticella: 12 notti fuori, un albergo e due appartamenti diversi. Il periodo è sempre lo stesso, dopo Ferragosto e l’inizio delle scuole, ma quest’anno, avendo un matrimonio il 6 di settembre, non potevamo andare oltre.
Ma andiamo con ordine. Come guys!
Sabato 23/08

Come abbiamo fatto per altri viaggi piuttosto lunghi, la partenza è fissata intorno alle ore 6, con Series X ed S prelevate direttamente dal letto e messe in auto. Purtroppo la grande difficilmente riesce a riprendere il sonno, mentre la piccola non si fa di questi problemi. Fatto sta che la prima sosta è alla fine della Cisa, colazione di gruppo. Riusciamo ad arrivare per l’ora di pranzo a Lucerna, nonostante una lotta serrata con il roaming. La Svizzera non è nell’Unione Europea, e il Team Principal lo scopre a sue spese, finendo subito i pochi giga e tutto il credito. Non solo: un semplice caffè all’americana in una panetteria comune costa ben 4 franchi svizzeri! Ma noi, da buon italiani che hanno brevettato l’arte dell’ingegno e dell’astuzia, ci eravamo portati degli ottimi panini da casa, in parte già addentati lungo il viaggio, perché si sa che l’auto, in questo caso sinonimo di noia, mette fame.
Detto questo ci avviamo a fare due passi nel centro di Lucerna, attraversando il fiume Reuss all’andata sul ponte Seebrücke mentre al ritorno percorriamo il Kapellbrücke, il più famoso e antico ponte coperto in legno d’Europa (285 metri), costruito tra il 1300 e il 1333.
Ritorniamo alla macchina e arriviamo in tempo per la cena all’hotel Logis Hôtel Au Relais d’Alsace, a Rouffach, in Francia.
Domenica 24/08

Il primo paesino che abbiamo visitato in Alsazia è stato Eguisheim, un borgo di poco più di mille anime con le tipiche case a graticcio e i nidi di cicogne sui tetti. Non erano nemmeno le 10, i negozi erano ancora chiusi e il paese era praticamente deserto.
Ben diversa, invece, la situazione nella più nota Colmar, dove siamo comunque riusciti a fare un giro in barca lungo i canali della città. Dopo una visita al centro e al mercato, abbiamo ripreso la macchina per andare a Turckheim. È bastato fermarsi su una panchina a mangiare per osservare il borgo e il suo tipico stile alsaziano.
L’ultimo comune del nostro tour è stato Riquewihr, che ha ispirato gli sfondi del film Disney La bella e la bestia (1991) e le ambientazioni de Il castello errante di Howl di Hayao Miyazaki. Qui, anche a causa dell’orario, c’era molta gente e l’atmosfera piuttosto turistica ha alzato un po’ l’asticella della noia. Sono cose da mettere in conto, compresa l’immancabile visita al Käthe Wohlfahrt, un negozio tipico di decorazioni natalizie che avremmo poi ritrovato anche a Rothenburg ob der Tauber.
Dopo poco più di mezz’ora di auto varchiamo il confine con la Germania e si incomincia ad intravedere il paesaggio tipico della Foresta Nera in cui si alternano abeti e pini dal colore scuro, verdi pascoli pieni di mucche e dei piccoli centri abitati con le tipiche case a graticcio. L’atmosfera è particolare, tutto è molto preci ed ordine, come se fossimo dentro un quadro o di plastico realizzato da un abile modellista.
In serata siamo arrivati alla fattoria Jakobsbauernhof, dove il nostro appartamento è immerso in un luogo appena descritto, a fianco ad un allevamento di mucche e ad un ruscello. Purtroppo questa atmosfera è funestata da un incidente che mi ha portato ad incenerire qualche calendario: aprendo il portabagagli, mi è caduta una busta contenente una preziosa conserva di pomodoro rigorosamente home made portata da casa. A quel punto, il mio ruolo nella vacanza è stato derubricato ad NCC, e non ho più potuto protestare sulla quantità di paesini visitabili in una sola giornata.
Lunedì 25/08

Il primo vero giorno nella Foresta Nera è iniziato con la meta più ovvia: le Cascate di Triberg. Come già visto in altri posti, ci sono tre percorsi tra cui scegliere, e noi abbiamo optato per quello intermedio. Personalmente non le ho trovate così memorabili, forse perché ho passato quasi tutta la passeggiata al telefono per motivi personali – dopotutto, non si può essere in ferie dalla vita.
Dopo una chiacchierata con due coppie italiane e un pranzo piuttosto arrangiato, siamo andati a vedere l’Haus der 1000 Uhren, uno storico negozio con più di mille orologi a cucù. Questi orologi sono ancora prodotti artigianalmente in questa zona, e alcuni modelli sono vere opere d’arte, con un prezzo di partenza di cinquecento o seicento euro.
Lungo la via, e incluso nel prezzo del biglietto per le cascate, c’era l’ingresso a Triberg Land, una mostra interattiva di plastici di 300 metri quadrati, ottimamente realizzata dall’azienda Faller di Gütenbach. I modelli più importanti raffigurano la stazione ferroviaria originale di Triberg ai tempi della ferrovia della Foresta Nera, la regione dell’Algovia e le rive del Lago di Costanza. Un’attrazione particolare è il luna park, che si distingue per i suggestivi effetti di luce e la replica della Magia Natalizia di Triberg, che si tiene sempre alle Cascate dopo Natale.
Non vi dico la gioia di Serie X e S, soprattutto perché c’era da premere un pulsante (per inciso, un Eaton Moeller) per attivare il movimento dei treni e degli altri veicoli. Siamo riusciti a uscire giusto in tempo per visitare anche lo Schwarzwaldmuseum, anch’esso compreso nel biglietto delle cascate. È un museo molto interessante sugli usi e costumi degli abitanti della Foresta Nera, con la riproduzione degli antichi interni delle case dell’epoca che raffigurano mestieri o semplici momenti di vita.
Tornati alla macchina, in poco meno di un’ora siamo arrivati alla nostra “fattoria” per una cena “italiana”, sia per l’orario che per il menù.
Martedì 26/08

E venne il giorno dell’Europa Park. I biglietti li avevamo prenotati prima di partire, a data fissa, a causa del dynamic pricing. Non è un parco di cui avevo mai sentito parlare, ma “dicono che sia quasi come Eurodisney!”. Le aspettative erano quindi altissime, considerando che quattro biglietti più il parcheggio ci sono costati 285 euro. Un sonoro “me cojoni”, ve lo suggerisco io.
Il parco è veramente enorme e, pur essendo un comunissimo martedì, c’era un bel po’ di gente, principalmente tedesca. Mi ero salvato sull’app alcune attrazioni adatte a bambini sotto i 6 anni, ma non mi ero ingenuamente accorto che il parco è diviso in aree tematiche dedicate alle nazioni europee, da cui il nome Europa-Park. Ogni nazione ha i suoi tratti caratteristici e, anche se il tutto è piuttosto stereotipato (la cabina telefonica inglese, la “Piazza Italiana”), l’entusiasmo, la musica e l’atmosfera generale rendono la cosa secondaria.
Come primo appuntamento ci dirigiamo in Francia per assistere a “Una notte nel parco“, un cortometraggio d’animazione in 4D. Le nane non avevano mai visto un film in 3D, e la consegna degli occhialini è stata già un’occasione di grande curiosità. Anche se il film è in francese, la trama è facile da intuire: il malvagio Nachtkrabb ha rubato un manufatto magico che usa per portare in vita qualsiasi cosa. Dinosauri, pirati e personaggi delle fiabe ora mettono il parco sottosopra. Tra spruzzi d’acqua, soffi d’aria e dinosauri che Serie X e S provano invano a toccare, ci chiediamo: riusciranno Ed ed Edda a salvare il parco?
Vista la vicinanza, l’attrazione successiva è il “Castello dei Medici“, una classica casa della paura molto ben fatta. Qui, un redivivo Lorenzo de’ Medici vuole vendicarsi della perfida famiglia Pazzi e, per farlo, entra in possesso di un’antica tavoletta di pietra. Riuscirà a sfuggire alla morte?
Le mongolfiere del Liechtenstein e i classici autoscontri dell’Arena of Football ci hanno permesso di ingannare l’attesa che ci separava dal prossimo spettacolo di pattinaggio sul ghiaccio nel tendone della Grecia. Questa volta, Ed si ritrova ad affrontare Nachtkrabb nel “Grand Prix of Europe” a Londra, tra duelli, sabotaggi e un inaspettato aiuto. L’esibizione della compagnia Surpr’Ice è di altissimo livello, capace di intrattenere ed emozionare il pubblico. Ogni volta che una pattinatrice saltava in aria per poi atterrare su una lama di qualche millimetro mi sentivo morire.
Dopo siamo stati costretti a dividerci, in quanto una delle Serie X e S non aveva l’altezza necessaria per salire sulla Schweizer Bobbahn, la pista di bob svizzero, dove dopo un dislivello di 20 metri il bob viaggia per inerzia. Finché sono così, le “montagne russe” sono gestibili: un mix tra “cacarella” e adrenalina che, almeno, lascia lo stomaco al suo posto.
Siamo già nel primo pomeriggio. La gente è tanta, ma tutto sommato la situazione è gestibile, con tempi d’attesa di circa mezz’ora per le attrazioni principali. Andiamo quindi un po’ in ordine sparso, tra il British Carousel (la classica giostra con i cavalli), il bosco delle fiabe dei Fratelli Grimm (dove si può vedere la casa della nonna di Cappuccetto Rosso, ammirare la treccia di Raperonzolo e visitare il castello della Bella Addormentata) e lo Spinning Dragon (le famose “tazze” che ruotano), i cui due giri consecutivi mi hanno provocato più di una semplice nausea.
Deciso a provare qualcosa con la realtà virtuale, vado con la nana grande all’Espresso delle Alpi Enzian, pensando che distribuissero il visore lungo il percorso, ma in realtà era un’attrazione a parte: il visore proietta un’avventura completamente diversa, sfruttando la giostra solo per velocità e forza centrifuga. Lascio perdere e facciamo la giostra classica, ugualmente divertente.
L’occasione di provare la realtà virtuale si presenta allo Yull DOME. Indossato il visore e impugnati i due controller, ho dovuto difendere il pianeta Marte da un’invasione aliena. Il gioco, che dura circa 15 minuti e costa 6 euro, è molto immersivo e divertente, anche se da fuori potresti essere scambiato per un ubriaco in cerca delle chiavi di casa.
Ma l’attrazione migliore che proviamo è Arthur, un viaggio mozzafiato in volo attraverso il regno dei Minimei, con sezioni interne ed esterne e numerosi effetti speciali. L’attrazione è ispirata ai quattro libri per bambini del regista Luc Besson, scritti all’inizio degli anni 2000 e da cui è stato tratto un film, diretto dallo stesso regista.
Nell’attesa di entrare, cerchiamo di capire chi è Arthur. Come un qualsiasi bambino di 10 anni, Arthur è affascinato dalle storie che la nonna gli racconta prima di dormire. I suoi sogni sono popolati dalle tribù africane e dalle invenzioni descritte in un vecchio libro magico che apparteneva al nonno, misteriosamente scomparso da quattro anni. Leggendo il libro con più attenzione, Arthur si rende conto che il nonno ha lasciato numerosi indizi che portano a un tesoro nascosto nel giardino della sua casa. La cosa più sorprendente è che sotto il giardino si nasconde un mondo invisibile, popolato da minuscole creature, chiamate Minimei. Arthur decide coraggiosamente di seguire le orme del nonno ed entrare nel loro regno, l’unica soluzione per farlo è rimpicciolirsi e diventare anche lui un Minimeo!
Realizzato nel 2014, il percorso combina sezioni all’aperto con ampi spazi al coperto. Si sorvola un vasto paesaggio incantato con scenografie dettagliate, animatronics e numerosi effetti speciali come vento, profumi e luci. È un’esperienza immersiva che unisce il brivido di un coaster a una narrazione fiabesca, grazie anche alle quattro sedute sospese che ruotano su se stesse, offrendo una prospettiva a 360° lungo il percorso. Avremmo voluto rifarlo, ma la coda era troppo lunga.
Ormai manca poco alla chiusura del parco e, tornando verso l’uscita, andiamo al Madame Freudenreich Curiosités, un dark ride molto divertente che riproduce la tipica casa alsaziana della signora Freudenreich, una simpatica anziana che gestisce un negozio di souvenir. Il suo segreto è che nel giardino e nella cantina non alleva cani o gatti, ma dei teneri e simpatici dinosauri a cui dà da mangiare la sua torta preferita, il Gugelhupf.
Sono quasi le 18, il parco sta chiudendo. Le famiglie si riuniscono e si avviano, o meglio, si trascinano, verso l’uscita. Mi sono reso conto che, al giorno d’oggi, “appoggiarsi” a franchise noti (come Star Wars o l’universo Marvel) è fondamentale, dato che le persone sono sostanzialmente pigre e hanno bisogno di ritrovarsi in personaggi familiari. Non è facile creare un parco “a tema” quando il tema te lo devi inventare di sana pianta, senza poter contare su nani, principesse e streghe cattive già noti. Devo dire, però, che chi ha ideato questo parco, che quest’anno compie cinquant’anni, è riuscito a fare un ottimo lavoro, offrendo un’esperienza immersiva e di alta qualità. La sua capacità di unire giostre da brivido con attrazioni per famiglie e una tematizzazione straordinariamente curata lo rende un parco da provare per chi si trova in questa zona. I prezzi dei biglietti sono alti, ma la cosa è ampiamente ricompensata dalla qualità del parco, dalla sua impeccabile organizzazione e dalla pulizia.
Mercoledì 27/08

Visto lo sforzo del giorno prima, abbiamo deciso di impostare questa giornata in modo più soft. Dopo una sveglia con relativa calma, siamo andati a visitare il lago di Titisee, il più grande della Foresta Nera, situato a 845 metri sul livello del mare. La sua superficie, che misura circa 1,2 km², in inverno gela e diventa una pista di pattinaggio.
Il Team Principal ha voluto noleggiare un pedalò, e io non ho protestato, dato che è sempre meglio della barca a remi presa in Slovenia. Abbiamo passato una buona mezz’ora in mezzo al lago, cercando di mettere ordine tra un “guido io, no io” e un “allora pedalo io, no io”.
Per pranzo, dato che i ristoranti sul lago erano “tutti turistici”, abbiamo optato per un ristorante indiano (Rangoli) sulla strada per lo Steinwasen Park. Nonostante la mia diffidenza e un’esclamazione di Serie X (“Babbo, ma lui sembra lo chef in televisione!”), le nane si sono gettate a capofitto su samosa, chapati e biryani, forse impaurite dalla brontolata che avevano ricevuto in parcheggio per essersi litigate l’unico ombrello disponibile. Il ristorante si è rivelato ottimo, non a caso prima di noi c’era un pullman di indiani residenti in Inghilterra in tour per l’Europa.
Tutto questo perché la nostra destinazione originale era lo Steinwasen Park. Arrivati alla biglietteria, ci siamo resi conto che avremmo speso più di cento euro per un paio d’ore, visto che erano già le 15 e il meteo era incerto. Peccato, perché il parco si presentava interessante, ma avrebbe meritato almeno mezza giornata intera.
Abbiamo quindi ripiegato sullo Schwarzwaldzoo Waldkirch, uno zoo che abbiamo scoperto essere gratuito. Da fuori sembrava avere il fascino di un parco abbandonato, ma una volta entrati ci siamo ricreduti: gli animali, dalla lince all’alpaca, erano ben tenuti e interessanti. Il mangime, comprato per pochi euro in doppia confezione, ha fatto il resto.
Nel tardo pomeriggio, siamo tornati alla fattoria perché la proprietaria ci aveva detto che potevamo assistere alla mungitura delle mucche.
Giovedì 28/08

Oggi il serrato programma prevedeva la prima vera città della Foresta Nera, ovvero Friburgo in Brisgovia.
Abbiamo parcheggiato vicino alla Universitätsbibliothek Freiburg, la Biblioteca Universitaria di Friburgo. Vista la sua notevole struttura, non potevamo fare a meno di entrare. Sviluppato su tre piani, l’edificio con la facciata in vetro offre numerosi spazi di lettura, postazioni di lavoro e sale silenziose, popolate da giovani studenti assorti nei loro studi. Come fedeli in pellegrinaggio, abbiamo cercato di rimanere in silenzio e all’uscita abbiamo salutato con la massima devozione.
Da lì, abbiamo preso un tram che in un paio di fermate ci ha portati nel vero centro cittadino. Siamo andati a visitare la splendida Münster unserer Lieben Frau, la Cattedrale di Friburgo, una delle poche grandi chiese gotiche tedesche di epoca medievale, con la sua torre campanaria alta 116 metri. Nella piazza antistante c’era il mercato locale, dove le persone non esitavano minimamente a ingurgitare i tipici wurst con crauti o cipolla. Io avrei voluto qualcosa di dolce, ma per imposizione del Team Principal mi hanno costretto a mangiare more e lamponi, a prezzi da diamanti di Bulgari.
Da qui in poi è stato tutto un girovagare per le vie di questa città, caratterizzata dai Bächle, piccoli canali d’acqua che scorrono per le strade del centro storico. Un tempo servivano per l’approvvigionamento idrico e per la lotta antincendio; oggi sono un’attrazione turistica e un elemento distintivo della città, anche se chi ha figli sarà costretto a comprare una piccola barchetta con la quale navigheranno questi canaletti.
Dopo pranzo all’Hausbrauerei Feierling (una birreria tipica di Friburgo), ci siamo mossi tra i negozi in Gerberau e Augustinerplatz, riuscendo a convincere il Team Principal a comprare qualcosa da Gmeiner, una pasticceria con la P maiuscola, per la colazione del giorno dopo. Io mi sono “smaccato” andando in due negozi di dischi, uno dei quali (Der Plattenladen) mi ha dato un’idea per proporre dei contenuti, che però per il momento tengo per me.
Abbiamo recuperato delle bottiglie di vino che la direttrice, italiana, del LUST AUF GUT ci aveva gentilmente tenuto da parte e ci siamo avviati con calma verso la macchina.
Alla fine abbiamo trascorso una giornata piacevole e non troppo stressante in una cittadina che riesce a combinare abilmente storia, cultura, natura e avanguardia ecologica.
Venerdì 29/08

Se fosse il Tour de France (e per certi aspetti lo è…), oggi sarebbe la giornata di trasferimento, quella in cui dobbiamo passare dalla Foresta Nera alla Baviera. Per il pranzo scopriamo che in Germania, lungo le autostrade, ci sono pochi “Autogrill”, ma in compenso abbondano le aree di parcheggio con tavolini e bagni pubblici. Non saranno a cinque stelle, ma sono pulite, a differenza di come finirebbero da noi, dove diventerebbero ben presto una discarica a cielo aperto.
Per riempire la giornata, la scelta è ricaduta sul Museo della Mercedes-Benz a Stoccarda: mai scelta fu più azzeccata. Il museo non è solo una sviolinata alla casa tedesca, ma è anche, e soprattutto, uno straordinario viaggio che parte dalla nascita del motore a scoppio, brevettato da Gottlieb Daimler nel 1883 (e non 1983), passando per la prima automobile (in realtà un triciclo con motore a benzina e accensione elettrica) di Carl Benz nel 1886, fino ad arrivare al marchio Mercedes nel 1901, in onore della figlia dell’imprenditore austriaco Emil Jellinek.
Il museo ha un percorso unico: si parte dall’ottavo piano e si scende, ripercorrendo la storia anno dopo anno. L’audioguida in italiano e i poster ci forniscono anche le coordinate storiche per contestualizzare le auto. I primi modelli sono dei “bestioni” dalle dimensioni enormi, ma la crisi petrolifera degli anni ’70 spinge la casa (diventata Mercedes-Benz) a realizzare macchine più piccole e snelle. L’evoluzione tecnologica degli anni ’90 alza gli standard di sicurezza, introducendo l’ABS e l’airbag, fino ad arrivare ai primi modelli sperimentali alimentati da fonti rinnovabili.
La parte finale è dedicata alle competizioni, dove spiccano l’AMG F1 W11 di Lewis Hamilton (con cui ha vinto il mondiale del 2020), la McLaren MP4-23 (con cui lo stesso Hamilton vinse il suo primo titolo nel 2008) e la Medical Car C32 AMG. Non mancano spazi per veicoli commerciali o particolari, come spazzaneve e ambulanze, e vetture appartenute a personaggi famosi, come la Mercedes di Nicolas Cage.
Purtroppo, siamo dovuti andare via prima della chiusura, ma è stata un’esperienza estremamente interessante, affascinante e molto ben fatta, adatta anche ai bambini.
Sabato 30/09

Per praticità siamo sempre rientrati a casa per cena, ma avevamo deciso che almeno il giorno di Monaco saremmo rimasti fuori a mangiare. Nel delicato equilibrio tra l’ora di andare a letto e quella della sveglia del giorno dopo, abbiamo optato per un’avventura diretta a Monaco. Qui le distanze sono più lunghe rispetto alla Foresta Nera (circa due ore di macchina), un fattore che ci ha spinti a cambiare i programmi per i giorni successivi.
Il piano era di visitare di prima mattina l’Allianz Arena. Io e Serie X e S ci siamo fermati lì, mentre il Team Principal è andato al campo di concentramento di Dachau, il cui ingresso è vietato ai minori di 12 anni.
“Tutto lo stadio è paese”, si dice, e anche in questo caso non sono riuscito a trovare l’ingresso giusto. Superato un piccolo malinteso con il ragazzo della biglietteria sull’età delle bambine, prontamente risolto con la facilità dell’audioguida in italiano, siamo finalmente riusciti a mettere piede sugli spalti: in linea d’aria, eravamo a tre metri dalla bandierina del calcio d’angolo! Lo stadio è meraviglioso e, pur avendo vent’anni, mantiene un fascino avveniristico. L’imponente museo che ripercorre la storia del Bayern e dei suoi giocatori e dirigenti più importanti (tra cui Beckenbauer e Sepp Maier), con in bella vista i trofei dei due Treble (2013 e 2020), e l’immancabile store hanno fatto il resto. Avrei voluto vedere una partita, ma il Bayern giocava fuori casa, e lo stadio è comunque sold out per tutto il campionato. Nonostante non ci fossero eventi, c’era un bel po’ di gente in “pellegrinaggio”.
Da lì abbiamo preso comodamente la metro. Una curiosità: compri il biglietto, lo obliterate, ma non ci sono tornelli né all’ingresso né all’uscita. Si va sulla fiducia.
Dopo un pranzo a base del tipico Leberkäse, un incrocio tra un wurstel e un polpettone in un panino, ci siamo incamminati verso il Museo della Scienza e della Tecnica. Qui ci siamo ricongiunti con il Team Principal, ma purtroppo erano già le 15, e avevamo solo due ore per visitarlo. L’edificio è vastissimo e ospita una quantità incredibile di oggetti, incluso il primo aereo a motore dei fratelli Wright, quindi abbiamo dovuto fare una bella “corsa” tra i padiglioni. Serie X e S, come al solito, si sono scatenate a premere pulsanti e a interagire con ogni cosa. Siamo partiti a caso, dalla storia dei primi robot, poi dall’ingegneria con sezioni su motori, ponti e ferrovie, per poi fare un salto nell’aviazione con aerei storici e sezioni di motori. La parte delle scienze naturali ha catturato di più l’attenzione delle bambine, grazie a esposizioni interattive su chimica, biologia e fisica.
L’ultimo padiglione che abbiamo visitato è stato quello delle comunicazioni, con l’evoluzione di telefono, radio e televisione. Purtroppo, alle 17, l’inflessibile staff ci ha condotti all’uscita con un simpatico “oppi oppi”. Avremmo dovuto starci almeno mezza giornata, ma ci siamo ripromessi di tornarci prima o poi.
Dopo il museo, abbiamo deciso di tornare a piedi verso il centro di Monaco e Marienplatz: come si fa a non bere una bella birra all’Hofbräuhaus? Nessuno di noi c’era mai stato in questa storica birreria, dove l’inquinamento acustico è la regola, insieme a fiumi di birra, un’orchestrina e persone vestite in tipico stile bavarese. Una volta usciti, abbiamo proseguito il giro per il centro per poi andare a cena, tanto per cambiare, in un ottimo ristorante giapponese (Hako Ramen München).
Erano quasi le 22 e la stanchezza cominciava a farsi sentire. Abbiamo preso la metro per il Park&Ride, dove il Team Principal aveva lasciato la macchina. Da qualche anno, infatti, per entrare nel centro di Monaco (Mittlerer Ring) è necessario un contrassegno verde (Umweltplakette). La cosa, comunque, non è stata per niente problematica.
Nel viaggio di ritorno, il Team Principal, piuttosto sconcertato, mi ha parlato della sua visita al campo di concentramento, precisando che era nato come campo di lavoro e non proprio di sterminio. Il resto è storia.
Domenica 31/09

Visto l’orario in cui siamo andati a letto, oggi è “una giornata tranquilla”, come afferma il Team Principal. Il programma prevede un giro tra alcuni borghi della Strada Romantica (Romantische Straße). Sono tutti abbastanza vicini al nostro appartamento e il primo della lista è Rothenburg ob der Tauber.
Nonostante sia stato in gran parte ricostruito dopo la Seconda Guerra Mondiale, il fascino di questo borgo rimane intatto, con le sue case a graticcio, ognuna di un colore diverso, e la sua cinta muraria. Dopo aver letteralmente “fatto la muffa” in ben tre negozi di Natale (della stessa catena vista a Riquewihr), arriviamo a Marktplatz, dove si trova il Municipio (Rathaus), un edificio gotico con una splendida facciata rinascimentale e un’alta torre di 60 metri. Vale la pena salirci per godere di una vista stupenda sulla città e sui dintorni. Al suo interno, si può visitare la sala dove si tenne la storica bevuta del Borgomastro nel 1631, che salvò la cittadina dalla distruzione durante la Guerra dei Trent’anni per mano del generale Tilly.
Quest’ultimo aveva deciso di giustiziare tutti i membri del consiglio cittadino e di radere al suolo la città. In un estremo tentativo di placare la sua sete di sangue, gli fu offerta una brocca contenente tre litri di ottimo vino. Fu allora che il conte decise che, se qualcuno fosse stato in grado di bere l’intera brocca in un solo sorso, avrebbe risparmiato la città e i consiglieri. Il borgomastro dell’epoca, un certo Nusch, riuscì nell’impresa, salvando così Rothenburg. Questa ricorrenza viene ancora oggi scandita dall’orologio della Ratstrinkstube, quattro volte al giorno.
Anche i due borghi successivi, Dinkelsbuhl e Nordlingen, sono molto simili a Rothenburg, anche se di dimensioni più piccole. Ci è bastato fare un giro nel centro e visitare qualche chiesa o via caratteristica. Essendo domenica, alcuni negozi erano chiusi. Tornando alla macchina, abbiamo scoperto che le mura di cinta di entrambi i borghi possono essere percorse a piedi, il che ha dato a Serie X e S un bel boost di felicità.
Lunedì 01/09

Oggi è la giornata dedicata a un altro parco divertimenti, Legoland Deutschland. Io e il Team Principal abbiamo sempre giocato con i Lego, ma quando andammo in Danimarca, il parco di Billund lo evitammo. I tempi e le necessità, si sa, cambiano. Anche qui avevamo prenotato i biglietti in anticipo per una data fissa. L’entusiasmo era a mille, ma a questo giro abbiamo speso un po’ meno: “solo” 168 euro.
La prima cosa in cui ci imbattiamo è la MINILAND, un mondo in miniatura creato da 140 designer con oltre 23 milioni di mattoncini. Sono state riprodotte, in scala 1:20, alcune delle città e dei paesaggi europei più importanti: dal Reichstag di Berlino allo skyline di Francoforte, dal porto di Amburgo ai canali di Venezia, fino al famoso ponte di Lucerna e all’Allianz Arena di Monaco.
Il parco è diviso in diverse aree tematiche, da Lego City a Lego Ninjago, passando per Faraoni e Pirati. La cosa curiosa è che, almeno sulla carta, i limiti di altezza ed età sono più stringenti rispetto all’Europa-Park. Così, visto che a The Great LEGO Race (una classica rollercoaster con curve secche) non l’hanno fatta entrare, abbiamo dovuto trovare qualcosa da fare a Serie S prima che entrasse nel suo solito “loop lagnoso”. L’occasione è arrivata con i Lego Studios, dove abbiamo visto un divertentissimo cortometraggio in 4D, realizzato nel classico stile adrenalinico delle animazioni Lego, in cui uno sbadato poliziotto cerca di catturare un abile ladro.
Da qui in poi, siamo andati a caso, provando un po’ di tutto. Fortunatamente non c’era molta gente e le code duravano al massimo un quarto d’ora. Questo ci ha permesso di toglierci subito il dente con la Pirate School, un galeone che si muove come le “tazze” dell’Europa-Park, con lo stesso effetto collaterale per me. Poi è stata la volta del Safari Tour, dove Serie X e S sono andate da sole tra animali riprodotti interamente in mattoncini.
Ci siamo fermati a pranzo nella zona dei Pirati e degli Scivoli, abbiamo visitato l’area dedicata a Ninjago – che, non conoscendo bene il “brand”, non abbiamo apprezzato appieno – per poi passare a quella di Lego City. Qui abbiamo visitato la Lego Factory, una piccola fabbrica in miniatura che mostra il processo di realizzazione e inscatolamento dei nostri amati mattoncini. Uscendo, ci siamo ritrovati in un curioso negozio: l’allestimento è quello di una classica ferramenta di quartiere, ma la merce venduta a peso sono mattoncini e componenti Lego di ogni tipo. È il luogo ideale per chi vuole costruire qualcosa senza seguire set particolari, ma solo la propria fantasia, o per chi ha bisogno di qualche pezzo per arricchire il proprio plastico.
Poi abbiamo fatto due giri alla Legoland Junior Driving School, dove il pilota che è in me spronava Serie S a sorpassare sempre all’interno e a chiudere subito la porta in uscita. Lei si è comportata egregiamente, allargando le spalle anche nell’ultimo decisivo sorpasso. Considerando che il circuito è un ovale di meno di dieci metri e le macchine arrivano forse a 15 km/h, mentre alcuni bambini faticano persino ad andare dritto, forse il mio entusiasmo era un tantino esagerato.
Sempre “a caso”, siamo entrati nel Power Builder ma siamo subito usciti, perché non avevamo voglia di farci sballottare da un braccio meccanico.
A un certo punto è arrivato il momento “sentimentalmente intenso”: entrare nello store principale. Mi sono staccato dalla famiglia e mi sono preso un’oretta per scegliere accuratamente il regalo per mio nipote, diviso tra Lego City, Marvel, Harry Potter, Classic o Technic, e valutare anche qualcosa per me. Ho notato con un pizzico di dispiacere, cosa di cui mi ero già accorto da un po’, che oggi la Lego si è allontanata dal concetto di “costruire” per avvicinarsi a quello di “rappresentare”. I set classici si sono ridotti, e tutto è ricondotto a linee tematiche ispirate a personaggi di fumetti o film, come Harry Potter, Indiana Jones, Batman, Star Wars, gli Avengers, il Signore degli Anelli, Jurassic World e tanti altri. Ancora peggio per me è vedere riprodotti ambienti famosi, auto d’epoca e da corsa, o persino quadri e vasi di fiori: questi set costano delle belle cifre, ma esulano dal concetto di Lego, sfociando nel modellismo, che però è tutt’altra cosa. È un discorso che segue, più o meno, quello fatto per l’Europa-Park, dove la gente ha bisogno di identificarsi in qualcosa che già conosce. Questo è il motivo per cui non ho comprato nulla per me e tutte le volte che si parla di Lego storco un po’ il naso e il mio entusiasmo si spegne.
Tornando a noi, le attrazioni che hanno riscosso più successo sono state il Fire Dragon, una rollercoaster a tutta birra (dove, grazie alla “coda alta”, è riuscita a salire anche Serie S). A bordo di un drago si passa nelle stanze dei residenti del castello, realizzate con migliaia di mattoncini, tra la dispensa, la cucina e la sala da ballo. L’altra attrazione è Legoland Atlantis, un viaggio virtuale in un sottomarino nella città sommersa di Atlantide, tra circa 1.300 animali marini tropicali e oltre 50 modelli Lego dettagliati in una vasca da 600.000 litri. Finestre panoramiche, cupole di vetro e un tunnel di vetro di 8 metri permettono di osservare gli emozionanti animali esotici da ogni lato.
Il parco chiude alle 18, ma tutte le attrazioni chiudono un’ora prima, quindi non ci resta che avviarci verso l’uscita, passando, questa volta tutti e quattro, nello store principale.
Anche se il costo può sembrare proibitivo, questo parco merita di essere visitato. Non raggiunge il livello dell’Europa-Park e in certi aspetti avrebbe bisogno di una rinfrescata, ma saprà regalare una giornata piena di emozioni a chi ama i famosi mattoncini e momenti leggeri e divertenti a chi cerca semplicemente un parco di divertimenti.
Martedì 02/09

Anche per arrivare a Norimberga ci vogliono circa due ore. Non ci ricordiamo perché abbiamo scelto un appartamento così lontano dai centri principali, forse perché non abbiamo trovato nulla che fosse ad almeno un’ora di auto ma non troppo distante dalla Strada Romantica. Le cose sul divano sono sempre più facili, ma quando sei “sul posto” è tutta un’altra cosa. Per fortuna, sulle autostrade tedesche si viaggia bene.
Purtroppo, la prima parte della giornata a Norimberga è condizionata da un pesante acquazzone appena arrivati. Ci rifugiamo prima in uno Starbucks, poi in uno Zara, approfittando per cercare un paio di scarpe a Serie S, dato che quelle che aveva sono andate bruciate nel tentativo di asciugarle con il phon (per fortuna, non sono stato io).
Appena smette di piovere, ci rimettiamo in marcia per visitare il centro storico, passando dalla Chiesa di San Lorenzo e attraversando il fiume Pegnitz. A causa della sua importanza simbolica per il regime nazista, la città fu quasi completamente distrutta dai bombardamenti alleati, e fu scelta come sede del celebre Processo di Norimberga. Il centro storico è stato magnificamente ricostruito, seguendo lo stile medievale originale.
Purtroppo ha ricominciato a piovere e, visto che è ora di pranzo, ci fermiamo al Bratwurst Röslein, dove la mia tanto agognata wiener schnitzel viene presa d’assalto da Serie X e S.
La tappa successiva è il Museo del giocattolo (Spielzeugmuseum). A questo giro siamo senza audioguida e liberi di girare come più ci aggrada. Il museo ospita una vasta collezione che ripercorre l’evoluzione dei giocattoli dall’antichità ai giorni nostri: giocattoli in latta, antiche bambole e le loro case in miniatura, modellini ferroviari, soldatini e una sezione dedicata anche ai giochi moderni come Lego e Barbie. In una delle ultime sale vi è lo straordinario plastico della stazione ferroviaria di Omaha in Nebraska, realizzata in scala 1:64 dal dottor Dr. Wolfram Bismarck dal 1950 al 1974.
Dato che fuori il tempo è migliorato, possiamo fare due passi per raggiungere il Castello Imperiale (Kaiserburg), un’imponente fortezza medievale a nord della Città Vecchia, che fu residenza attiva del Sacro Romano Impero dal 1050 al 1571. Ovviamente, anche questo ha subito gravi danni durante la Seconda Guerra Mondiale ma è stato meticolosamente restaurato. Più che un castello, sembra un vero e proprio borgo. Dato che l’ingresso alle varie pertinenze è a pagamento, ci limitiamo a fare un giro tra le sue strette vie.
Sulla strada del ritorno, prima di arrivare alla macchina, allungo il passo per imbucarmi in un negozio di dischi (mon-Ton), ma pur avendo un sacco di vinili, non riesco a trovare la “chicca” che speravo (Salival dei Tool, per dire).
Mercoledì 03/09

Nonostante il mio ruolo di NCC, per questa giornata ho dovuto alzare la mano come quando Baresi chiamava il fuorigioco. Dovevamo andare a Ratisbona, ma le quattro ore di macchina complessive fatte il giorno prima e le otto ore che ci aspettavano per il ritorno mi sembravano un’esagerazione. Il Team Principal, anche se a mezza bocca, ha ammesso che la pensava allo stesso modo. Ho provato a cercare qualcosa di vicino, ma di parchi divertimenti o zoo ne avevamo già fatti abbastanza. Ho proposto Stoccarda, dove io mi sarei ampiamente dileguato al museo della Porsche, ma l’idea non ha riscosso molto successo.
A quel punto, il Team Principal se n’è uscito con un’idea: “E se provassi a chiamare la biglietteria del castello per chiedere se possiamo andarci oggi invece di domani?”. Hanno detto di sì (a fronte di una penale di 10 euro), e la cosa si è rivelata decisiva. Il nostro programma originale prevedeva di visitare il Castello di Hohenschwangau alle 10:05, ma con due ore di viaggio e le valigie ancora da fare, non ce l’avremmo mai fatta. D’altronde, raggiungere i castelli non è immediato.
Così, dopo aver chiesto uno slot libero per entrambi, ci hanno dato un nuovo biglietto per le 14:15 per il primo castello, quello di Neuschwanstein. Con soli 6 euro a testa per andata e ritorno abbiamo preso una navetta che ci ha portati ai suoi piedi.
Di questo castello sapevo solo che “ha ispirato la Disney”, che detta così sembra una cosa da poco. Fu commissionato da Re Ludovico II di Baviera, soprannominato “il re delle favole” o “il re folle” per il suo carattere eccentrico e il suo amore per l’arte e l’architettura. Voleva che Neuschwanstein fosse un rifugio personale in stile medievale, ispirato ai drammi di Richard Wagner, suo compositore preferito. La costruzione iniziò nel 1869, ma non fu mai completata, perché Ludovico II morì nel 1886 in circostanze mai del tutto chiare prima che i lavori finissero. Subito dopo la sua morte, fu aperto al pubblico. Nonostante l’aspetto medievale, fu costruito con le tecnologie del XIX secolo, inclusi bagni con acqua corrente e un sistema di riscaldamento ad aria. Rappresenta l’incarnazione del romanticismo tedesco e in ogni dettaglio si notano il gusto e la profonda conoscenza che Ludovico aveva di architettura e arredi. Il tour procede bene, con l’audioguida che si attiva di stanza in stanza. Molto interessante la proiezione di un filmato che mostra le parti progettate ma mai realizzate.
Siamo in anticipo sulla tabella di marcia, ma dobbiamo fare il percorso inverso e andare a piedi fino al Castello di Hohenschwangau. Per fortuna, la ragazza all’ingresso è italiana e ci offre la possibilità di entrare subito, risparmiandoci una bella mezz’ora di attesa (che abbiamo poi investito in una merenda un po’ eccessiva in una caffetteria).
Pur essendo più piccolo e meno appariscente, è un luogo cruciale e bellissimo, legato a doppio filo alla storia del suo vicino. Fu la residenza d’infanzia di Ludovico II, dove trascorse gran parte della sua vita e maturò l’amore per il Medioevo, le saghe e le leggende che avrebbero poi ispirato il suo capolavoro. L’edificio originale era una fortezza medievale in rovina che Massimiliano II, il padre di Ludovico, acquistò e trasformò in un magnifico palazzo neogotico a partire dal 1832. L’interno di Hohenschwangau è uno splendido esempio di stile Biedermeier e romanticismo; le pareti sono affrescate con scene di leggende medievali tedesche, come quella del Cigno Cavaliere Lohengrin, che ebbero un’enorme influenza sul giovane Ludovico II. Dalle sue finestre, il re poteva osservare l’avanzamento dei lavori del suo castello dei sogni. La visita si svolge esattamente come nel museo precedente.
Tornati alla macchina, ho finalmente ammesso al Team Principal di aver abilmente risolto l’impasse dei biglietti. Visitare i castelli nel viaggio di ritorno sarebbe stata un’impresa folle. Per chi volesse andarci, il mio consiglio è di calcolare una giornata intera, considerando almeno un’ora per la visita di ogni castello, più il tempo necessario per raggiungerli, tra navetta e percorsi a piedi. È un posto molto gettonato: nei periodi di punta, può avere anche seimila visitatori al giorno.
Giovedì 04/09
A causa del rimescolamento dei piani del giorno prima, in quest’ultima giornata non ci resta che tornare piano piano a casa. Scartiamo l’idea di fermarci in un paesino a metà strada, perché le ore di viaggio sono comunque nove, e partendo solo dopo le dieci e mezza rischiamo di arrivare troppo tardi.
Ci fermiamo solo in un Marché vicino a San Bernardino, un’elegante area di sosta dove le Ferrari sono di casa, un caffè all’americana costa 6,5 franchi e per andare in bagno (tenuto, però, come si deve) ci vuole un franco.
Con poco traffico e la Red Bull che mi ha tenuto sveglio, arriviamo a casa in orario per cena. Dopo una breve discussione familiare su cosa mangiare, tra chi voleva il McDonald’s (ovviamente io) e chi il ristorante, la scelta ricade sulla Pizzeria Agape ad Aulla. Lì ci offrono anche della “farinata”, che da noi è conosciuta come la famosa torta di ceci. Dopo cena ripartiamo e, poco prima delle 23, siamo finalmente a casa.
Conclusioni
Non ho ancora menzionato i due appartamenti. La scelta di prendere un appartamento è dettata dal fatto di avere un po’ di indipendenza sugli orari e soprattutto sulla cena: dopo tutto il giorno fuori, trovare anche un ristorante dove andare la sera diventa una cosa molto impegnativa. L’appartamento permette quindi di poter tornare “a casa”, fare una doccia, un piatto di pasta e via a letto. E vero che non siamo “serviti e riveriti” ma siamo pur sempre in famiglia, una lavastoviglie in più o in meno cambia poco. Per scegliere ci siamo affidati alla mappa, alla recensioni di Google e Booking.
Come già accennato, il primo è stato quello nella foresta nera, la fattoria Jakobsbauernhof. E’ una fattoria a conduzione familiare che si occupa di allevamento biologico di mucche da latte (ne hanno una cinquantina). L’appartamento di recente ristrutturazione, pulitissimo e anche molto grande (quello più piccolo non era disponibile) era completo di tutto il necessario, dalle lenzuola agli asciugamani, alle stoviglie fino ai piccoli elettrodomestici. La signora Isabell, che gestisce tutto il complesso insieme al marito ed ai suoceri, è sempre stata molto cordiale con noi e ci ha anche permesso di vedere la mungitura delle mucche e di conoscere i vitellini appena nati.
Spostandosi nella baviera, abbiamo scelto un appartamento in un piccolo paesino, Schechingen. Qua niente mucche, è un appartamento di un condominio in quartiere molto tranquillo e curato, di recente ristrutturazione. Era tutto nuovo quindi tutto piacevole anche se, a differenza della fattoria, mancava oltre al tocco “nature” anche un tocco femminile; qualche padella, piatto e asciugamano in più non avrebbe fatto male. Il problema più serio è che l’appartamento avrebbe avuto bisogno di una pulita più profonda in quanto sotto al nostro letto c’erano un paio di bottiglie di plastica (lascito dei precedenti ospiti) con mensole e comodini con più di un ciuffo di polvere. Peccato, visto la cura con cui è stato ristrutturato l’appartamento. Lo abbiamo segnalato all’host, una cosa che si può risolvere con ditta di pulizie tra un cambio di ospiti e l’altro.
In un viaggio di quasi 4000 chilometri, stando fuori 13 giorni con due bambine di 7 e 5 anni, le possibilità che andasse qualcosa storto o un qualsiasi inciampo erano pressoché infinite, ma in realtà siamo stati fortunati: nemmeno un raffreddore o un chiodo in una gomma! Al netto ovviamente di qualche scaramuccia tra sorelle, rigide sveglie e dei perentori “non si compra nulla!”. Purtroppo ci siamo accorti che qualcosa abbiamo visto mordi e fuggi (il Museo a Monaco di Baviera prevede almeno una mezza giornata piena), qualcosa si somiglia un po’ troppo (i tre paesini sulla strada romantica) ma di meglio non si poteva fare visto che viaggiare con due bambine spesso comporta fare un metro e poi andare a in bagno, fare un metro e poi mettersi la felpa, fare un altro metro e poi togliersi la felpa.
E’ stato un viaggio che si è rivelato molto interessante grazie alla diversità di ciò che abbiamo visto, dal pascolo al bosco, dal castello gotico alla città medievale, dalla città globale al piccolo borgo, dal museo al parco di divertimenti. Non voglio fare l’italiano criticone e nemmeno di troppa erba un fascio, ma sarebbe utile osservare come i tedeschi riescono a tenere di conto certe cose. Ho avuto la sensazione che la nazione Germania abbia avuto un florido periodo economico lungo una quindicina d’anni (quando c’era la Merkel, per capirci), investendo con criterio e progettualità sul proprio territorio. Alla base di ciò credo che ci sia un ferreo rapporto reciproco tra lo Stato tedesco ed i suoi abitanti: tu mi dai e io ti do. Senza scuse o strampalate giustificazioni, da entrambo le parti. E il discorso “eh ma lì guadagnano più di noi!” vale fino ad un centro punto, perchè tanto per dire, soprattutto nella parte della Foresta Nera, i prezzi dei prodotti di uso comune nei supermercati erano assolutamente in linea con i nostri.
Come ha detto Serie S, “a me della Germania mi è piaciuto tutto, tranne quella signora che mi ha messo la mostarda nel panino!”.
L’esigenza di scrivere un articolo così lungo nasce dal fatto di voler ricordare ed approfondire alcune cose, non vi è nessun motivo commerciale o compenso dietro ai link segnalati. Le immagini sono state realizzate da noi tramite smartphone.




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