Complice il giudizio poco entusiasta sulla scorsa edizione, a questo giro avevo stabilito di decidere all’ultimo se andarci o meno. Nonostante avessi fatto un paio di telefonate “pe’ sape’ come t’eri messo per la Milan Games Week” e un tentativo su BlaBlaCar a cui non ha risposto nessuno, ho visto che comunque a casa stavano tutti bene e quindi mi sono autoconvinto ad andare; o, più precisamente, a fare un blitz dalla mattina alla sera.

Le aspettative erano poche e sostanzialmente anche questa edizione ha ricalcato quella dello scorso anno. Se due indizi fanno una prova, mi vien da pensare che sia questa la dimensione della Milan Games Week del futuro e che, tra un’edizione e l’altra, gli organizzatori stiano cercando di trovare una quadra sensata. Non so i motivi precisi, ho solo delle ipotesi in merito, di cui parlerò alla fine.

Ma andiamo con ordine. Come on guys!

Anche qua, come successo a Lucca, gli organizzatori mi mettono le cose principali sempre nello stesso posto. Quindi, con il mio fido senso dell’orientamento — grazie al quale potrei riuscire a venir fuori anche dal labirinto dell’Overlook Hotel — riesco a parcheggiare sempre nel medesimo parcheggio e ad entrare dalla medesima porta, la Ovest. Qua non ci sono mura o braccialetti, solo un bel po’ di freddo.

Decido di togliermi il dente e mi dirigo subito nei padiglioni dedicati al gaming dove però noto una cosa che alla lunga si rivelerà la parte migliore della manifestazione. Appena entrati nel padiglione 9 c’è un’area gaming by Gamelife (il nuovo rebranding di GameStop dopo l’acquisizione da parte di CiDiverte), posizionata davanti al Level Stage e circondata da una zona fatta da stand di sviluppatori indie. Non che fossero zone di dimensioni enormi, ma almeno erano vicine e anche il semplice camminare permetteva di ascoltare gli interventi fatti sul piccolo palco o poter provare dei titoli in Kickstarter.

Altra scelta sensata è stata quella di rimettere nel padiglione 11 di fronte, se non proprio al centro almeno in bella vista, lo stand di Moonryde. Niente di roboante come qualche anno fa per carità, però almeno è un bel vedere by ASUS ROG e, tra un “brò”, un “frà” e strette di mano manco fossimo ad Harlem, si sono viste esibizioni di alto livello su Warzone e ARC Raiders, l’extraction shooter del momento.

Subito dietro, un interessante piccolo stand – anche se personalmente visto e rivisto – in cui si ripercorre la nascita del videogame e della sua evoluzione fino ai tempi nostri.

Ecco, diciamo che da qua in poi finisce la sorpresa iniziale ed inizia il déjà vu. Stand popolati da hostess in preda ad un continuo svapo che non si sa bene cosa stiano vendendo e cosa ci facciano lì, aree gaming dove per entrare a questo giro ti devi scaricare l’app di non so cosa e registrarti (almeno quest’anno avevano aggiunto anche un area con flipper e cabinati), tentennanti live show presentati da persone che non conosco, con ospiti che non conosco che parlano un linguaggio che non conosco.

Alle 10 all’Astoria.

Ho avuto la sensazione che sia tutto uno spettacolo utile più per chi lo fa (“Voglio sentire un kasino come non avete mai fatto in vita vostra” ha richiesto Un Non So Chi nell’area Gillette per la Bomber Cup) che per chi effettivamente lo segue. I brand di fatto non ci sono o, se ci sono, sono a traino di altri: per dire, PlayStation è con Gamelife, Activision ha messo un poster di Black Ops 7 sullo stand Monster, Microsoft poteva stare benissimo con Asus vista la recente collaborazione per la handheld, ma della casa di Redmond nessuna traccia. Solo Nintendo ha il proprio stand, ma si sa, la casa giapponese fa il suo campionato a parte. Non ci sono state presentazioni di qualche nuovo hardware, l’annuncio di qualche nuovo gioco, la presenza di qualche torneo di valore internazionale, la prova di qualche piattaforma veramente di spessore (ancora ripenso al simulatore Mercedes del 2022). Niente di niente.

Non va tanto meglio nei padiglioni 14 e 18, dove la parte fumetti è ridotta a piccoli stand Panini, Saldapress, Tunué e pochi altri minori, veri e proprio rivenditori e non editori. Il resto sono tutti stand di trading card, che sia Magic o Pokémon non fa differenza. Non c’è nessun produttore di giochi — penso ad Asmodee o Ravensburger — in cui si possano vedere dei board game o dei card game; lo stand di D&D vendeva felpe a 140 euro.

Il resto sono cosplay in cui certe donne credono troppo e altri in cui certi uomini hanno preso troppo sul serio la libertà di espressione.

Visto che però non mi hanno dato una pala per scavare una buca in terra o costretto ad ascoltare musica rap, la smetto di fare il brontolone. Oltre ad aver carpito, involontariamente of course, una conversazione tra un ragazzo ed una ragazza in cui lui, dagli evidenti gusti sessuali simili alla sua interlocutrice, asseriva che la di lei voglia smodata di fare una bella fatality al primo arrivato e di essere sbattuta a più riprese tanto da finire in tilt come un flipper, era imputabile in maniera fattuale alla sua decisione di abbandonare ogni forma di contraccettivo, vi sono stati anche dei momenti interessanti che hanno dato un senso alla trasferta milanese.

In primis sono riuscito a mettere le mani sul primo volume di Sandman di Neil Gaiman: lo so, è la versione pocket e per questo verrò fucilato in pubblica piazza, ma i volumi della versione completata Panini costano quasi 90 euro ciascuno, una cifra che potrebbe assicurare la radiazione dal mio attuale stato di famiglia. La versione DC pocket è composta al momento solo da 2 albi che coprono l’opera di Gaiman fino al volume 36. Vedremo se ne usciranno anche altri, ma 11,90 euro mi sembravano un modo accessibile per poter fruire di questa opera alla quale sono interessato da tempo.

Per dare un tocco culturale alla passeggiata, tramite la app mi ero segnato due panel al Level Stage rivelatisi molto interessanti. Il primo si chiamava “Cyberbullying is not a Game”. Condotto da Nic Bello, è stata presentata la campagna di sensibilizzazione fatta da Intred con la collaborazione di Favij – presente anche lui sul palco – e Polizia Postale, soprattutto nel mondo delle scuole, sul tema del cyberbullismo nel gaming. Con gli alunni di vari istituti sono state create 10 netiquette sul tema per cercare di tracciare un confine ben preciso tra il trash talking (il classico sfottò) e le offese che ben presto si trasformano in vere e proprie aggressioni verbali o abusi con ripercussioni anche nel mondo reale.

Ho anche preso appunti…

Il panel successivo, dal titolo “Women in games – Lavoro, prospettive e futuro del gaming”, è stato ottimamente condotto dai capelli sempre più lunghi di Jessica Armanetti, stavolta scevra da ogni tipo di costume ma come sempre molto gentile e disponibile a scambiare qualche parola a microfoni spenti. Ospiti sul palco tre donne: Cristina Nava (un passato in Ubisoft Milano, ora COO & Executive Producer presso Day 4 Night), Eleonora Lucheroni (Senior Associate Producer in Ubisoft Milan) e Cristina Anselmi (Machine Translation and AI Implementation Expert). L’incontro è stata l’occasione per parlare di come una buona parte dei videogiochi odierni ponga sempre di più l’accento sulla narrazione e sull’immersività delle scelte che essa porta a compiere; se sia possibile considerarli come elemento culturale al pari del cinema e della letteratura; di come la transmedialità di certi prodotti porti un travaso di conoscenza e competenze su fronti diversi e sulla necessità di sviluppare un linguaggio inclusivo di genere al loro interno anche a fronte di comunità non ancora pronte a riceverlo. Ovviamente non poteva mancare la considerazione sull’intelligenza artificiale, uno strumento da non temere in quanto ancora non perfetto, “creato dall’uomo per l’uomo”, che permette di ottimizzare quei processi produttivi la cui ripetitività è necessaria ai fini dell’opera ma non per questo redditizia, soprattutto per studi dalle dimensioni ridotte.

Scavare un po’ in profondità nelle esperienze lavorative delle persone invitate ha permesso di poter parlare del mondo dei videogiochi anche sotto l’aspetto prettamente professionale dove, al di là di budget e tempi di consegna presenti come in altri lavori, è innegabile che vi siano numerose possibilità grazie anche alla quantità di figure richieste. Il loro consiglio è quello di dare un po’ ascolto alla vocina che abbiamo dentro, di capire le nostre abilità, di fare rete con persone anche di altre realtà, di non aver paura di qualsiasi cambiamento e di avere quel pizzico di follia necessaria che ci permetta di abbandonare il proprio porto sicuro . (ve lo dice uno che da 25 anni lavora nello stesso posto). I temi toccati sono stati tanti, applicabili anche ad un contesto più generale oltre a quello dei videogiochi, con un tempo a disposizione di circa quarantacinque minuti volati via in un attimo.

Noi diversamente giovani continuiamo a chiamarli “autoscatto”.

L’ultima spilla in bacheca è stata quella di aver rivisto la barista più affascinante della galassia, la Nostra Signora del Noot’s Den: anche se libera dal servizio non si è risparmiata nel far gli onori di casa, intrattenendo avventori, cacciatori di taglie, cavalieri Jedi o semplici curiosi nella Star Wars Experience. La prossima volta le chiederò di prepararmi un bel ponce.

In conclusione, il giudizio finale sulla giornata non si discosta molto da quello dello scorso anno. Io sono un matusa poco avvezzo a certi prodotti e modi di comunicare moderni, sicuramente alla quarta volta l’effetto “questa è la mia Disneyland signore…” è un po’ scemato e ad anche il non avere una compagnia con cui passare la giornata ha certamente influito. Credo in tutta onestà che il livello della Milan Games Week sia questo: non è un evento particolare come Lucca Comics, ma solo “una fiera di paese” di dimensioni adeguate per la città in cui si svolge. Fare eventi del genere costa, i capannoni sono enormi, non sempre è facile riempirli a certe cifre, motivo per cui tante aziende o non ci sono o sono solo ospiti di altre. Ormai ogni città si fa la sua manifestazione e credo che questa sia anche troppo a ridosso di Lucca Comics, svoltasi meno di un mese fa.

Resta comunque il piacere di aver passato una giornata “in una cosa mia” e di aver dato, nella realtà, forma e contenuto a persone che vedo sempre su di uno schermo.

Quando hai l’ufficio marketing giusto.

Lascia un commento

In voga