
“La via che un uomo segue prefigura una fine certa, se egli vi persevera. Ma se egli abbandona quella via, anche la fine dovrà cambiare! Ditemi che è questo che volete mostrarmi!”
Al racconto di Dickens ho legato un ricordo di una giornata particolare, quelle cose che metti da una parte e che puntualmente ti vengono a trovare, suscitando quel sempreverde misto di tenerezza e nostalgia che in fondo rappresenta il tempo che passa. Cose tra padre e figlia, che vado subito a raccontare, senza remore.
Qualche anno fa, proprio in questo periodo, portai per la prima volta la nanetta maggiore a un villaggio di Natale. Tra elfi che imbustavano lettere e gnomi che incartavano regali, vi fu anche un simpatico spettacolo di burattini; vi si raccontava la storia di un vecchio avaro che la sera di Natale ricevette prima la visita del fantasma del suo vecchio socio in affari e poi di altri spiriti desiderosi di fargli vedere il passato, il presente ed il futuro. La storia non mi era nuova e ben presto mi ricordai che da piccolo avevo visto un cortometraggio della Disney intitolato proprio Canto di Natale di Topolino, con Paperone nel ruolo del vecchio, Topolino in quello del suo aiutante e Pippo in quello del fantasma del suo socio. Lo guardammo tutti insieme in famiglia e da quel giorno in poi, per far paura alle nanette quando a volte si nascondevano sotto il divano, per farle uscire pronunciavo alla maniera del fantasma il nome del protagonista: Ebenezer.
Arrivati ai giorni nostri, sempre per quella storia che le basi sono importanti e mannaggia alla televisione che ha rovinato tutto, mi era venuta la curiosità di leggere la storia scritta da Dickens nel 1843. Ho comprato questa edizione pensando fosse una graphic novel per “grandi e piccini”, invece è proprio il racconto originale accompagnato dalle belle illustrazioni di Manuele Fior, uno dei disegnatori più apprezzati in Italia e all’estero, collaboratore di grandi quotidiani e riviste tra cui La Repubblica, Il Sole 24 Ore, The New Yorker, Le Monde e Vanity Fair. Vista la particolarità della scrittura, aspetterò qualche anno per farla leggere alla nanetta maggiore in modo da non bruciarle il racconto; in fondo è solo in seconda elementare.
Ma andiamo con ordine. Come on guys!

Anno 1843. È il giorno della vigilia di Natale e in una Londra immersa in un freddissimo inverno vive un vecchio banchiere di nome Ebenezer Scrooge. Pur essendo molto ricco è estremamente avaro, egoista e crudele; non riesce ad apprezzare nulla se non il proprio denaro e odia tutto ciò che può portare gioia e felicità nel cuore delle persone. Ovviamente disprezza anche il Natale e tutte le festività, in quanto intralciano il lavoro ed il guadagno, essendo di fatto solo un promemoria del tempo che passa (“quando scopri di esser di un anno più vecchio ma povero come prima”, dirà al suo unico nipote per rifiutare un invito).
La sera, tornato a casa, solo e bilioso nei confronti di chi si sta apprestando a festeggiare la vigilia, comincia a vedere il volto del suo vecchio socio Jacob Marley, fino a quando questi non gli si presenta sotto forma di spettro, avvolto in catene fatte di registri contabili, lucchetti e casseforti, simbolo dei suoi peccati terreni legati all’avidità. Marley avverte Scrooge che anche il suo destino sarà pari al suo se non deciderà di cambiare vita. Per aiutarlo, nella notte lo verranno a trovare altri tre spiriti: lo Spirito del Natale Passato, del Natale Presente e quello del Natale Futuro. Queste visite spettrali lo costringeranno a confrontarsi con la sua solitudine, i suoi errori passati e il triste destino che lo attende se non cambierà il suo cuore.

Nonostante fosse stato scritto in sole sei settimane nel 1843 da Dickens per ragioni prettamente finanziarie (in quanto le sue opere precedenti non avevano generato i profitti sperati), Canto di Natale non fu solo un racconto a tema natalizio ma un’opera molto ispirata, con alla base alcune tematiche care all’autore. Quella centrale è la repentina presa di coscienza del proprio essere da parte di Scrooge, grazie ai dolorosi viaggi che compie nelle varie dimensioni del tempo con gli spiriti. Lo Spirito del Natale Passato farà rivedere a Scrooge la sua infanzia, sua sorella Fanny (che nel presente è morta, ma a lui della famiglia non interessa, sentimento ampiamente contraccambiato) ed i momenti in cui era ancora capace di amare e di gioire, ma anche gli istanti in cui ha iniziato ad abbracciare l’avidità. Lo Spirito del Natale Presente gli mostrerà che la felicità e la generosità esistono nel mondo indipendentemente dalla ricchezza, portandolo alla finestra dell’umile famiglia Cratchit. Bob, il capofamiglia, è il povero, sottopagato e maltrattato unico impiegato di Scrooge che, nonostante le proprie umili condizioni, riesce a tenere unita la numerosa famiglia attorno al figlio Tiny Tim, un bambino dalla salute cagionevole che senza le dovute cure mediche avrà il destino segnato. Netto è in questo caso il contrasto tra la solitudine di Scrooge nella sua casa e l’unione della famiglia Cratchit, simbolo della vera ricchezza rappresentata dall’affetto familiare nonostante la povertà. Silenzioso e terrificante, lo Spirito del Natale Futuro gli mostrerà in definitiva le conseguenze inevitabili della sua vita, in particolare la sua morte solitaria e la gioia degli altri per la sua scomparsa.
In sottofondo serpeggia un’affilata critica verso la società vittoriana dell’epoca in pieno sviluppo industriale, ben rappresentata dalla figura di Scrooge come borghesia capitalista che sfrutta i poveri lavoratori (come Bob Cratchit) in nome del profitto. Dickens era mosso da una forte indignazione per le condizioni dei poveri in Inghilterra, ed in particolare per il lavoro minorile (le figlie piccole di Bob fanno le sartine), un’esperienza che aveva vissuto anche lui da bambino; attaccava così la filosofia di coloro che ritenevano che la povertà fosse una colpa e che i poveri dovessero cavarsela da soli. Per questo mette in bocca a Scrooge la frase sui poveri “Se vogliono morire, sarà meglio che lo facciano, e diminuiscano l’eccedenza di popolazione”. La malattia e il destino di Tiny Tim non sono solo un elemento accessorio ma una figura allegorica capace di ribaltare questo concetto, rappresentando un monito sulle tragiche conseguenze dell’avidità e dell’indifferenza sociale.

Per portare all’attenzione e ai cuori dei lettori soprattutto l’ultimo punto, Dickens decise di usare una fiaba anziché un freddo e tedioso saggio. Il racconto ebbe subito un buon successo e ben presto anche un notevole impatto culturale, ridefinendo il Natale non solo come una festa religiosa, ma come un momento in cui l’empatia, la carità e la generosità devono trionfare sull’egoismo. Dickens promosse un senso di responsabilità collettiva, suggerendo che la gioia del Natale non risiede nei beni materiali, ma nel condividere e nell’aiutare il prossimo, uniche vere ricchezze della vita contro un’avidità portatrice solo di una fredda e miserabile solitudine.
La trasformazione di Scrooge è un invito universale a esaminare la propria vita e a correggere i propri errori.
Charles Dickens – Canto di Natale (Neri Pozza, 2022, pp. 144)




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