Nel momento in cui sto scrivendo questo articolo non so bene quando lo pubblicherò, fatto sta che questi sono solo una piccola parte dei dischi che ho ascoltato nel periodo estivo. Nei prossimi mesi verrà anche la necessità di pensare già alle migliori uscite di questo 2025 e per avere anche un quadro più completo potrei fare anche un solo articolo di dischi ascoltati ma che non ho trovato interessanti (il che non vuol dire necessariamente brutti).

Ma andiamo con ordine. Come guys!

Hexvessel – Nocturne (2025)

Ogni volta che mi approccio a un disco anche solo vagamente black metal lo faccio sempre con molto rispetto e devozione, dato che mi sto avvicinando a questo genere solo da qualche anno. Alcune cose mi piacciono, altre ancora no e forse non mi piaceranno mai. Nel primo caso rientra l’ultima fatica di Mat ‘Kvohst’ McNerney (di origini inglesi, ma da molto tempo attivo nel mondo scandinavo) che con una delle sue creature, gli Hexvessel appunto, ha prodotto un lavoro interessante, il settimo in studio per la band.

Pescando a piene mani dalla tradizione del black metal classico, con riferimenti a Darkthrone, Emperor, e a soluzioni tipiche di Quorthon e Burzum ed intrecciando abilmente interludi acustici ed elementi come synth cosmici, folk e doom su un telaio appunto tipicamente black metal, riescono a confezionare un prodotto dalle molte anime. Ad esempio, Sapphire Zephyrs è un tappeto elettrico di fattura black metal, arricchito da chitarre acustiche, la voce pulita di Kvohst, interludi in scream e un suono complessivamente solenne ed emozionale. Oppure A Dark & Graceful Wilderness, che ricorda vagamente le ultime cose degli Amenra, con un cantato ai limiti dello spoken word su chitarre zanzarose. C’è anche Concealed Descent, dove sembra persino di sentire i Radiohead.

In definitiva, il progetto Hexvessel potrà non riscontrare il favore dei puristi del black metal, ma per chi come me non è ancora avvezzo a certe sonorità, questo suono derivativo può risultare molto interessante.

Joe Bonamassa – Breakthrough (2025)

Su Joe Bonamassa, da queste parti, si è già detto tutto e di più, visto anche il recente concerto romano, in contemporanea con questo nuovo album, il ventiduesimo.

Come sempre, Bonamassa confeziona un album impeccabile, alternando scorribande elettriche (Breakthrough, Trigger Finger), power ballad che a me piacciono poco (Life After Dark, Broken Record, Shake this Ground), easy listening (Still Walking with Me), a momenti più marcatamente bluesy (Pain’s on Me) e a quelli più vicini all’hard rock (You Don’t Own Me).

Prodotto dal fidato Kevin Shirley assieme a Tom Hambridge, Bonamassa confeziona un album che non si discosta molto dal suo standard, ma lo fa sempre con la maestria, la tecnica assoluta e la sincera passione che lo contraddistinguono da quando ha imbracciato la sua prima chitarra.

Loscil – Lake Fire (2025)

Anche questo compositore canadese, all’anagrafe Scott Morgan, è una vecchia conoscenza. Tra collaborazioni e progetti paralleli, l’avevo un po’ perso di vista, rimanendo fermo a Monument Builders (2016).

Questo nuovo lavoro mi ha piacevolmente sorpreso. Tra droni densi e un sound design minimalista ma ricco di sfumature, Lake Fire disegna paesaggi sonori nati dalle ceneri degli incendi. Un ciclo naturale di distruzione e rigenerazione percepito chiaramente da Morgan durante un viaggio tra le montagne della British Columbia segnate dai recenti roghi boschivi.

Il disco è di fatto una lunga suite di circa un’ora, con piccole variazioni sulla sua traccia monolitica principale. Un gradito ritorno di livello superiore.

BIG|BRAVE – OST (2025)

Di loro ho già parlato più volte negli ultimi anni, ma la loro bulimia compositiva mi sta facendo perdere un po’ la bussola. Va loro dato atto, però, che questo disco si basa su uno strumento a corda particolare, costruito dallo stesso Matthieu Ball smontando un pianoforte abbandonato.

Ne viene fuori un suono cupo e metallico, una sorta di marimba distorta, su cui si regge quasi tutto il lavoro. Il disco è nato da una serie di improvvisazioni registrate dal trio con strumentazione libera, soprattutto sintetizzatori, il tutto immerso nelle tipiche distorsioni noise della band.

Il risultato è un unicum nella discografia del gruppo canadese, con un suono volutamente scarnificato e la voce della Wattie quasi totalmente assente. L’album è ipnotico, ma anche molto cinematografico, quasi fosse una vera e propria colonna sonora.

L’ho ascoltato più volte e il mio giudizio è intermittente: probabilmente sono io che mi aspettavo qualcosa di diverso.

Katatonia – Nightmares As Extensions Of The Waking State (2025)

I Katatonia, giunti al loro tredicesimo disco in studio, sono una delle band che si possono annoverare, ad oggi, tra quelle che sono diventate “altro da sé” rispetto agli esordi. Qui la questione si fa sia complicata che estremamente divisiva, perché nella musica il cambiamento, al netto dei motivi per cui lo si fa, porta sempre ad accontentare qualcuno e a scontentare altri. Alcune band sono diventate di fatto dei progetti solisti di alcuni loro membri, altre hanno cambiato così tanto la propria proposta da richiedere quasi un cambio di nome. Ai Katatonia non si può di certo rimproverare il fatto di essere una band immobile, anche se con risultati alterni, molto alterni.

Io ho conosciuto i Katatonia all’indomani dell’uscita di The Great Cold Distance, un disco che, se ascoltato ancora oggi a distanza di vent’anni, mantiene ancora degli spunti interessanti, vuoi per le linee vocali di Renkse, vuoi per alcuni incroci di chitarre tra Nyström e Norman. Tuttavia, credo che il miglior periodo della band, o almeno quello che incontra di più i miei gusti, sia quello dopo l’uscita di Brave Murder Day (1996). Renkse aveva il desiderio di creare musica più emotiva e ha spinto la band a muoversi in questa direzione, realizzando Discouraged Ones (1998). Firmato un contratto con la Peaceville, con Renkse non più dietro alle pelli, e con l’inserimento del fratello di Norman e l’uscita di Mikael Åkerfeldt, hanno realizzato gli album Tonight’s Decision (1999) e Last Fair Deal Gone Down (2001).

Questi dischi io li ho ripresi a ritroso e quando uscì Night Is the New Day ero tutto bello galvanizzato, ma del disco ricordo solo dei momenti, che sì ok, ti si piantano nella testa, ma poi poco altro. È come quando di un film ti ricordi solo un paio di scene giuste o battute fighe: lo dai per “visto” ma in cuor tuo sai che, in realtà, no. Da qui in poi il mio rapporto con la band svedese è stato questo: un sussulto alla lettura di una nuova uscita e un ascolto che non mi rimane. Motivo per cui non ho ancora recuperato gli ultimi tre album, The Fall of Hearts (2016), City Burials (2020) e Sky Void of Stars (2023).

Ma visto che di questo nuovo Nightmares As Extensions Of The Waking State avevo letto più che bene, mi sono deciso a dargli un ascolto. Dopo l’addio, con una bella dose di polemica, di Nyström prima della composizione e registrazione di questo disco, nel gruppo ad oggi non vi è più nessun membro né della formazione originale né di chi ha prodotto i dischi degli anni Novanta: di fatto è la band solista di Renkse a nome Katatonia.

Proprio per questo, tale lavoro risulta difficilmente inquadrabile, anche perché alla lunga è un disco che man mano che va avanti, evapora sempre di più. Pur con un irrobustimento del suono, virando verso strutture più complesse che guardano più a The Great Cold Distance (l’opener Thrice) e Night Is the New Day (The Liquid Eye), il disco e con esso le idee di Renkse, si gioca tutte le sue carte in poche battute: troviamo i climax con un bell’assolo in Temporal e le belle aperture in salsa prog di The Light Which I Bleed.

Renkse si impegna, ma l’essere al centro del progetto non gli permette di bilanciare tutte le componenti del disco: è il caso sia di Wind of no Change che di Lilac, dove sembrano tre canzoni in una, un po’ raffazzonate tra loro. Departure Trails, Warden e In the Event of vorrebbero fare dell’atmosfera intimista il loro “core”, ma alla fine risultano invece solo degli inutili filler estremamente verbosi e di fatto trascurabili, rimarcando anche una certa stanchezza compositiva.

Fa strano che la miglior canzone sia Efter Solen (cantata per la prima volta in svedese), che però di “metal” non ha niente, in quanto è una canzone che si snoda prevalentemente su un tappeto elettronico. Potrà essere questo il prossimo territorio da esplorare per i Katatonia?

Deep Purple – Burn (1974)

Allora, qui, oltre a fare un mea culpa, c’è da fare anche una digressione storica. Il mea culpa è perché credo di non aver mai ascoltato questo album come si deve, in virtù del fatto che ho sempre considerato la band nei periodi “Mark I” e “Mark II”, tralasciando spesso tutto il resto (ma ne avevo i miei motivi).

In breve, i Deep Purple nella formazione Mark II (Gillan, Blackmore, Glover, Lord, Paice) tra il 1970 e il 1972 hanno tirato fuori tre dischi (In Rock, Fireball, Machine Head) che getteranno le basi per quel filone dell’heavy metal più energico e furibondo. Tre album imprescindibili sia per il genere che per chi lo ascolta.

Sempre nel 1972, esce uno dei migliori live di sempre: Made in Japan, la registrazione di tre date tenute nel Sol Levante, due a Osaka e una a Tokyo.

Nel marzo del 1973 vede invece la luce il loro settimo album in studio, Who Do We Think We Are, ma la band è sfinita e l’album risulta meno ispirato e innovativo dei precedenti. Gillan, stressato dai crescenti contrasti personali con Blackmore e dal fitto calendario dei concerti, aveva infatti già annunciato da diversi mesi la sua intenzione di lasciare la band, ritirandosi in un primo momento da ogni attività musicale. A questo punto, a Blackmore si presentò la possibilità di diventare il “padre padrone” della band e, in un colpo solo, liquidò anche Roger Glover. La scelta del nuovo bassista ricadde su Glenn Hughes (allora bassista/cantante nei Trapeze), un artista potenzialmente in grado di assumere il duplice ruolo di cantante e bassista, ma la predilezione del management per la formula “a cinque” impose la ricerca di un successore di Gillan. La scelta ricadde su l’esordiente David Coverdale. Con questa formazione, i nostri registrarono a Montreux, sul finire del 1973, il materiale per Burn, disco che vedrà la luce nei primi mesi del 1974.

Ah, volete sapere com’è andata a finire? Dopo un lungo errare, Gillan e Glover torneranno nei Deep Purple (dove sono tutt’ora), Blackmore, oltre ai Rainbow, fonderà altri progetti e Coverdale creerà i Whitesnake.

Con un Blackmore sempre alla ricerca di nuove sonorità, la struttura rimane comunque il classico hard rock dei Deep Purple (si veda la title track), ma in Burn diviene più orientata al boogie (What’s Goin’ on Here), incorporando elementi di soul (Mistreated) e funk (You Fool No One), che sarebbero diventati ancora più marcati nell’album successivo, Stormbringer. Parzialmente composto in Italia ma ultimato in Germania, il disco non ha nulla da invidiare ai precedenti; in cui tutto è a fuoco e in cui spiccano come sempre le tastiere di Jon Lord (A 200) e dove il buon Coverdale, pur non avendo l’estensione vocale di Gillan, lavora su territori a lui più congeniali offrendo una prestazione da crooner consumato.

Burn è stato il primo disco con la formazione denominata Mark III. Anche se Hughes partecipò attivamente alla composizione dei brani, comparirà nei crediti solo nella ristampa per l’anniversario dei 25 anni.


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