“Welcome to the Club”

Non ricordo l’episodio preciso che mi ha trasformato in un appassionato di calcio. Certo, ci sono bambini che nascono con il pallone accanto e ci vanno a letto tutte le sere; io, invece, non sono mai riuscito a fare due palleggi di fila. Non ho mai giocato a pallone, ma in compenso ne ho visto tanto.

Riavvolgendo un po’ la memoria, credo fosse il 1993 o il 1994. Spesso il pomeriggio andavo a casa di un mio compagno delle scuole medie, lui tifosissimo della Juventus, io ignaro di tutto. Abitava a centro metri da casa mia e una sera mi invitò a rimanere a cena. Giocava la Juventus, credo fosse una partita di Coppa Campioni. Non ricordo nulla di quella partita, ma rammento che la serata fu un divertimento assoluto e capii che il calcio, anche se giocato dagli altri, poteva essere coinvolgente. Iniziai a seguire seriamente il campionato, ascoltando le partite per radio; in quei tempi, che i più nostalgici chiamano il “calcio dei romantici”, non c’erano le pay-per-view, quindi le partite si ascoltavano a “Tutto il calcio minuto per minuto” rigorosamente in contemporanea alle 14:00, per poi attendere “Novantesimo Minuto” nel tardo pomeriggio per vedere “il contributo video”, come si diceva una volta.

Il calcio in Italia era al suo apice: tutti i migliori calciatori erano nel nostro campionato, in Europa dettava legge prima il Milan di Sacchi, poi quello di Capello. Non avendo una squadra del cuore (il Livorno a quei tempi navigava tra fallimenti e Serie C), cominciai a interessarmi a una piccola squadra di provincia che aveva vinto la Coppa Italia e poi la Coppa delle Coppe: il Parma. Da lì nacque un amore viscerale per la squadra gialloblù. Era una piccola realtà calcistica che, grazie ai soldi della Parmalat e alla determinazione del presidente Tanzi – un altro presidente-padrone-tifoso sulla scia dei Berlusconi, Moratti, Cragnotti – diventava sempre più competitiva anno dopo anno. Dai primi giocatori di provincia sconosciuti, come capitan Minotti, Mussi, Apolloni, Benarrivo, si passò a calciatori di spessore come Zola, fino ad arrivare a quella che è stata una delle migliori formazioni italiane di sempre: la vincitrice della Coppa UEFA del 1999 con Malesani allenatore.

La formazione la so a memoria e ancora oggi una squadra del genere farebbe man bassa in campionato e forse anche in Europa: una difesa con Buffon, Sensini, Thuram, Cannavaro e un attacco composto da Veron, Crespo e Chiesa sarebbe oggettivamente “overpowered” ed economicamente insostenibile. Insostenibile lo fu anche allora perché, al di là del fatto che la squadra un campionato non lo vinse mai, all’inizio del millennio si scoperchiò il caso Parmalat con i suoi debiti e le sue frodi. Tanzi, che beveva latte in elicottero, divenne un imputato con il sondino al naso in un’aula di tribunale. Il buco da 14 miliardi di euro nei conti della Parmalat affossò migliaia di famiglie, di lavoratori e la squadra. La società fu messa in amministrazione controllata e i migliori giocatori vennero tutti ceduti. Il Parma Calcio iniziò un lento declino tra retrocessioni, fantomatici proprietari, miracolosi salvataggi sia economici che sportivi, fino al definitivo fallimento nel 2015. Verrà acquistato dalla famiglia Barilla e, sebbene a fronte di una situazione finanziaria stabile, non ha per il momento più raggiunto le vette degli anni Novanta.

La prima volta che misi piede in uno stadio fu l’11 gennaio 1995, quando il mio compagno di classe mi invitò ad andare allo stadio con lui e suo padre a vedere Livorno – Bologna, ottavi di finale di Coppa Italia di Serie C. Finì 2 a 2, con la doppietta della “Volpe Rossa” Bagnoli a recuperare il doppio vantaggio dei felsinei. In quegli anni il Livorno era in Serie C2, mentre il Bologna andava a gonfie vele in C1, squadra che poi sarebbe arrivata negli anni successivi in Serie A e avrebbe iniziato un glorioso ciclo sportivo con Ulivieri in panchina, prima con Roberto Baggio e poi con Beppe Signori in campo. Anche se la mia squadra del cuore era ormai il Parma, in un mondo dominato da juventini e interisti, frequentando tutti i giorni ragazzi della mia età che erano ultras amaranto, iniziai ad andare allo stadio anche io. Il Livorno finalmente riuscì a vincere i play-off di Serie C2 girone B nel giugno del 1997, in finale con la Maceratese per tre a zero. Seguiranno poi ben due finali perse dei play-off per la promozione in Serie B: quella del rocambolesco e tanto discusso campionato 1997-1998, culminato con la partita persa a Perugia contro la Cremonese, e quella della stagione 2000-2001 persa contro il Como.

Complici quindi la dissoluzione del Parma e le delusioni sportive del Livorno Calcio, con il cambio del millennio e tutta una serie di situazioni personali piuttosto particolari spensero improvvisamente il mio interesse per il calcio.

Ricordo però con piacere, e con quel tipico brivido di tenerezza che si ha quando si vanno a pescare dalla memoria frammenti della nostra infanzia rimasti lì, messi sottovuoto per non essere intaccati dal tempo, alcuni momenti legati al calcio, spesso veri e propri riti. La domenica pomeriggio in casa ad ascoltare le partite alla radio, la sciarpa del Parma sul televisore quando c’erano le Coppe, “Domenica Sprint” con la Clerici (sì, quella de “La Prova del Cuoco”) in TV ad ogni costo. Ricordo anche che mi comprai un piccolo televisore in bianco e nero da sette pollici per poter vedere in santa pace “Galagol”, una trasmissione sportiva in onda su Telemonte Carlo (ora La7) e condotta, tra i tanti, da Alba Parietti e Massimo Caputi.

Poi c’erano anche dei momenti estremamente leggeri, come “Guida al Campionato” all’ora di pranzo della domenica, con le super sfide tra bomber e l’improbabile pendolino di Maurizio Mosca, e “Mai dire Gol” con la Gialappa’s e tutte le sue strampalate rubriche. Come non citare poi il mitico Fantacalcio, quando al tempo esisteva solo quello della Gazzetta della Sport, con il listone in versione cartacea e la formazione data rigorosamente per telefono.

A livello di delusioni sportive, vanno inserite anche quelle azzurre, con i rigori ai mondiali del 1990, 1994 e 1998, l’Europeo perso al golden gol nel 2002, i mondiali truffa nel 2004.

Il calcio tornerà con la promozione del Livorno prima in Serie B e poi in Serie A. Ma questa è un’altra storia, nata per altri motivi e proseguita per altre vie. In fondo non ero più un adolescente. Ad oggi il calcio l’ho confinato nella sezione “attualità”, anche perché ormai è un prodotto liquido che non può più essere imbrigliato in riti o liturgie ben precise; prima il calcio era un appuntamento, scandiva le giornate, segnava i calendari, racchiuso nella voce di una persona che in un segnale radio spesso tremolante ci raccontava cosa vedeva. Ora è un prodotto sempre a disposizione e fruibile in tutti i modi. È come se mangiassimo il panettone tutto l’anno: a qualcuno potrebbe far piacere, ma si andrebbe a perdere quell’esclusività legata a una tradizione.

Ovviamente tutto questo aveva anche una controparte digitale di cui ho già parlato in questo articolo.

Tutta questa introduzione, oltre a servire per “fare ciccia” in un articolo che probabilmente sarebbe già finito prima di cominciare, serve a spiegare il perché della mia personalissima “challenger”: in tre stagioni, riportare il Parma sul tetto del mondo. Era una cosa che mi ero messo in testa già quando in primavera avevo letto che EA Sports FC 25 sarebbe sbarcato sul Game Pass nel periodo estivo. L’avrei sfruttato anche per fare una pausa dai titoli che ancora devo provare ma che hanno una forte componente narrativa, un gameplay complesso oppure un monte ore troppo alto.

Alla fine ho fatto solo una stagione, poi mi è salita una nausea mortale che mi ha fatto abbandonare il gioco. Il problema non è stato il gioco in sé, che qualche difetto evidente ce l’ha anche lui, ma il mio non richiedere più in certe forme il “prodotto calcio”. Oltretutto, da “grande” fatico a giocare simulazioni di prodotti già presenti nella realtà, motivo per cui non gioco a nessun gioco di Formula 1: quella la seguo assiduamente dal vivo e non mi va di fruirne anche in digitale (nel caso avessi una postazione come dico io forse potrei fare un’eccezione).

Ma andiamo con ordine. Come on guys!

Premetto che, prima di questa esperienza, nell’estate del 2022 avevo provato FIFA 22 sul Game Pass (però su console) concentrandomi sulla versione FIFA Ultimate Team (FUT). Ormai la conoscono tutti: la squadra è composta sostanzialmente da “figurine” di rarità diverse che rappresentano giocatori reali, ognuno con le proprie “skill”. L’intento è quello di creare la rosa dei nostri sogni per poi disputare leghe online dalla difficoltà e prestigio sempre crescenti. Con una meccanica simile a quella dei giochi di ruolo, c’è un sistema di “loot box”, ovvero pacchetti specifici di carte casuali dove all’interno si trovano sia giocatori sia oggetti cosmetici per la propria squadra. Ovviamente anche i pacchetti possono avere diverso valore ed è possibile acquistarli tramite crediti FUT o FIFA Points. Si possono guadagnare crediti giocando o vendendo oggetti e giocatori sul mercato. Questo nel tempo ha creato un vero e proprio mercato azionario dei calciatori, tanto da essere stato vietato per un certo periodo in Belgio e Olanda perché pratica equiparata al gioco d’azzardo.

Senza fare troppo il moralista, questa modalità è divertente ma figlia dei tempi in cui viviamo. Come funghi sono nati siti, piattaforme, contenuti su YouTube in cui si parla di quali giocatori comprare, quali vendere, quali moduli utilizzare e così via. Fateci caso che non ho ancora menzionato il gameplay, ma fuggo inesorabilmente da FIFA e dal suo FUT.

Decido quindi di iniziare una carriera con il Parma e subito all’inizio balzano all’occhio un paio di difetti: per questioni di diritti alcune squadre non hanno i nomi originali (l’Atalanta ad esempio si chiama Bergamo Calcio), la qualità delle animazioni è pessima e il gioco non ti accende mai quella “garra” che ci dovrebbe essere in un campionato di calcio. Tutto molto piatto, anonimo e precompilato. Non è da meno anche l’aspetto manageriale della squadra, con le conferenze stampa formate dalle solite domande e le solite risposte.

Ma scendo in campo lo stesso. Formazione standard predefinita dal gioco, un 5-3-2 che punta tutto sul contropiede, difficoltà su principiante. Le prime partite sono facili, forse un po’ troppo. La porto su Esperto, oltre a sistemare per bene la telecamera e tutti gli altri comandi in modo da avere sì degli aiuti, ma comunque con un po’ di libertà decisionale. Imposto anche la modalità Simulazione, ovvero come la CPU gestisce l’altra squadra. Il ritmo cala, si vede un calcio un po’ più giocato e ragionato. Nel frattempo intuisco che Suzuki, Bernabé e Bonny hanno qualcosa in più degli altri. Con un’abile mossa di mercato mi accaparro Matthis Abline, classe 2003 di proprietà del Nantes, acquisto che si rivelerà veramente ottimo. Per il modulo che adotto non ho molti ricambi nella rosa, cerco di far evolvere i giocatori nei rispettivi ruoli, mi assicuro dei buoni preparatori, sguinzaglio gli osservatori alla ricerca di giovani promesse, provo anche un altro modulo molto più offensivo. Nel frattempo la squadra va bene, sono primo in classifica senza troppi patemi, ma le partite diventano spesso una goleada. Decido di cambiare la difficoltà impostandola su Campione, ma qua cominciano le prime perplessità sul gameplay: tra Esperto e questa c’è una differenza notevole, segno anche di un cattivo bilanciamento. Com’è possibile che McKennie diventi all’improvviso Garrincha?

Oscillo tra queste due modalità, con un Venezia ultimo in classifica capace di battere me e pareggiare con l’Inter capolista. Faccio un po’ di sapiente “turnover”, ormai i giocatori per ruoli e rotazione sono sempre quelli, ma nel mercato di gennaio riesco a fare un altro ottimo colpo, acquistando il terzino destro Gastón Martirena dal Racing Club. Purtroppo però l’aspetto manageriale si conferma sempre ripetitivo, con le trattative sempre uguali, le esternazioni dei giocatori sempre uguali e sempre fine a se stesse e così via. Riesco comunque a vincere il campionato alla penultima giornata, avendo dilapidato un bel vantaggio di punti. Però come è possibile che una squadra con un 5-3-2 basato sul contropiede possa realizzare 137 reti e subirne 56?

Questo probabilmente è dovuto a un gameplay la cui natura intrinseca è quella sempre del gol in più e mai del gol in meno. Si ok, si può lavorare su qualche impostazione, su qualche comando ai giocatori, ma l’anima del gioco resta quella, perché in fondo il gol è spettacolo. Nel FIFA del 2022 che avevo provato i giocatori in difesa “scappavano” letteralmente, qui non si ha questa sensazione, ma comunque la fase difensiva è forse quella più sacrificata, soprattutto alle difficoltà più basse.

Su altre cose come il movimento dei giocatori, il controllo della palla, i contrasti, ormai lo standard raggiunto è sicuramente di alto livello, anche se io ho notato un “downgrade” grafico non di poco conto, segno che anche gli occhi sono buttati più verso la parte console che non la parte PC.

In conclusione posso dire che EA Sports FC 25 è stata un’esperienza sbagliata nel momento giusto. Già dopo le prime partite di campionato, avevo il latte alle ginocchia nonostante io sia cresciuto a pane e pallone. Peccato perché era l’ideale per chi come me in questo momento non ha molto tempo libero o non vuole cose troppo impegnative e in dieci minuti si fa un turno di campionato. Complice anche un prodotto poco emozionante sotto l’aspetto tecnico, poco immersivo per quanto riguarda le ambientazioni e tutta la parte manageriale, dei risultati di stampo tennistico mi hanno definitivamente allontanato dal gioco, facendomi fare solo il primo anno di carriera.

Ok che non si può morire tutte le sere contro orchi, zombie e mostri, ma nemmeno si può morire dalla noia rincorrendo un pallone.


EA Sports FC 25 (EA Vancouver, Electronics Arts, 2024 , versione PC tramite Game Pass Ultimate)


In voga