Per scrivere questa introduzione sono dovuto andare a rileggere la classifica dell’anno passato, in modo da vedere se ci potesse essere un filo conduttore tra gli ascolti a distanza di dodici mesi. Anche se forse con meno squilli e novità, devo dire che tutto sommato il trend si conferma in linea con quello del 2024. Non ho un vero e proprio genere di riferimento ma, anzi, tutte le proposte hanno di per sé basi solide — principalmente doom (nell’anno del ritorno dei Pentagram) e black metal — spesso però ibridate con altri elementi alla ricerca di una nuova freschezza sonora, per evitare di ricadere necessariamente nell’etichetta del “post-qualcosa”. Otto artisti sono italiani, segno che c’è vita oltre i confini liguri o il Teatro Repower.

Ovviamente, leggendo le classifiche o i consigli all’ascolto di altri siti, non mancheranno dei recuperi che, per la scarsa sedimentazione, non hanno trovato posto qui dentro. Le delusioni sono state veramente poche, anche perché ormai difficilmente vengo preso dall’hype come un tempo. Posso citare gli ultimi lavori di Katatonia e Pelican, giusto per fare un paio di nomi, ma sinceramente non mi aspettavo nulla di particolare.

Grazie anche a questo manuale, mi sono cimentato nel recupero degli albori del genere, prima hard rock e poi heavy metal, concentrandomi soprattutto su band minori ma non per questo meno importanti. La strada è ancora lunga, soprattutto perché vorrei dare a questo percorso un senso più omogeneo e strutturato, così da avere un’idea d’insieme senza pescare dischi a caso. Più avanti scriverò un articolo per indicare i recuperi o i riascolti più significativi di quest’anno.

Sul fronte concerti, ci sono stati quello dei Korn al Firenze Rocks e quello di Joe Bonamassa all’Auditorium di Roma: due eventi diversissimi tra loro ma entrambi di alto livello. Purtroppo non sono riuscito a inserire altro; avevo già i biglietti per Beth Hart, ma la cantante americana ha dovuto annullare il suo tour europeo per motivi di salute.

Detto questo, ecco i miei 20 dischi preferiti dell’anno appena trascorso. I criteri sono sempre gli stessi: un disco per autore, niente “best of” o rifritture varie. E, fatta eccezione per il podio, l’ordine delle restanti posizioni non ha molta importanza. Diciamo che le prime dieci posizioni cerco in genere di riservarle, ove possibile, alle “nuove proposte”, mentre le altre dieci le lascio agli amatori, alle vecchie glorie e ai vari “rieccoli”.

Come on guys!

20. AA.VV. – KPop Demon Hunters (Soundtrack)

Non mi sono bevuto il cervello e non sono stato minacciato da nessuno. Cerco sempre di mettere in ultima posizione una colonna sonora e, per non incappare nei soliti Zimmer, Desplat, Elfman, Williams o Trent Reznor & Atticus Ross — considerando anche che abbiamo “cacciato demoni” tutto l’inverno — mi pareva logico inserire la colonna sonora del film targato Netflix. Dodici tracce composte a 126 mani da uno stuolo di produttori che elencarli sarebbe tedioso quanto inutile; fatto sta che le avventure in musica di Rumi, Mira e Zoey, trascinate da una manciata di singoli elettropop dal ritornello onestamente appiccicoso, hanno fatto incetta di dischi di platino e riscosso un successo planetario. Golden, Soda Pop e Takedown sono dovute entrare di diritto nella mia lista dei preferiti di Spotify, pena il doverle cercare manualmente ogni volta. Non è il mio genere, ma sarà sicuramente un ricordo legato alle mie figlie piccole.

19. Joe Bonamassa – Breakthrough

Su Joe Bonamassa, da queste parti, si è già detto tutto e di più: visto anche il concerto romano di quest’estate, la comparsa in questo elenco con il ventiduesimo (!) album in studio è anche un modo per celebrare il chitarrista americano.

Come sempre, Bonamassa confeziona un album impeccabile, alternando scorribande elettriche (Breakthrough, Trigger Finger), power ballad che a me piacciono poco (Life After Dark, Broken Record, Shake this Ground), momenti più easy listening (Still Walking with Me), passaggi più marcatamente bluesy (Pain’s on Me) e altri più vicini all’hard rock (You Don’t Own Me).

Prodotto dal fidato Kevin Shirley assieme a Tom Hambridge, il disco non si discosta molto dallo standard del chitarrista, ma è realizzato con la maestria, la tecnica assoluta e la sincera passione che lo contraddistinguono da quando ha imbracciato la sua prima chitarra.

18. Damian Lazarus – Magickal

Quando nasci discotecaro — e io modestamente “lo nacqui” — certe cose le peschi al volo. Mi sono bastati veramente pochi secondi per riconoscere l’hand clapping, quella bella cassa dritta e quel groove soulful house in Searchin’. Potrebbe essere un “disco per l’estate” o sicuramente uno dei migliori prodotti per il dancefloor questo Magickal, quinto lavoro in studio per Damian Lazarus, storico DJ e produttore britannico.

Un ritorno importante dopo un periodo particolare, dovuto a qualche eccesso di troppo. Lazarus è padrone a casa propria e propone un sound elegantissimo (mi ha ricordato quello di Deniz Kurtel, con la quale condivide la stessa casa discografica), attuale, cesellato nei minimi dettagli e intriso di quel giusto grado di soulfulness sulla scia del maestro Robert Owens. È con prodotti del genere che non mi pento di essere stato un discotecaro.

17. Loscil – Lake Fire

Anche questo compositore canadese, all’anagrafe Scott Morgan, è una vecchia conoscenza. Tra collaborazioni e progetti paralleli, l’avevo un po’ perso di vista, essendo rimasto fermo a Monument Builders (2016).

Questo nuovo lavoro mi ha piacevolmente sorpreso. Tra droni densi e un sound design minimalista ma ricco di sfumature, Lake Fire disegna paesaggi sonori nati dalle ceneri degli incendi: un ciclo naturale di distruzione e rigenerazione percepito chiaramente da Morgan durante un viaggio tra le montagne della British Columbia, segnate da recenti roghi boschivi.

Il disco è di fatto una lunga suite di circa un’ora, costruita su piccole variazioni della sua traccia monolitica principale. Un gradito ritorno di livello superiore.

16. Dax Riggs – 7 Songs For Spider

Inaspettato ritorno, dopo ben 15 anni, per Dax Riggs, l’ex leader degli Acid Bath.

Prima di questo silenzio l’avevo seguito con il suo secondo disco solista, Say Goodnight to the World. Anche in questo nuovo lavoro, seppur di soli trenta minuti, Dax ci propone il suo personalissimo “funeral blues” quasi ai limiti del doom, con evidenti influenze tra il gothic e il folk: come se Mark Lanegan si mettesse a cantare i Radiohead (ma vale anche il contrario). Un inaspettato, quanto ben riuscito, ritorno.

15. Steve Von Till – Alone in a World Of Wounds

Con i Neurosis in pausa (ahimè, probabilmente definitiva, vista la vicenda legata a Scott Kelly), l’amato maestro dell’Idaho continua a dedicarsi alla sua musica. Lo scorso anno lo aveva fatto con il moniker Harvestman, pubblicando il concept Triptych, basato sulle fasi lunari e uscito in tre parti. (Per chi non lo conoscesse, consiglio di recuperare anche il suo disco del 2009, In A Dark Tongue).

Questa primavera, Steve Von Till torna con un nuovo lavoro a suo nome, a cinque anni di distanza dal precedente No Wilderness Deep Enough del 2020. Fin dallo straordinario A Life Unto Itself (2015), il suo percorso musicale si è evoluto, e in Alone in a World of Wounds l’artista mette ancora più in risalto le strutture tipiche del folk americano. L’album è arricchito dall’armonia del pianoforte e da un crescendo di arrangiamenti di violoncello, il tutto immerso in una bruma di droni dal sapore ancestrale. Ma la vera particolarità rimane la voce di Von Till: decadente e segnata dal tempo come mai prima d’ora, è il vero fulcro dell’opera.

Il fulcro del disco risiede anche negli interrogativi di Von Till: il distacco dell’uomo dalla natura nel tentativo di dominarla, una dinamica che, secondo l’artista, è alla base di molti dei problemi nelle nostre relazioni sociali. Questo tema traspare dallo spoken word di The Dawning of the Day (Insomnia), dall’elettronica di Old Bent Pine — che diventa via via sempre più torbida grazie al sintetizzatore di Randall Dunn e alle tastiere di Dave French — e dalla struggente coda finale di Calling Down the Darkness, affidata al violoncello di Brent Arnold.

Von Till si prende tutto il tempo necessario, confezionando un prodotto ben ispirato nei suoni e capace di tenere in equilibrio tutte le sue componenti, da quelle vocali a quelle strumentali ed elettroniche (Watch Them Fade e Horizons Undone su tutte).

14. Park Jiha – All Living Things

Quarto disco per la musicista coreana, che segue l’ottimo The Gleam del 2022. Una produzione decisamente interessante, un’ambient music che si discosta dai lavori occidentali grazie all’utilizzo di strumenti alquanto curiosi come lo yanggeum (uno xilofono coreano), lo saenghwang (un organo a bocca a canne libere) e il piri (un flauto), sapientemente accostati a strumenti classici come glockenspiel e campane, oltre a campionamenti elettronici.

Le vibrazioni che traspaiono da un lavoro del genere sono un salvifico balsamo contro i matti che urlano di un’apocalisse imminente.

13. Shedir – We Are All Strangers

Sembra che ultimamente la Sardegna sia diventata una fucina di proposte varie ed estremamente interessanti, un po’ come successe con l’Islanda qualche anno fa. Shedir, al secolo Martina Betti, non è proprio un’esordiente totale, essendo qui alla sua quarta prova. Un lavoro che si inserisce pienamente nel solco già tracciato nel 2017 con Falling Time e che qui trova la sua completa maturità: un soundscape gassoso in cui “l’incertezza non è qualcosa da risolvere, ma un luogo in cui soffermarsi”, fatto di solenni bordoni, stratificate texture e improvvise, luminescenti aperture.

Si guarda ai giganti come Brian Eno, Tangerine Dream e Popol Vuh, fino ad arrivare ai giorni nostri con Rafael Anton Irisarri, Tim Hecker e Lawrence English, per un prodotto dotato di una personalità propria e di una particolare sensibilità.

12. Mamuthones – From Word To Flesh

Per la serie “quando i social servono a qualcosa”, ho scoperto questo disco grazie a un reel di Moving Records and Comics, un negozio di dischi (ma non solo) in provincia di Treviso. Si tratta del nuovo progetto di Alessio Gastaldello, uscito dai Jennifer Gentle nel 2007, che prende il nome da una figura tipica del carnevale di Mamoiada in Sardegna: i Mamuthones, appunto. Si distinguono per gli abiti, per le grosse campane e per il modo di muoversi all’interno della processione, procedendo affaticati e in silenzio.

Anche la musica proposta da questa quasi one-man band non si discosta molto da questo immaginario. Basta l’iniziale Burn From Inside per farci sprofondare in un sabba nero, davanti a un fuoco in cui ardono progressive, post-punk, krautrock e folk apocalittico, ricollegandosi alla Italian Occult Psychedelia, una scena della musica psichedelica italiana nata a inizio millennio di cui proprio i Jennifer Gentle sono stati tra i principali protagonisti.

Un disco da lasciar andare nel suo lungo fluire, un viaggio “dalla parola alla carne” in cui si possono scorgere i Suicide in A Cage Full Of Sin, gli Ulver “di mezzo” in Before You Leave e addirittura il discorso finale di Aguirre, furore di Dio di Herzog in Son Of Myself.

11. Cold in Berlin – Wounds

Quinto album per i Cold in Berlin, a ben sei anni di distanza dall’ultimo disco.

Nati come gruppo post-punk, la band ha saputo evolversi nel tempo fino ad arrivare a completa maturazione con questo Wounds, in cui fonde magistralmente doom, post-punk e krautrock in un vortice dinamico e ipnotico. L’aggiunta dei synth ci porta nelle atmosfere e nelle texture dei My Bloody Valentine e di Siouxsie and the Banshees, grazie anche alla sontuosa prova della cantante Maya Wittleton: un album solido, moderno e dal groove facilmente riconoscibile.

10. Drunken Crocodiles – Aegony

I Drunken Crocodiles sono un power trio parmense, fondato dal bassista e cantante Elia Borelli e completato dal 2021 dal batterista Simone Silvestre e dal chitarrista Federico Pardini; questo lavoro rappresenta la loro seconda prova in studio.

Cercando la copertina per questo articolo mi era sorto più di un dubbio, ma ho poi scoperto che è ispirata alle bambole di Bellmer e vuole richiamare l’idea “della stretta dell’ego sull’animo umano”. Un tema che compare già nell’intro di First Point of Libra, dove vengono citate le parole del filosofo Emil Cioran: “Siamo costretti all’io, al veleno dell’ego”.

Questo concetto è la colonna portante di un disco che srotola con maestria una commistione di generi: dal grunge anni ‘90 dei primi Nirvana (Autojektor) e Pearl Jam (Slow Burn) allo stoner dei Kyuss (Rainmaker), alternando schegge di punk rock che citano De Sade (Le Divin Marquis) e noise rock (Homo Homini Lupus) con il sound colloso dei Melvins. Chiudono in acustico, in First Point of Aries, le parole di Giordano Bruno: “Non so quando, ma so che in tanti siamo venuti in questo secolo per sviluppare arti e scienze, porre i semi della nuova cultura che fiorirà, inattesa, improvvisa, proprio quando il potere si illuderà di aver vinto”.

Un progetto interessante per una band dalle intenzioni serie, che deve solo fare ancora un po’ di esperienza nel far convivere organicamente tutti questi tasselli.

09. Agriculture – The Spirit Sound

Ho deciso di inserire il secondo lavoro della band californiana come se fosse un promemoria. The Spirit Sound è il classico disco che, a seconda di come lo si approccia, può sembrare un guazzabuglio infinito di puro rumore oppure un abisso in cui sprofondare disarmati. Ciò è dovuto alla quantità di spunti offerti, che devono riuscire a fare centro con la “modalità” in cui è settato l’ascoltatore: si passa in un attimo dal blast beat al groove metal, in un’atmosfera noise e shoegaze dove sono immerse le due anime della band — quella blackgaze e quella più vicina al post-hardcore di Converge e Today Is The Day, tanto per capirci.

Non molto distanti, ma forse un filo più derivativi rispetto ai Chat Pile (con i quali condividono l’etichetta, The Flenser), i nostri tirano fuori micidiali cavalcate indemoniate (My Garden, Micah) e momenti quasi onirici (The Reply, con la collaborazione di Emma Ruth Rundle), dando vita a un ottovolante sonoro squarciato dalle voci di segno opposto di Dan Meyer e Leah Levinson. Questo connubio trova il suo compimento in Bodhidharma, dove regna in coda uno dei migliori assoli dell’anno.

Basato su esperienze umane fondamentali come la sofferenza, la gioia e l’amore, è senza dubbio uno degli album più coraggiosi dell’anno.

08. God Of The Basement – Whatever, Disco Breve

Primo disco in lingua italiana per i God Of The Basement, band fiorentina formata da Tommaso Tiranno, Enrico Giannini, Rebecca Lena e Alessio Giusti.

Anticipato dal singolo Misera — in cui si rivendica il diritto di manifestare frustrazione e disillusione quando le cose vanno “a scazzo”, rifiutando il think positive attualmente imperante — in questo Whatever, disco breve il gruppo toscano fabbrica una sorta di dub rock simile a uno sclerotico “pastone” sonoro. Un mix che spazia dal punk all’alt-rock, dal crossover alla drum and bass, fino al breakbeat e molto altro ancora. Le pulsazioni elettroniche di Serpe al suolo (che in alcuni passaggi ricordano le produzioni di Godblesscomputers) o le percussioni tribali di Delirio richiamano certe sonorità monolitiche degli anni ’90.

I testi si districano tra introspezione, critica sociale e considerazioni esistenziali (“mentre noi nasciamo morti e moriamo costantemente”) all’insegna del less is more, ricordandoci come le persone tendano a etichettare le esperienze, quando in realtà ogni cosa esiste già con il suo nome e va semplicemente riconosciuta. Un disco poco convenzionale, che dimostra tutta la brillantezza compositiva e interpretativa di Tiranno e soci.

07. Gaia Banfi – La Maccaia

Gaia Banfi, nata a Milano e residente a Bologna, è figlia di Giuseppe “Banfo” Banfi, storico tastierista del Biglietto per l’Inferno. Tuttavia, le sue origini materne sono genovesi, ed è proprio per questo che ha deciso di ambientare il suo esordio discografico nella città ligure, intitolandolo La Maccaia. Il termine indica quel tipico tempo umido e afoso, con cielo coperto e vento di scirocco, caratteristico del golfo di Genova.

Nel solco tracciato da artisti come Iosonouncane e Daniela Pes, il disco si distingue per un art-pop intimista attraversato da un’elettronica “stropicciata”. Questa sonorità tratteggia temi come la memoria e l’innocenza, ponendoli davanti a un presente in continua disgregazione. Ne è un esempio la struggente Piazza Centrale, vero fulcro stilistico dell’album, in cui emerge il concetto del tempo che scorre e trasforma ogni cosa: “il cielo che diventa petrolio, cioè il giorno che diventa notte, l’argento che diventa nero, la pelle che invecchia”.

Nella seconda parte, il disco scivola verso un elettropop che, pur non essendo particolarmente originale, non risulta mai scontato. Le sonorità richiamano territori già esplorati da artiste come BANKS o Sevdaliza. Si tratta di un esordio che merita più di un ascolto e che non va assolutamente dimenticato.

06. The Ossuary – Requiem For The Sun

Fondati nell’ottobre 2014 dall’unione di tre componenti della band death metal Natron (Domenico Mele alla chitarra, Dario “Captain” De Falco al basso e Max Marzocca alla batteria) con alla voce Stefano “Stiv” Fiore, i Ghouls (o il nome del gruppo specifico) sono alla quarta prova in studio, dopo il precedente Oltretomba (2021).

Il lavoro si concentra su un heavy metal classico, evidente sin dalla potente Sacrifice, brano d’apertura che presenta un ottimo intreccio di chitarre e linee vocali eccellenti e pulite. Man mano che il disco procede, la band inserisce elementi di hard rock, psichedelia, una cupa vena di southern blues e quel groove pachidermico tipico del doom, sia americano che inglese.

È facile, infatti, ritrovare l’influenza dei migliori Cathedral in brani come From The Tree, Wishing Well e Altar In Black, che nei testi ricorda perfino i Pink Floyd di Another Brick In The Wall. La vena psichedelica è ben riconoscibile in Requiem For The Sun, mentre l’incessante ritmo di The Others ha più di una reminiscenza seventies. Il disco si chiude con la lunga e ipnotica marcia di Eloise (9 minuti), che guarda apertamente agli ultimi Mastodon.

Si tratta di un disco sì “cimiteriale”, ma profondamente rock, sia nella sua componente più hard che nelle venature psichedeliche, con il quale la band pugliese fa un centro meritato. Cercherò anch’io di recuperare i lavori precedenti.

05. OvO – Gemma

Se cerchiamo nel panorama italiano un gruppo che se ne sbatte delle mode e porta avanti la propria idea di musica, continuando a produrre con costanza lavori in studio e suonando praticamente ovunque, questi non possono che essere gli OvO, duo formato da Stefania Pedretti e Bruno Dorella — quest’ultimo già conosciuto da queste parti per essere il batterista dei Bachi da Pietra (ma non solo).

Dopo Miasma (2020) e Ignoto (2022), il duo pesta ancora sull’acceleratore spingendosi praticamente fino al puro black metal, utilizzando importanti inserti elettronici, con una Stefania Pedretti che, come una megera, urla letteralmente il caos dall’oltretomba. Echi dei Throbbing Gristle, dei Coil, ma anche dei più recenti NIN o del trip hop avvelenato di Tricky, compaiono nelle undici tracce, intitolate con i nomi di alcuni elementi naturali. In Opale, un vero saliscendi di elettronica e industrial, compare Lord Spikeheart, ex membro della band noise/grindcore keniota Duma, mentre al torbido fascino noise di Diamante contribuisce il protagonista della scena noise/alternative newyorchese Paige A. Flash.

04. Hexvessel – Nocturne

Ogni volta che mi approccio a un disco anche solo vagamente black metal lo faccio sempre con molto rispetto e devozione, dato che mi sto avvicinando a questo genere solo da qualche anno. Alcune cose mi piacciono, altre ancora no e forse non mi piaceranno mai. Nel primo caso rientra l’ultima fatica di Mat “Kvohst” McNerney (di origini inglesi, ma da molto tempo attivo nel panorama scandinavo) che con una delle sue creature, gli Hexvessel, ha prodotto un lavoro decisamente interessante: il settimo in studio per la band, intitolato Polar Veil.

Pescando a piene mani dalla tradizione del black metal classico — con riferimenti a Darkthrone, Emperor e a soluzioni tipiche di Quorthon e Burzum — e intrecciando abilmente interludi acustici a elementi come synth cosmici, folk e doom su un telaio tipicamente black, riescono a confezionare un prodotto dalle molte anime. Ad esempio, Sapphire Zephyrs è un tappeto elettrico di fattura black metal, arricchito da chitarre acustiche, dalla voce pulita di Kvohst, da interludi in scream e da un suono complessivamente solenne ed emozionale. Oppure A Dark & Graceful Wilderness, che ricorda vagamente le ultime cose degli Amenra, con un cantato ai limiti dello spoken word su chitarre zanzarose. C’è anche Concealed Descent, dove sembra persino di sentire i Radiohead.

In definitiva, il progetto Hexvessel potrà non incontrare il favore dei puristi del genere, ma per chi come me non è ancora avvezzo a certe sonorità, questo suono derivativo può risultare molto interessante.

03. Blood Abscission – II

Dopo il debutto con l’EP I nel 2023, questo II rappresenta il primo lavoro sulla lunga durata per questa band della quale non si sa letteralmente niente. Ho cercato notizie in merito, ma non vi è traccia di chi siano e da dove vengano: niente di niente.

Tutto questo mistero non fa che aumentare la tensione che si respira ascoltando questo album. Al black metal atmosferico di Ulver, Emperor ed Agalloch, uniscono le divagazioni post di progetti più recenti come The Hauntologist e Mgła, dove piccole ma potenti sinfonie stratificate create dalle chitarre vengono spezzate da una voce furiosa che si alterna a una calma mistica e trascendente.

Magari non sarà adatto ai puristi del genere, ma rimane comunque uno dei migliori dischi in campo estremo di questo 2025.

02. Deftones – private music

Private Music, prodotto nuovamente da Nick Raskulinecz e uscito a cinque anni dal già ottimo Ohms, cerca di consolidare il caratteristico sound alternative della band bilanciando elementi tratti da shoegaze, post-punk e new wave. Lo fa già in apertura con il potentissimo groove di My Mind Is a Mountain, primo singolo estratto dal disco e vera cartina al tornasole della capacità compositiva dei nostri. Capacità che non si affievolisce con la successiva Locked Club, canzone che alterna chitarre ora dilatate, ora più squadrate, e un Chino Moreno quasi in spoken word.

Compattezza e intensità si ritrovano in brani come Departing the Body e Infinite Source, mentre in Ecdysis siamo dalle parti degli Ulver di The Assassination of Julius Caesar. Un passo indietro verso l’alternative dei primi anni 2000 lo fanno cXz, Milk of the Madonna e Metal Dream, dove ci si sposta verso le sonorità dei primissimi A Perfect Circle dell’amico Maynard James Keenan. Ma è al centro dell’album che, con I Think About You All the Time, si tocca il vero picco emotivo, in un perfetto equilibrio tra malinconia e melodia.

Interpretato come una riflessione sulla dimensione intima della musica che, nell’era digitale, diventa paradossalmente pubblica e condivisa, Private Music — se ascoltato scevro da retro-considerazioni — è un’opera che condensa e rilancia il suono caratteristico dei Deftones. Mi ha fatto persino digerire il serpente albino in copertina, un altro animale che si aggiunge al bestiario simbolico della band dopo l’airone di Diamond Eyes e il pony di White Pony, metafore della trasformazione di un’anima. Non sono questi i dischi a cui si chiede di salvare la musica, né tanto meno di gettare le basi del futuro. Ma ad avercene…

01. Messa – The Spin

Detto francamente, i Messa sono ormai una delle migliori band italiane in circolazione, capace di guadagnarsi un meritato prestigio anche a livello internazionale, aprendo i concerti di band di rilievo come, ad esempio, i Paradise Lost nel loro attuale tour europeo.

A distanza di tre anni dal precedente e super incensato Close (2022), la band veneta torna con un nuovo disco dal titolo The Spin. Ma i nostri non si siedono sugli allori di una formula collaudata: maneggiando sapientemente l’arte del metallo e unendola a generi, almeno sulla carta, differenti, riescono a fabbricare un prodotto di altissimo livello che non farà fatica a posizionarsi tra i migliori lavori di questo 2025.

Già nella prima parte (Voice Meridian, The Dress) vi è un distacco dalle sonorità dei primi dischi, per andare da una parte verso i gruppi dark/new wave anni ’80 come i Killing Joke (con voce femminile alla Siouxsie and the Banshees), mentre dall’altra ci si sposta verso torsioni hard rock alla Led Zeppelin (Fire on the Roof). Nella seconda parte del disco si vive di momenti più intimi (Immolation), grazie alla sempre ottima interpretazione di Sara Bianchin, anche se non mancano i numerosi climax prodotti dalla chitarra di Alberto Piccolo, con i suoi assoli taglienti dalle chiare influenze blues (Reveal) o dal metal classico (sempre in Immolation). La chiusura affidata a Thicker Blood, con la coda finale sulla scia degli OvO, riporta il disco sulle sonorità doom dei lavori precedenti.

Con The Spin, i Messa rinnovano ancora la loro proposta sonora senza di fatto snaturarsi, ma aggiungendo elementi all’insegna di un personalissimo “meno e più a fuoco meglio è”, diventando il capofila di un movimento musicale tutto nostrano che vede nelle sue fila band come Fulci, Ponte del Diavolo e The Ossuary.


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