Mi sto avvicinando alla fine dell’anno in cui cerco un po’ di fare mente locale e di capire che anno è stato. Le miglior cose sono capitate nel periodo subito dopo le vacanze però c’è ancora tempo per trovare qualcosa di buono che mi è sfuggito.
Ma andiamo con ordine. Come guys!
Blood Abscission – II (2025)

Dopo il debutto con l’Ep “I” nel 2023, questo “II” rappresenta il primo lavoro sulla lunga durata per questa band della quale non si sa letteralmente niente. Ho cercato notizie in merito, ma non vi è traccia di chi siano e da dove vengono, niente di niente.
Tutto questo mistero non fa che aumentare la tensione che si respira ascoltando questo album. Al black metal atmosferico degli Ulver, Emperor ed Agalloch uniscono le divagazioni post di progetti più recenti come The Hauntologist e Mgla, dove piccole ma potenti sinfonie stratificate create dalle chitarre vengono spezzate da una una voce furiosa che si alterna ad una calma mistica e trascendente.
Magari non sarà adatto ai puristi del genere ma attenzione perché questo potrebbe essere uno dei migliori dischi di questo 2025.
Drunken Crocodiles – Aegony (2025)

I Drunken Crocodiles sono un power trio parmense, fondato dal bassista e cantante Elia Borelli con l’inserimento dal 2021 del batterista Simone Silvestre e del chitarrista Federico Pardini, alla loro seconda prova in studio.
Cercando la copertina per questo articolo mi era sorto più di un dubbio, ma poi ho scoperto che è ispirata alle bambole di Bellmer e vuole richiamare l’idea “della stretta dell’ego sull’animo umano”. Un tema che compare già nell’intro di First Point of Libra dove vengono citate le parole del filosofo Emil Cioran (“Siamo costretti all’io, al veleno dell’ego“).
Questo è il concetto che sta alla base di questo lavoro, in un disco che via via srotola con maestria una commistione di generi, tra il grunge anni ‘90 dei primi Nirvana (Autojektor) e Pearl Jam (Slow Burn), lo stoner dei Kyuss (Rainmaker), alternando schegge di punk rock citando De Sade (Le Divin Marquis) e noise rock (Homo Homini Lupus) con il sound colloso dei Melvins. Chiudono in acustico le parole di Giordano Bruno (“Non so quando, ma so che in tanti siamo venuti in questo secolo per sviluppare arti e scienze, porre i semi della nuova cultura che fiorirà, inattesa, improvvisa, proprio quando il potere si illuderà di aver vinto”) in First Point of Aries.
Un progetto interessante per una band dalle intenzioni serie ma che deve fare po’ esperienza nel mettere insieme tutti i vari pezzi. Al di là della musica, vorrei lasciare qua le parole che ho letto nella loro pagina su Bandcamp:
“Ogni brano ruota attorno a una storia reale che stimola l’osservazione di diverse prospettive sulla potente capacità dell’ego di trasformare radicalmente la natura umana, che, in superficie, sembra una condizione favorevole; tuttavia, la criticità diventa evidente nel profondo della questione: l’ego, così impropriamente percepito, porta solo al desiderio di dominare gli altri, di affermare il proprio io egoista, a un’illusoria elevazione personale a spese degli altri. L’Altro viene calpestato dalla brutalità dell’Io. Ci perdiamo nei pensieri, immaginando la reale possibilità di un Io pacifico e collettivo che assicuri un’evoluzione basata su ideali di obiettivi comuni in cui le azioni dell’individuo sono strettamente connesse agli altri e al mondo esterno con l’unico scopo di raggiungere il benessere universale. Questa soluzione richiede uno sforzo che l’umanità non ha mai immaginato di compiere e che forse può coincidere solo con un’utopia, ma noi crediamo (e molti credono) che il percorso attuale sia un’esperienza che ci sta lentamente ma inesorabilmente conducendo verso la via della consapevolezza: così, errore dopo errore, generazione dopo generazione, troveremo la strada giusta da seguire.”
Park Jiha – All Living Things (2025)

Quarto disco per la musicista coreana che segue l’ottimo The Gleam del 2022. Produzione interessante questa, un ambient music che si discosta dai lavori occidentali grazie all’utilizzo strumenti alquanto curiosi come lo yanggeum (uno xilofono coreano), lo saenghwang (un organo coreano a bocca a canne libere) e il piri (un flauto coreano) insieme a strumenti classici come glockenspiel, campane e campionamenti elettronici.
Le vibrazioni che traspaiono da un lavoro del genere sono un salvifico balsamo contro matti che urlano di un’apocalisse imminente.
Moonlight – Haze Beyond (2025)

Cerco sempre di perdere poco tempo dietro a dischi di cui non ne vale la pena. Ma quando, su più di una nota webzine, un disco come questo viene recensito ad una determinata maniera mi viene subito il sangue amaro e non posso che pensar male. Già la copertina sembra uscita da un prompt sbilenco su ChatGPT, in un symphonic power metal che in realtà è un pop velleitario con delle linee vocali banalotte e stucchevoli già al primo ascolto. Basterebbe il video di Chase The Light, con tutta la band fuori tempo e la cantante Chiara intenta a disegnare improbabili figure con le mani per poi finire a strapparsi il cuore dal petto.
Pino Scotto – The Devil’s Call (2025)

Tutti ormai conosciamo il buon vecchio Pino Scotto, classe 1949, figura storica del panorama heavy metal italiano e non solo, frontman dei Pulsar, dei Vanadium e dei Fire Trails. A Pino non si può volere male anche se da un decennio a questa parte si è ritagliato il suo spazio in tv stando appollaiato su un cassa a fare a gara a chi è più ruuuock a suon di insulti diventando l’ennesimo contenuto da cervello spento dai sminuzzare e dai impasto ai social.
Se in tv se ne sta fermo, non si può dire altrettanto della sua attività in studio, tirando fuori un disco nuovo ogni due o tre anni. Però, complice la pausa per la pandemia, ci sono voluti cinque anni per un nuovo lavoro dopo l’ultimo Dog Eat Dog, datato 2020.
In questo The Devil’s Call il ritorno di Steve Angarthal, anche lui ex Fire Trails, coincide con una virata su sonorità decisamente più rock e blues. Ne viene fuori un album dal groove curato e particolare grazie a soluzioni chitarristiche interessanti ma molto spesso vi sono delle linee vocali tremende, soprattutto nelle ballate, cui Pino non si sa bene quale strada voglia prendere, a mezza via tra Joe Cocker e Lucio Dalla sotto vocoder.
Per il resto, lunga vita a Pino Scotto.
Diamond Head – Lightning To The Nation (1980)

I Diamond Head sono un gruppo musicale heavy metal britannico fondato nel 1976 dal chitarrista Brian Tatler e dal batterista Duncan Scott a Stourbridge, Inghilterra. La formazione fu poi completata con l’ingresso al basso di Colin Kimberley e di Sean Harris alla voce.
Facenti parte di quel calderone di band inglesi che stavano gettando i semi della New Wave of British Heavy Metal, i Diamond Head pubblicarono i primi due demo autoprodotti nel 1977 e nel 1979, il che gli garantì l’apertura di alcuni concerti degli AC/DC e deglli Iron Maiden, anche loro nei primi anni di vita.
Dopo un paio di singoli (Shoot Out the Lights e Sweet and Innocent) pubblicati con la propria casa discografica, la Happy Face Records, arrivò il primo lavoro sulla lunga durata intitolato Lightning to the Nations. In realtà il disco non ebbe ufficialmente un titolo e solo successivamente fu adottato questo nome. L’album fu registrato in soli sette giorni presso gli studi di registrazione “The Old Smithy” di Worcester mentre la copertina dell’album fu completamente bianca e senza la tracklist, con la firma di uno dei componenti ed una tiratura di sole mille copie.
Riescono quindi ad avere un contratto discografico con la MCA records con cui realizzano Borrowed Time nel 1982 e Canterbury nel 1983. In quest’ultimo lavoro la band cerca di cambiare il proprio stile andando a pescare nel progressive ma, tra l’insoddisfazione di fan che boicottarono il disco e le pressioni della casa discografica, mandarono in crisi la band di Tatler e soci, decretandone lo scioglimento anzitempo. Nel tempo proveranno a riformarsi, senza però produrre dischi di rilievo.
Per fare arrivare ai giorni nostri i Diamond Head, ci sono voluti i Metallica quando, nel 1998, rilasciarono Garage Inc., dove inserirono la cover di I Am Evil? originariamente registrata e pubblicata nel 1984 come B-side del singolo Creeping Death ed inserita come bonus track dalla Elektra nella ristampa di Kill ‘Em All del 1988.
Così di primo acchito li avevo piazzati tra quelle band che nell’economia dello sviluppo di un genere si rivelano fondamentali (in questo caso l’heavy metal di stampo classico) ma che poi non riescono ad andare oltre al circolo degli appassionati o degli addetti ai lavori per motivi diversi, vuoi per l’incostanza dei suoi membri o qualche bega con produttori o case discografiche. Ma dopo un paio di ascolti mi sono enormemente stupito di come una band con un suono così potente e moderno non avesse catturato la mia attenzione già da tempo. Poi, un po’ interdetto dalla cover di No Remorse dei Metallica (che è del 1983) e leggendo il libro “La storia dell’hard rock e dell’heavy metal” (di cui a breve pubblicherò un articolo) ho scoperto il trucco: l’album che avevo ascoltato io, dal titolo Lightning To The Nation 2020 è la completa ri-registrazione fatta con una nuova line up, tra cui il cantante Rasmus Bom Andersen ed il solo Tatler della vecchia guardia, del disco originale del 1980. Oltre ai brani originali ci sono anche quattro cover: dopo la citata No Remorse dei Metallica c’è anche Sinner dei Judas Priest, Rat Bat Blue dei Deep Purple e un’imbarazzante Immigrant Song dei Led Zeppelin. Io mi devo cospargere il capo di cenere per l’errore ma tutta l’operazione la vedo una cosa tremenda e profondamente scorretta.
Nella nuova versione si perde completamente “quel” suono heavy tipo degli anni ‘80 che poi andrà ad influenzare gruppi del calibro come Iron Maiden, Megadeth e Metallica.
Nella versione dell’epoca infatti i brani dell’album erano ben caratterizzati da tutto l’armamentario del sound dell’epoca, fatto di attacchi nudi e crudi (Sucking My Love), riff sabbiosi ed inesorabili (Am I Evil?) ritmi galoppanti (The Prince, Sweet and Innocent) ed una produzione che portava ad un altro livello il sound e l’atteggiamento dell’hard rock alla Led Zeppelin tanto per intenderci.
Per gli amanti dei gagliardetti, nel 2008 la rivista metal giapponese Burrn! lo ha classificato come il terzo miglior “riff album” di tutti i tempi. mentre nel 2017 Rolling Stone lo ha classificato al 42° posto nella sua lista dei “100 migliori album metal di tutti i tempi”.
Inequivocabilmente un pezzo di storia ed un recupero imprescindibile.




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